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«L’Iran potrà colpire gli Usa con i suoi missili entro il 2015»

Uno studio precedente indicava il 2020. Intanto gli Emirati accusano Teheran: «Occupa terre arabe proprio come Israele»

di Redazione - Giornale 21 aprile 2010

Washington - Il Pentagono si corregge e alza il livello dell’allarme relativo alla minaccia missilistica iraniana verso gli Stati Uniti. Teheran, afferma un rapporto pubblicato sui giornali americani, potrebbe riuscire a costruire entro il 2015 un missile a lungo raggio in grado di raggiungere il territorio statunitense. Una precedente stima degli esperti del ministero della Difesa americano, diffusa nel maggio 2009, prevedeva che Teheran non fosse in grado di possedere le conoscenze tecniche per completare un missile a lungo raggio prima del 2020. Ora invece il Pentagono aggiorna le sue informazioni e sostiene che, ricevendo sufficiente assistenza dall’estero, l’Iran potrebbe raggiungere l’obiettivo di mettere a punto un missile balistico intercontinentale (Icbm) cinque anni prima. Lo studio del Pentagono stima le forze dell’esercito iraniano in 220mila unità, alle quali vanno sommati i 130mila membri della Guardia rivoluzionaria, i cosiddetti pasdaran. Teheran disporrebbe inoltre di oltre 1.800 carri armati.

Queste preoccupanti informazioni vengono rese pubbliche in una fase particolarmente tesa delle relazioni irano-americane e mentre il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad annuncia di voler inviare al suo collega di Washington Barack Obama una «lettera sincera» nella quale gli raccomanda di modificare la sua politica assumendo «un approccio corretto». La settimana scorsa Ahmadinejad si era già rivolto pubblicamente a Obama esortandolo a migliorare i rapporti col suo Paese. Pochi giorni dopo, però, se ne era uscito dichiarando che gli Stati Uniti dovrebbero essere espulsi dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

I rapporti dell’Iran con alcuni Paesi vicini non sembrano comunque essere molto più distesi di quelli con l’America. È il caso degli Emirati Arabi Uniti, divisi da anni da Teheran da un contenzioso territoriale che riguarda tre piccole isole del golfo Persico, strategiche per il controllo di una zona di mare ricca di petrolio. «L’Iran - ha dichiarato ieri in Parlamento ad Abu Dhabi il ministro degli Esteri emiratino Abdulla Bin Zayd Al Nahyan - non è molto diverso da Israele quando occupa territori arabi. L’occupazione di un territorio arabo - ha proseguito il ministro - non è altro che un’occupazione e non ci sono differenze tra quella israeliana del Golan, del sud del Libano, della Cisgiordania e di Gaza rispetto a quella dell’Iran, perché non esiste una terra araba più importante di un’altra». Un linguaggio certamente molto duro e provocatorio nei confronti di un Paese che attraverso la retorica del suo presidente si propone come il nemico numero uno di Israele e il difensore dei diritti dei musulmani. Ma è un linguaggio che si spiega anche con la volontà dei Paesi sunniti del Golfo (Arabia Saudita in testa) di marcare la distanza dall’ambizioso Iran sciita. Che se dovesse diventare una potenza nucleare sarebbe davvero un vicino ingombrante.

 

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