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Obama e la dura realtà della guerra

di Stefano Magni - Ragionpolitica 12/12/2009

«Io vedo il mondo per quello che è, non posso rimanere impassibile di fronte a una minaccia al popolo americano. A scanso d'equivoci: il male esiste nel mondo. Un movimento nonviolento non avrebbe fermato le armate di Hitler. Un negoziato non può persuadere i leader di Al Qaeda a gettare le armi. Dire che qualche volta la forza è necessaria non è cinismo, è una constatazione storica: è un riconoscimento delle imperfezioni dell'uomo e dei limiti della ragione». E così Obama scoprì la realtà, a Oslo, in occasione del ritiro del Nobel per la Pace, in parte per esporre la sua teoria sulla guerra e la pace, in parte per rispondere alle critiche preventive di tutti coloro che lo consideravano inadatto a vincere il premio a causa delle due guerre in corso in Iraq e in Afghanistan.

Insomma, Bush non aveva tutti i torti: nel mondo c'è gente che ti odia, se vuoi avere la pace devi prepararti a fare la guerra, se vuoi che la pace sia permanente devi esportare la democrazia nei paesi che erano tuoi nemici, se il tuo paese viene attaccato devi rispondere unilateralmente. Obama ha ribadito tutti questi principi. Insomma, al di là della retorica sulla pace, sull'eguale dignità delle culture e delle fedi, sulla necessità di dialogare con i nemici degli Stati Uniti, l'inquilino della Casa Bianca non può che ammettere che la via seguita dai suoi predecessori (non solo da Bush) è l'unica percorribile per proteggere la vita dei cittadini americani.

Ma Obama stenta ad entrare nei panni del presidente statunitense «senza se e senza ma» e annacqua questi principi con altri, più progressisti, più ideologici. Contrariamente a George W. Bush, Obama pone al centro della sua teoria l'ONU. Un organismo internazionale dato ormai per morto o morente, che non ha quasi mai contribuito a risolvere un conflitto armato, penetrato sin nelle sue istituzioni fondamentali da dittature che non rispettano i diritti umani. La piena legittimazione dell'ONU da parte di Obama piacerà sicuramente agli europei, ma fra gli americani quell'organizzazione internazionale non gode di grandi simpatie: i più conservatori la vedono come forma di dominazione mondiale, i più moderati come uno spreco di soldi. Solo i liberal (una minoranza esigua di progressisti) ne sono entusiasti. Nel discorso di Obama è l'assenza di un'organizzazione mondiale che ha reso possibile un secondo conflitto mondiale (dopo la dissoluzione della Società delle Nazioni) e dunque una sua presenza forte può garantire la pace.

Obama crede che la pace duratura sia garantita anche da alcuni diritti positivi cari ai progressisti: la libertà dal bisogno, dalla fame e (questa è la vera novità) dal riscaldamento globale. Il global warming non era mai entrato in un discorso presidenziale sulla sicurezza nazionale. Questa volta sì: Obama ritiene che possa provocare migrazioni, conflitti per l'accaparramento di risorse scarse e rivoluzioni. Questi accenni a benessere e global warming in termini pratici si declineranno con lo stanziamento di maggiori fondi americani a favore di paesi in via di sviluppo: altra caratteristica della politica estera progressista, che tuttavia, in più di mezzo secolo, non ha mai prodotto risultati apprezzabili. E che, al contrario, è servita a puntellare il potere di dittature terzomondiste corrotte e molto spesso nemiche dell'Occidente.

L'uso della forza militare, nella «dottrina Obama», è contemplato: anche se la nonviolenza di Gandhi e di Martin Luther King sono indicati dal presidente come «stella polare» delle relazioni internazionali, la forza delle armi è legittima, non solo per autodifesa, ma anche per fermare la violazione massiccia di diritti umani da parte di altri governi, come avviene in Congo, in Birmania, in Sudan. Da notare, quindi, che l'uso della forza militare è considerato legittimo in molti più casi rispetto a quelli previsti dalla «dottrina Bush».

