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Afghanistan. La via stretta di Obama

di Leonardo Tirabassi - Ragionpolitica 14/12/2009

E' iniziata la riconquista dell'Afghanistan. Da alcuni giorni 900 marines e 150 soldati afghani hanno iniziato a combattere per rioccupare la città oramai fantasma di Now Zad che era stata invasa da gruppi di Talebani armati. Il capoluogo da alcuni mesi era in mano ai fondamentalisti islamici che avevano scacciato la popolazione dalle sue case; resisteva solo una piccola guarnigione di marines, circa 150 uomini, in un angolo di periferia.

Niente di meglio dei fatti, quindi, per commentare le linee di politica estera, la guerra al terrore e l'azione americana in Medioriente ed Asia centrale, o «Grande Medio Oriente», intraprese dal presidente Obama. Azioni e parole formano il migliore mix di ingredienti per giudicare l'agire di ogni attore e in modo particolare di un leader politico. In pochi giorni il presidente americano ha tenuto due importanti discorsi, il primo a West Point per spiegare i motivi dell'impegno in Afghanistan e il secondo a Oslo, dove doveva giustificare di aver ricevuto, lui presidente di un paese in guerra, il Nobel «preventivo» per la pace. In entrambi i casi, Obama doveva muoversi tra due contraddizioni. La prima: tra necessità di impegnarsi a Kabul (perché comunque da quella guerra, definita «giusta e necessaria», gli Stati Uniti non si possono ritirare, salvo dare ad Al Qaeda una base, squilibrare di nuovo l'Asia e - motivo più importante tra tutti - perdere faccia, prestigio e credibilità davanti a tutta la comunità internazionale) e opportunità di rassicurare l'opinione pubblica interna dichiarando che questo ulteriore sforzo non è a tempo indeterminato. Nel secondo intervento, davanti al re di Norvegia, Obama ha dovuto fornire invece motivazioni razionali al fatto di essere il primo capo di Stato a ricevere un premio Nobel nel momento in cui rafforza l'impegno di guerra. E il risultato è stato straniante.

Davanti ai cadetti di West Point, futuri comandanti dell'esercito, il discorso è risultato debole, tutto segnato dal voler piacere troppo, senza disegni di ampi orizzonti e con un madornale errore strategico: l'aver fissato in anticipo la data del ritiro senza dichiarare le condizioni dello stesso. A Oslo, invece, con una platea di pubblico unito da sentimenti sicuramente pacifisti, si è assistito ad un capovolgimento e ribilanciamento della situazione. Obama infatti si è ricollegato alla tradizione storica americana che unisce liberalismo e morale, secondo la migliore eredità wilsoniana. Nel mondo c'è il male e va fermato anche con le armi; gli Stati Uniti faranno di tutto per aiutare e sostenere i popoli che lottano per la libertà. Messaggio semplice chiaro e, obtorto collo, dai tratti neocon.

Obama, maschera moderna dello spettacolo politico con l'unica visione del consenso come fine dell'azione, adesso si trova in una strana posizione, stretto tra l'impietosa e dura forza reale delle cose e la sua visione salvifica delle parole «buone».

 

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