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Obama e l’assedio di Israele

Isolando Gerusalemme, Washington rischia di incendiare il Medio Oriente

di Giulio Meotti - Foglio

Nel video di Hamas si vede il mite Noam Shalit, invecchiato e col bastone, che vaga sconsolato per le strade d’Israele stringendo una foto del figlio in cattività. Verso la fine del filmato appare una scritta che dice: “Gli sforzi del governo israeliano hanno avuto successo. Dopo uno scambio di prigionieri, Noam finalmente incontra il figlio Gilad”. A quel punto si vede l’anziano padre che siede in attesa al valico di Erez finché non gli viene consegnata una bara coperta dalla bandiera israeliana. Ha accusato duramente il colpo Israele dopo questo spietato documento della propaganda islamista. Hanno sempre tormentato Israele le immagini dei suoi soldati rapiti e usati, spesso da morti, come merce di scambio. Ma l’ultima trovata sul caporale Shalit tormenta particolarmente l’inconscio collettivo di Israele perché arriva in un momento di grave isolamento internazionale.

Da quando c’è Obama, Netanyahu ha impegnato la sua coalizione ad accettare uno stato palestinese, ha tolto posti di blocco per facilitare la vita ai palestinesi, ha aiutato lo sviluppo economico della Cisgiordania e ha accettato di varare una moratoria delle costruzioni ebraiche in Cisgiordania. Eppure la Casa Bianca sta da mesi stringendo la morsa attorno al suo unico alleato democratico in medio oriente. L’Amministrazione Obama vuole ottenere rapidi progressi, di cui possa attribuirsi il merito, verso la pace; nelle sue intenzioni, questi progressi dovrebbero aiutare l’America in Afghanistan, in Iraq e nel fronteggiare l’Iran. La strategia di spingere Israele a concessioni preventive e di metterlo in un angolo rischia però di rinfocolare il caos in medio oriente, dove già si parla di una nuova “guerra d’estate”, con Hezbollah che preme da nord e Hamas da sud in una doppia tenaglia ordita dagli ayatollah.

Gli Stati Uniti sbagliano quando lavorano per l’isolamento di Israele: così facendo incoraggiano lo spirito bellicista arabo e anche l’inflessibilità israeliana, e gettano Fatah nelle fauci dei movimenti islamisti. Per questo commentatori israeliani hanno eloquentemente parlato del “1967 di Obama”. Allora erano i tank del dittatore egiziano Nasser, oggi è l’atomica dei turbanti sciiti. Spetta all’America garantire che Israele non sia messo mai più in una situazione come quella che dovette affrontare in quell’anno fatale.

 

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