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La posta in palio in Iran

di Stefano Magni - Ragionpolitica 15/12/2009

In Iran è in corso una gara di velocità. Ce la faranno i dissidenti a rovesciare il regime prima che quest'ultimo si doti della sua prima bomba atomica? I due corridori stanno arrivando vicini, molto vicini, al traguardo. I dissidenti non hanno affatto gettato la spugna dopo la dura repressione armata di giugno e luglio. Dopo le prime manifestazioni oceaniche contro la rielezione (molto sospetta di frodi) di Mahmoud Ahmadinejad e dopo le prime decine di morti, era seguito un periodo di calma relativa. Gli studenti, però, continuano la rivoluzione. Non sfidano più apertamente il regime, ma si infiltrano pacificamente nelle manifestazioni ufficiali per lanciare slogan opposti a quelli del regime. In occasione della celebrazione della presa dell'ambasciata statunitense, al grido di «Morte all'America» oppongono un «Morte a nessuno» e un «Morte al tiranno». Nella giornata per la «liberazione» della Palestina hanno creato il motto: «Né Gaza, né Libano, io lotto per l'Iran». Anche l'ultimo venerdì, quando si sarebbe dovuta celebrare la memoria di tre studenti che, nel 1953, erano stati uccisi mentre protestavano contro lo Scià, gli allievi del politecnico di Teheran sono scesi in piazza per condannare ancora una volta il regime. E in tutti i casi la polizia è disorientata: carica a costo di colpire dei sostenitori del regime? O procede con arresti più mirati? Teheran non ha finora mostrato il coraggio di muovere l'esercito per fare una «Tienanmen mediorientale». Ma finché procede con arresti e intimidazioni mirate, la rivolta continua.

Questo moto di protesta si sta dimostrando più duraturo del previsto, proprio perché anche quegli attivisti che vengono arrestati, incarcerati e torturati, una volta liberi riprendono la resistenza contro il regime. Ad esempio il leader studentesco Majid Tavakoli, fermato dalla polizia nel corso dell'ultima protesta, era stato arrestato altre due volte e aveva conosciuto già la tortura nel carcere di massima sicurezza di Evin. A nulla serve la brutalità dell'esempio che le autorità vogliono dare ai rivoluzionari: nella sola giornata di lunedì tre persone sono state impiccate in pubblico e un economista, critico del regime, è stato condannato a 74 frustate e 9 anni di carcere. Altri oppositori sono stati incarcerati perché accusati di aver dato fuoco a una foto di Khomeini, padre della Rivoluzione Islamica. Eppure, lo stesso lunedì pomeriggio i manifestanti ritornavano a riempire le vie e le piazze della capitale.

La tenacia degli oppositori è causata anche dalla divisione interna all'élite di Teheran. La ribellione è nata da una lite fra esponenti del regime, fra il vincente Ahmadinejad e lo sconfitto alle elezioni Moussavi. E' uno scontro che si replica anche nelle alte sfere del sistema, fra l'ayatollah Ali Khamenei (Guida Suprema) e l'ayatollah Hashemi Rafsanjani (leader all'interno del Consiglio degli Esperti). Contro quest'ultimo, proprio questo lunedì, si è abbattuta ancora una volta la scure della censura: i media di regime hanno la proibizione, d'ora in avanti, di definirlo ayatollah, proprio per mettere in evidenza la sua subordinazione a Khamenei.

Dall'altra parte della barricata, anche il regime di Teheran è impegnato in una corsa mozzafiato per dotarsi di armi nucleari. Ormai (se mai vi fossero stati dubbi) l'intento è chiaro: centrali segrete, nuovi siti in costruzione non dichiarati all'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) e soprattutto la chiusura diplomatica totale ad ogni compromesso sono sintomi abbastanza evidenti della malafede di un regime. Il programma nucleare dovrebbe essere solo civile. Ma allora perché non ammettere ispezioni? Perché negare all'AIEA informazioni sui nuovi siti in costruzione, come è stato ribadito anche lunedì dal vicepresidente iraniano? Perché tutti gli impianti vengono scoperti dall'intelligence (e la loro esistenza viene ammessa solo in un secondo momento da Teheran) e non sono alla luce del sole? Non vale la risposta: perché Israele li bombarderebbe. Perché se l'attività atomica iraniana non fosse più che sospetta di scopi militari, per la costruzione di testate nucleari, Israele non avrebbe alcun interesse a rischiare una guerra con un nemico potente e dotato di ottimi alleati (Siria, Hezbollah e Hamas) ai confini dello Stato ebraico.