Ma anche quando viene deciso di mobilitare gli arsenali, non sono solo l'America e i suoi alleati democratici a dover combattere contro chi «viola le regole sull'uso della forza», ma tutta la comunità internazionale. Secondo Obama, infatti, chi trasgredisce si auto-isola, chi segue le regole può essere seguito dal resto del mondo. Se la comunità internazionale è compatta, non c'è bisogno di una guerra: il regime violento sarebbe spinto dalla sola pressione diplomatica a correggere il suo comportamento. Anche questa è una visione del mondo, tipica del progetto delle Nazioni Unite, che in molti casi si è rivelata pura utopia: molti Stati aggressivi sono stati lasciati liberi di agire, soprattutto all'interno dei loro confini, vuoi per mancanza di coraggio, vuoi perché la «comunità internazionale» non è un insieme di nazioni che condividono gli stessi principi, ma è costituita anche da numerose dittature che avallano o quantomeno comprendono atti di aggressione altrui.

Fra le minacce concrete in cui l'uso della forza diventa legittimo, Obama individua spinte alla violenza «interna agli Stati» e non più «fra gli Stati»: l'Afghanistan e la Somalia. Probabilmente la sua citazione del paese dell'Africa orientale è il preannuncio di un futuro intervento militare americano. Con gli altri Stati che costituiscono una minaccia alla stabilità, Iran e Corea del Nord in primo luogo, Obama invoca un approccio non bellico: sanzioni alternate al dialogo. Cita i casi precedenti più illustri: l'apertura di Nixon alla Cina (che ha permesso al regime di Pechino di aprirsi al mondo e ridurre la sua repressione interna) e l'apertura di Reagan all'Urss di Gorbachev, che ha determinato la fine dei sistemi comunisti. Fra le minacce ideologiche alla pace, Obama cita ovviamente l'integralismo islamico. Ma annacqua il suo discorso con un riferimento generico all'integralismo religioso nel suo complesso. Travisando la storia, considera i Crociati come i primi fautori della «guerra santa». Dimenticando che, quando fu lanciata la prima Crociata, l'Europa e il Nord Africa avevano subito 4 secoli di aggressioni islamiche.

Obama, insomma, riconosce che non viviamo in un mondo d'amore, in cui la guerra scoppia solo a causa di pochi «falchi» occidentali. Ma la sua dottrina resta pesantemente influenzata da utopie tipiche dei liberal. E queste influenze pesano negativamente sul processo decisionale. In Afghanistan, per esempio, Obama si è convinto a mandare 30 mila uomini di rinforzi solo dopo 3 mesi di continuo dibattito. E anche una volta mandati i rinforzi, Obama ha subito annunciato la data della fine della missione: nel 2011. Questi tre mesi di ritardo e questo vincolo nel calendario di intervento sono motivati unicamente da una forte tensione ideologica: il pacifismo impone il ritiro, perché vede nell'intervento occidentale la causa del disordine afghano; le esigenze della sicurezza americana impongono, al contrario, la vittoria contro Al Qaeda. Il risultato sul campo è che, nei tre mesi di indecisione, gli americani hanno dovuto abbandonare molte posizioni al confine con il Pakistan per mancanza di forze e, visto il ritardo dei rinforzi, devono posticipare la loro offensiva anti-talebana in estate, perdendo il vantaggio dei mesi invernali, in cui solo le forze NATO mantengono una grande mobilità. Aver annunciato una data del ritiro crea un danno ancora più grave: i Talebani ora sanno che avranno di fronte solo 1 anno e mezzo di guerra. E che, se le loro azioni di guerriglia sono riuscite nell'intento di provocare un ritiro programmato degli americani, ora sono più convinti che mai di colpire ancora più a fondo. La realtà è forse ancor più dura di quella che Obama attualmente riconosce.

 

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