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"L'odio per gli israeliani è questione di invidia"

Il Foglio 8/5/2010

Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al cento per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei”. E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: “Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’antisemitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù”.

La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’antisionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’antisemitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico. Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché qualcun altro si arricchisce. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza.

I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyahu) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro capite, superando addirittura gli Stati Uniti.

Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? E’ questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.

 

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