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Né diritti umani, né economia. In Cina Obama ha fatto l'ambientalista

di Stefano Magni - Ragionpolitica 28/11/2009

Che cosa ha ottenuto Barack Obama dalla Cina? A una settimana dalla fine della sua prima visita di Stato a Pechino, la domanda è ancora legittima. Perché gli Stati Uniti, dopo sedici anni di politica a favore dei diritti umani e del libero mercato, prima con Clinton poi con Bush, con Obama hanno decisamente cambiato linea.

I diritti umani, solitamente il primo elemento sacrificabile della politica estera, non sono entrati nell'agenda di Obama in Cina, se non con un paio di dichiarazioni andate a vuoto. Il discorso tenuto di fronte a «studenti» (selezionati dal regime e molti non erano neppure veri allievi dell'università), in cui il presidente ha declamato le virtù della libertà di espressione, non è stato neppure ascoltato. I media locali non lo hanno riportato. Il suo auditorio era, come minimo, non recettivo. Non ha provocato reazioni, se non un ulteriore giro di vite sui dissidenti: Huang Qi, attivista e volontario (si era prodigato nell'assistenza alle vittime del terremoto del Sichuan) è stato arrestato il giorno dopo la partenza di Obama. Nel corso dei colloqui con Hu Jintao, il presidente americano ha ripetuto l'esortazione di rito al dialogo con il Dalai Lama. Prima della visita in Cina, però, Obama si era rifiutato di incontrare il Dalai Lama, che solitamente veniva ricevuto dai precedenti inquilini della Casa Bianca. George W. Bush lo aveva incontrato anche in veste ufficiale. Nel corso dello stesso incontro con Hu Jintao, inoltre, Obama ha anche riconosciuto la legittimità della sovranità cinese sul Tibet, Paese occupato militarmente nel 1950. Ha dunque senso invitare al dialogo con il Dalai Lama, dopo aver rifiutato di incontrarlo e dopo aver riconosciuto le ragioni dei cinesi in Tibet? No, considerando anche la risposta di Hu Jintao, che ha paragonato la causa tibetana a quella dei secessionisti americani del Sud del 1861-65, giusto per cercare di ottenere il consenso di un presidente afro-americano e ammiratore di Abraham Lincoln.

Che i diritti umani siano «sacrificabili» è comprensibile nelle relazioni internazionali. Che fossero sacrificati fino a questo punto non era però prevedibile, soprattutto da parte di un presidente che si dichiara progressista e sensibile alla promozione dei diritti umani nel mondo. Stride soprattutto il contrasto con George W. Bush, che fece precedere la sua visita in Cina dall'incontro pubblico con il Dalai Lama e da una visita a Taiwan, indicata dal presidente come «un esempio di libertà per la Cina». Bush non rinunciò a parlare dei diritti umani e della loro difesa neppure in territorio cinese: sensibile alla causa della repressione religiosa, andò a messa a Pechino.

Si può dire che, sacrificando del tutto l'agenda dei diritti, Obama abbia ottenuto vantaggi negli accordi economici rispetto a Bush? Il tanto vantato G2 (Usa-Cina) è lungi dall'essere nato. Pechino chiede meno protezionismo e più garanzie per gli investimenti. Paradossalmente Obama dà meno garanzie rispetto a Bush sia nell'uno che nell'altro caso. La Cina possiede la porzione più grande del debito pubblico americano: circa 800 miliardi di dollari. Ma la politica di Obama, caratterizzata dall'aumento del debito pubblico, non fa gli interessi degli investitori cinesi, perché i titoli del tesoro nelle loro mani non fanno che svalutarsi. Il presidente democratico, inoltre, offre condizioni ancora peggiori per gli esportatori cinesi. I dazi su gomma e tubi, la clausola «buy american», sono visti da Pechino come una manovra ostile nei suoi confronti. Dunque non si può nemmeno sollevare la vecchia scusa dell'«interesse economico al di sopra dei diritti umani», come si poteva dire per Clinton, perché per Obama, evidentemente, nemmeno l'interesse economico è prioritario.

Saranno prioritari, allora, gli interessi strategici? Nel campo della sicurezza, Bush aveva ottenuto da Pechino piena collaborazione per l'istituzione dei Colloqui a Sei, il maggior forum diplomatico sinora messo in piedi per ottenere la denuclearizzazione della Corea del Nord. I Colloqui a Sei sono notoriamente falliti ed è iniziata una nuova fase di politica aggressiva nordcoreana. Obama non ha ottenuto nulla di più sulla Corea del Nord, se non una promessa di proseguire i Colloqui a Sei, senza alcuna garanzia in più di un loro successo.

A cosa è servita, dunque, la tanto reclamizzata visita di Obama in Cina? La risposta, alla fine, è arrivata giovedì: la Cina promette di abbassare le sue quote di emissione di anidride carbonica, per contribuire al salvataggio del pianeta dal global warming. Obama può dunque ritenersi soddisfatto. I cinesi usano altri indici per misurare l'inquinamento, hanno dichiarato giovedì di ridurre in dieci anni del 40-45% la «carbon intensity» rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo è ambizioso solo sulla carta, perché riducendo l'«intensità» non è affatto detto che si riduca la quota di emissioni nei prossimi dieci anni. Ma la diplomazia della nuova amministrazione americana può dirsi soddisfatta perché ha ottenuto la prima, storica, dichiarazione sul clima da parte di una potenza emergente che sinora aveva parlato solo in termini di crescita economica.

Nella mentalità dell'attuale classe dirigente democratica conta solo questo risultato. Cresciuti in una cultura liberal, imbevuta di nuove teorie catastrofiste sulla prossima fine del mondo (dovuta al riscaldamento globale) e di vecchie teorie anti-capitaliste, ai nuovi progressisti importa poco la difesa dei vecchi diritti individuali. Appare obsoleto anche il libero scambio e persino la necessità di una crescita economica è messa in dubbio da teorie sulla decrescita sempre più alla moda. A Obama e compagni interessa prima di tutto e soprattutto condurre una vera e propria crociata internazionale per «salvare il mondo». Il global warming è visto, allo stesso tempo, come certezza scientifica (e per far rientrare la realtà nella teoria si possono truccare i dati al rialzo, come qualche coraggioso hacker ha dimostrato) e prosecuzione della lotta contro il capitalismo, ora accusato di essere inquinatore più ancora che sfruttatore.

 

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