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Al vertice Fao si è discusso anche di «land grabbing»

di Anna Bono - Ragionpolitica mercoledì 18 novembre 2009

Al vertice sulla sicurezza alimentare della Fao appena conclusosi a Roma si è parlato anche di «land grabbing». Sotto questa voce, come è noto, si indicano le operazioni di compravendita e di affitto di terreni in paesi a basso livello di sviluppo da parte di stati e di imprese private. I governi acquirenti di solito ne ricavano raccolti alimentari destinati ai mercati interni dei propri paesi: è il caso, ad esempio, dell'Arabia Saudita. In Madagascar, invece, è stata la sudcoreana Daewood a contrattare lo scorso anno una concessione di 99 anni per realizzare piantagioni di mais e di alberi di palma da cui ricavare prevalentemente biocombustibili. Il Collettivo per la difesa delle terre malgasce, presente a Roma con una delegazione, sostiene che la cessione riguarda metà della superficie agricola totale del paese e quindi non solo danneggia i contadini locali, ma compromette la produzione alimentare mettendo in pericolo la sopravvivenza dell'intera popolazione malgascia. Sarebbe questo uno dei motivi che hanno portato lo scorso marzo al colpo di stato che ha costretto all'esilio il presidente Marc Ravalomanana, ma ora il nuovo leader, Andry Rajoelina, sembra essersi rimangiato la promessa di cancellare l'accordo.

«Grabbing» deriva dal verbo inglese «to grab» che vuol dire afferrare, arraffare. L'uso di questa espressione - di solito resa in italiano con «accaparramento di terre agricole» - denota quindi un giudizio negativo che al summit della Fao e al Forum parallelo, il consueto «contro-vertice» convocato sempre a Roma dalle organizzazioni non governative, è stato più volte vigorosamente ribadito. Muhammar Gheddafi, presidente della Libia nonché dell'Unione Africana per l'anno in corso, ha definito il «land grabbing» una forma di «neo-feudalesimo»: «I paesi ricchi - ha detto - stanno comprando la terra in Africa, privando il popolo africano dei suoi diritti». Non succederà in Zimbabwe, ha assicurato il presidente di quel paese, Robert Mugabe, che ha garantito di restare fedele alla propria politica della terra, centrata sul popolo, e di difendere i diritti dei propri connazionali contro «i nemici neo-coloniali».

Il «land grabbing» in effetti suscita delle perplessità o, quanto meno, solleva un ovvio interrogativo. Se le terre acquistate o affittate sono coltivabili oppure possono essere rese tali con opportuni apporti tecnologici, non renderebbe di più agli abitanti di un paese farlo in proprio e poi vendere i prodotti ricavati, meglio ancora, quando è possibile, già lavorati?

Comunque sia, va rimarcata la vistosa alterazione dei fatti mirante, come al solito, ad attribuire alla maligna volontà di soggetti estranei al continente la responsabilità di un ennesimo danno inflitto ai suoi abitanti. Non si può infatti pensare che i governanti africani firmino dei contratti senza rendersi conto di quello che implicano e mancando del diritto a farlo. Questo poteva essere vero all'inizio della colonizzazione europea quando si facevano firmare atti di concessione a capi villaggio analfabeti e privi di diritti legali sulle terre che inconsapevolmente cedevano. I leader attuali invece sono perfettamente in grado di capire il contenuto dei contratti che sottoscrivono e inoltre, salvo alcuni casi, sono al potere, almeno così risulta, per volontà popolare espressa con il voto e quindi sono autorizzati ad amministrare e a governare in nome e per conto dei loro concittadini. Se qualcuno sta privando il popolo africano dei suoi diritti, come sostiene Gheddafi, l'indice non va dunque puntato su di loro?

Almeno in un caso, poi, si tratterebbe di africani che sottraggono la terra ad altri africani. Una delle più consistenti operazioni di «land grabbing» finora attuate riguarda infatti un terzo dei terreni della Repubblica del Congo ceduti per 90 anni alla AgriSA, una società del Sudafrica. La stipulazione del contratto sarebbe stata fortemente sostenuta dal governo sudafricano che sta aiutando i grandi proprietari terrieri, per lo più bianchi, ad acquisire terre in almeno altri 12 stati africani: a quanto pare, per liberare i latifondi e frammentarli in piccole proprietà da distribuire alla popolazione nera. A differenza dello Zimbabwe dove, all'inizio del secolo, il governo di Mugabe ha espropriato con la forza centinaia di fattorie di proprietà di cittadini di origine europea, Pretoria cercherebbe di offrire un'alternativa ai propri farmer in funzione di una prossima riforma agraria. 

 

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