Il rapporto del NIE (National Intelligence Estimates) negli Stati Uniti, l'ultimo dell'era Bush, sottostimava sia le intenzioni, sia le capacità iraniane nella costruzione di armi atomiche. Il pericolo - si diceva nel rapporto - è passato dal 2003, quando Teheran avrebbe deciso di interrompere il programma militare. Ma sono sempre più numerosi gli indizi che proverebbero il contrario. E dopo i primi allarmi lanciati dall'AIEA, il quotidiano britannico Times, nell'edizione di lunedì, ha pubblicato un'inchiesta molto inquietante: l'Iran starebbe già testando un componente chiave delle bombe atomiche. Gli autori dell'inchiesta hanno avuto accesso a documenti riservati nei quali si parla di un piano quadriennale per mettere a punto un iniziatore di neutroni, che serve a scatenare l'esplosione nucleare. Le carte viste dal quotidiano britannico descrivono l'uso di una fonte di neutroni, il deuterio di uranio, che secondo alcuni esperti non può avere altro uso che nelle armi atomiche. Fonti di intelligence citate dal Times datano questi documenti al 2007, quando l'Iran aveva ufficialmente interrotto da quattro anni il suo programma bellico nucleare.

Allo stesso tempo il regime cerca di attizzare lo scontro con nemici esterni, come prova l'arresto continuo di stranieri: prima una ricercatrice francese, poi cinque velisti inglesi, adesso tre alpinisti americani, finiscono uno dopo l'altro nel mirino di una polizia di regime che li considera «spie». Gli stranieri incarcerati, a volte trattenuti e processati (come nel caso dei tre americani), a volte rilasciati, sono sempre oggetto di scambi, ricatti, pressioni.

E' molto probabile che il regime di Teheran stia accelerando al massimo: sentendosi debole, rischiando la deposizione in seguito a una rivoluzione, vuole dotarsi di un'arma che lo renda virtualmente immune da attacchi esterni e, allo stesso tempo, vuole presentarsi al mondo radicale islamico come leader del jihad. In questa gara l'Occidente è rimasto sinora spettatore passivo, eppure non possiamo rimanere neutrali. Se vince il regime nella sua corsa all'atomica, non solo Israele è in pericolo di vita, ma anche tutta l'Europa (per non parlare della Turchia e dei paesi arabi del Golfo Persico) sarà sotto la minaccia concreta delle testate nucleari di un paese dichiaratamente nemico, per la prima volta dal 1989. La diplomazia occidentale, americana in primo luogo, sta facendo poco o nulla per aggiungere ostacoli alla corsa di Teheran. Il «guerrafondaio» George W. Bush si limitava a imporre sanzioni: mossa che non ha effetto se non è condivisa dall'unanimità della comunità internazionale e che è sempre stata resa superflua dall'opposizione di Russia e Cina. L'amministrazione Obama segue la stessa strategia e in più la annacqua, escludendo del tutto l'opzione militare dal catalogo delle azioni possibili.

I governi, in particolare i ministeri degli Esteri, sono conservatori di natura. Pochi hanno voglia di mettere a repentaglio la rete di relazioni, politiche ed economiche, con gli altri Stati. L'Iran non fa eccezione. Per l'Europa, soprattutto, è un grande partner commerciale. E questo contribuisce a spiegare la passività delle cancellerie occidentali di fronte alla ribellione degli studenti iraniani contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, la più grande opportunità, da dieci anni a questa parte, di provocare lo scoppio di una rivoluzione contro il regime dei mullah.

 

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