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L'America sempre più sola tornerà ad essere una potenza unilateralista

Né Cina né Europa

di Anne Applebaum - l'Occidentale 25 Novembre 2009

Simili a comete che si schiantano l’una contro l’altra da due punti opposti dello spazio, la scorsa settimana due fenomeni diversi accaduti in differenti luoghi del mondo sono diventati di dominio pubblico. Se presi separati, probabilmente non avrebbero avuto un’importanza cosmica. Insieme, però, possono dimostrarsi degli interessanti precursori di avvenimenti futuri.

Il presidente americano Barack Obama ha incontrato in Cina il suo omologo Hu Jintao e il premier cinese Wen Jiabao. Il primo incontro ha ottenuto maggiore eco internazionale ma il secondo è stato molto più interessante. Secondo l’agenzia giornalistica cinese Xinhua, Wen ha detto a Obama che “Pechino non è d’accordo con la proposta di creare ‘Un gruppo di due’ perché la Cina è ancora un Paese in via di sviluppo e  dobbiamo tenere sempre presente questo fatto”. Nonostante sia felicissimo di continuare a mantenere relazioni economiche con gli Stati Uniti, Pechino “vuole avere una politica estera indipendente di pace e non si allineerà con nessun Paese o blocco di Paesi”.

Tradotto in altre parole: la Cina non coopererà nell’imposizione di sanzioni all’Iran; non ostacolerà il programma nucleare missilistico della Corea del Nord e non darà una mano per aiutare a risolvere i problemi in Afghanistan, in Medio Oriente o dovunque sia. In breve, Pechino ha deciso che non diventerà un partner strategico nella politica estera degli Stati Uniti.

Praticamente allo stesso tempo, i leader europei si trovavano rinchiusi nei soliti salotti di potere per discutere su chi doveva ottenere la carica di “Presidente” dell’Unione Europea e chi doveva diventare il nuovo “Alto Rappresentante” o Ministro degli Affari Esteri dell’Europa. Questi scambi di vedute rappresentavano il culmine di un decennio di diplomazia, dibattiti e referendum nazionali, tutto ciò con l’obiettivo di creare una politica estera europea più unita e per assegnare all’Europa un unico numero di telefono al quale Obama potrà chiamare quando ha voglia di fare due chiacchiere.

Ecco il risultato: il presidente dell’Europa sarà il primo ministro belga Herman Van Rompuy, un politico che – al di fuori dal suo Paese – è uno sconosciuto. Il ministro degli Affari Esteri europeo sarà invece la britannica Catherine Ashton, una burocrate ignota persino nel suo proprio Paese. Candidati con maggiore esperienza e influenza – come l’ex premier inglese Tony Blair e il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt – sono stati esclusi, a quanto pare, per la paura che questi leader di alto livello avrebbero avuto più esperienza e influenza rispetto ai poteri che in realtà verranno attribuiti alle due nuove cariche. Il quotidiano tedesco “Der Spiegel” annunciava la notizia con il titolo “L’Europa sceglie i signori nessuno”.

Tradotto in altre parole: l’Europa avrà pure un nuovo numero di telefono, ma quando Obama chiamerà, la persona all’altra parte del telefono continuerà ad essere incapace di prendere decisioni. L’“Europa” non sarà un’entità unica capace di coordinare una politica comune nei confronti dell’Iran, della Corea del Nord, dell’Afghanistan, del Medio Oriente o di qualsiasi altro posto possa sorgere nei prossimi mesi. In altre parole, l’Europa non può diventare un partner strategico nella politica estera americana.

E, quindi, restiamo in una situazione curiosa: gli Stati Uniti non vogliono più essere l’unica superpotenza. Il presidente americano non vuole più essere il leader di una superpotenza rimasta da sola. Nessun altro vuole che l’America sia l’unica superpotenza e, di fatto, gli Stati Uniti non possono neanche permettersi di essere l’unica superpotenza. Per di più, gli Usa non hanno un chiaro partner con cui condividere i suoi superpoteri e se l’America dovesse smettere di essere una superpotenza, niente e nessuno riuscirebbe a prendere il suo posto.

Tutto ciò non sarebbe la fine del mondo – pochi problemi non riuscirebbero a essere risolti con un lungo periodo di disinteresse benevolo – e forse non durerebbe neanche per sempre. L’Europa, considerata come un’entità unica, è comunque la maggiore economia mondiale. La Cina – qualsiasi cosa possa diventare in futuro – continua ad essere l’economia con la crescita mondiale più veloce. Prima o poi, la semplice necessità di difendere i propri interessi economici potrebbe persuadere o una o entrambe ad iniziare a prendere più sul serio il mondo che le circonda.

Questo significa, però, che l’amministrazione Obama ha un problema. Siccome è stato eletto promettendo di lavorare con gli alleati, presto potrebbe scoprire che non ci sono alleati con cui lavorare. L’Europa è ancora la nostra migliore speranza perché gli europei condividono molti dei nostri valori. Ma predisporre sanzioni con un’Europa divisa – e non prendiamo in considerazione il caso di un’operazione militare – continuerà ad essere la più grande seccatura per gli Usa. Nel frattempo, la Cina sta conquistando ampi interessi all’estero – facendo affari in Africa, nel Sud America e in Asia – e ha un’enorme esercito da piazzare. Ma Pechino sembra non essere interessata a condividere una campagna internazionale contro il terrorismo, la proliferazione nucleare o qualsiasi altra cosa.

Sembra chiaro, dunque, che questioni come le operazioni militari globali e la sicurezza internazionale rimarranno nelle mani degli Stati Uniti, gli piaccia o meno l’idea. A metà della sua presidenza, George W. Bush scoprì che doveva rinunciare all’unilateralismo e riprendere la diplomazia. Ora uno si domanda: in quale momento della sua presidenza Obama scoprirà che deve abbandonare la diplomazia per adottare una politica unilaterale?

Tratto da Washington Post

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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