1
L'espansione islamica in Russia

di Leonardo Tirabassi - Ragionpolitica giovedì 19 novembre 2009

«L'Islam è il destino della Russia». E' una profezia - speriamo non si avveri - annunciata da Aleksej Malashenko, uno dei più attenti interpreti della realtà musulmana nell'ex Unione Sovietica. Forse esagerata, forse no, la predizione disegna comunque uno degli scenari possibili, così sostiene Walter Laquer, il celebre saggista, esperto di terrorismo e Medioriente, nonché autore di una pregevole storia della Repubblica di Weimar e molto altro ancora. A riprova c'è l'andamento demografico, con il calo vertiginoso della natalità tra la popolazione slava e l'incremento altrettanto vertiginoso delle nascite tra le popolazioni musulmane. Nonostante la Russia sia stata segnata da vere e proprie catastrofi demografiche (nel 1917-1922 in seguito alla rivoluzione, nel 1931-1932 per la carestia provocata dalla collettivizzazione forzata delle terre, nel 1941-1944 a causa della seconda guerra mondiale), la crescita della popolazione nel periodo sovietico è proceduta a ritmo sostenuto, soprattutto per l'immigrazione forzata dalle altre Repubbliche sovietiche. Gli abitanti passarono dai 91 milioni del 1914 ai 116 del 1950, ai 147 del 1989. Ma dall'inizio degli anni Novanta la popolazione è diminuita, fino a sfiorare i 143 milioni di abitanti nel 2005, per poi scendere ulteriormente a 142 milioni (stima 2008). La causa della diminuzione della popolazione è da ricercarsi sia nel decremento demografico (-0,61% nel 2003) sia nei consistenti flussi migratori in uscita - tedeschi verso la Germania, ebrei verso Israele, russi in cerca di lavoro verso l'Europa occidentale. I seguaci dell'Islam ammonterebbero a circa 30 milioni.

Le ragioni dell'esistenza di questa fortissima comunità sono da ricercarsi nella natura stessa dell'impero russo, che nacque con un'espansione coloniale verso le terre limitrofe, e non oltremare come avvenne per le potenze europee. Ma mentre a occidente le linee di espansione territoriale erano dettate da somiglianze razziali e religiose, l'attrazione negli altri casi era da ricercarsi in una supposta «naturalità» geografica. Con il disfacimento dell'Unione Sovietica le aree più esterne, sia europee che asiatiche (i vari «-stan»), si sono rese indipendenti, ma entro i confini sono rimaste molte altre popolazioni non certo omogenee ai disegni del Cremlino. I fatti drammatici delle guerre caucasiche sono lì a dimostrarlo. Ma le tensioni non derivano solo da tensioni nazionalistiche interne: anche l'andamento recentissimo dell'impresa sovietica in Afghanistan ha segnato duramente la convivenza delle due comunità, fino ad arrivare all'11 settembre, data esemplare per la saldatura di un problema interno con una minaccia esterna.

E qui avviene un fatto strano, che rientra appieno nella psicologia dell'élite russa, che Laquer giustamente mette in rilievo. Invece di riconoscere il problema e la fonte del pericolo - fatto che avrebbe segnato elementi di unione e alleanza con gli Stati Uniti e l'Europa - Putin ha visto nel confronto-scontro con l'Occidente la prima fonte di ogni rischio per la Russia. Questo strabismo non deve stupire. Ha colpito spesso, nel corso della storia, paesi ossessionati dai propri miti e fantasmi - basti pensare alla Germania nella prima guerra mondiale - e quindi non deve sorprendere che Mosca dimentichi la propria storia, le guerre con l'impero ottomano, i racconti di Tolstoj, per lanciarsi contro avversari inesistenti, in uno schema che ripete quello sovietico, dimenticandosi la realtà. Strano? No, se solo si ricorda che le biografie della leadership russa portano il segno del comunismo e dei servizi segreti. Il fatto semmai originale è che l'imprinting, invece di indebolirsi, si è andato rafforzando con la fine dell'impero comunista sposandosi con il rinascente nazionalismo russo di cui, ad esempio, l'ideologo Alexander Dugin è uno dei massimi esponenti. Nazional bolscevico, ammiratore di Evola e Guenon, docente all'accademia militare, secondo Dugin la Russia ha una strada autonoma tra Oriente e Occidente, in un panslavismo ortodosso che sappia prendere il meglio del fascismo e del comunismo in una sintesi - o salsa - slava.

A parte la necessità di distinguere tra politica e storia delle ideologie, c'è da dire che questo pensiero, che per comodità possiamo definire tradizionalista e misticheggiante, risulta invece disorganico, adatto più ad esprimere un malessere che ad offrire una risposta teorica e politica ai problemi individuati. Dugin, in una formula, è la risposta russa alla globalizzazione, è la reazione slava al mercato mondiale, alla vittoria del «valore astratto» - direbbe Marx. Il punto d'avvio è una visione della politica di potenza, realista, dove la geopolitica, nuova visione del mondo post-moderno, al posto dei vecchi «-ismi», occupa il ruolo centrale di tutta la costruzione neo-tradizionalista, per concludersi in un anti-americanismo forsennato. Se gli Stati Uniti sono la nazione con un «destino manifesto», la Russia non è da meno: ad essa spetta il ruolo di guida dell'alleanza eurasiatica contro lo strapotere atlantico. Ancora una volta terra contro mare, Sparta contro Atene. Nel mondo esistono più poli di potere, ogni popolo ha il suo destino e compito di Mosca è di difendere la propria tradizione ortodossa, slava, europea che guarda ad Oriente, entro il mondo moderno. Ecco allora la traduzione strategica: alleanza dei paesi dell'ex Unione Sovietica, riproposizione della logica delle sfere di influenza, asse con la rivoluzione nazional-popolare dell'ariano Iran, sguardo benevolo verso la Cina.

Come al solito all'Europa spetterebbe un compito importantissimo, quello di rassicurare il potente vicino, tranquillizzarlo sulle nostre intenzioni pacifiche, che trovano un potente alleato nelle nostre naturali esigenze energetiche. Forse l'opposizione capirebbe di più se leggesse la politica estera di Berlusconi su questo sfondo invece di dare spazio ad escort e camere da letto. 

 

Indietro

Condividi questo articolo
Facebook! Twitter! Google! Segnala su OK Notizie Digg! Live! Yahoo!