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La nazione etnica: se ritorna la minaccia di un mito violento

Prospettive - Dalla fine dell' impero romano ai rischi del XXI secolo

Il saggio - Lo storico Patrick J. Geary e l' origine di un continente

Nascita dell' Europa e rivendicazione di sovranità: così da Est a Ovest l' identità si impose come ideologia

Paolo Mieli - Corriere della Sera 17 novembre 2009

È vero che l' origine delle nostre identità nazionali risale a mille e cinquecento o duemila anni fa? L' editore Carocci si accinge a tradurre Il mito delle nazioni - Le origini medievali dell' Europa, un importante libro dello storico statunitense Patrick J. Geary che fa a pezzi questa radicata convinzione.

Nella prefazione all' edizione italiana di questo testo, un grande medievista, Giuseppe Sergi, ricorda il dibattito che nel Novecento ha diviso i cultori della materia in «primordialisti», «perennisti» e «modernisti» («cioè tra coloro che ritengono le identità nazionali, nell' ordine, senza tempo e "naturali", oppure di radici antiche e di lunghissima durata, o in gran parte costruite e inventate in età moderna») e fissa un punto di svolta per questo genere di studi nell' anno 1979 quando fu pubblicato il monumentale libro di Herwig Wolfram che distruggeva, fino a negarla, l' identità dei Goti. E il discorso non vale solo per i Goti. In sostanza tutti quei popoli a cui in Europa ci richiamiamo per dare lustro alla nostra identità di oggi, in quanto tali non sono mai esistiti.

Del resto di quei secoli si sa poco - chi è interessato a farsene un' idea la più aggiornata deve assolutamente leggere Dieci secoli di medioevo di Renato Bordone e del Giuseppe Sergi di cui si è appena detto, pubblicato da Einaudi - e l' ignoranza ha favorito la creazione di miti delle origini: è l' «oscurità» dell' Alto Medioevo, afferma Geary, «a renderlo facile preda dei sostenitori del nazionalismo etnico; alcune rivendicazioni possono essere fondate impunemente su un' appropriazione del periodo delle migrazioni, proprio in quanto pochissimi lo conoscono davvero».

Due storici dell' antichità, soprattutto Erodoto ma anche Tacito, ci hanno messi in guardia dagli «effetti perniciosi» della classificazione di popoli diversi da quello a cui appartiene chi si occupa di storia. Discorso che vale per l' antichità ma anche per tempi successivi. E infatti ai nomi di popoli che abbiamo imparato a scuola corrispondono «sempre» (sostiene Sergi) nell' Alto Medioevo «federazioni provvisorie di aggregati tribali la cui stessa composizione è mutevole all' interno». Talché si può dire che la storia delle nazioni che hanno popolato l' Europa nell' Alto Medioevo non comincia nel VI secolo, bensì nel XVIII quando se ne è cominciato a parlare.

Ciò non significa che gli uomini che hanno vissuto mille e cinquecento anni fa non avessero un senso nazionale o di identità collettiva, ma questo senso era tutt' altra cosa da come ce lo ha presentato la storiografia degli ultimi due secoli. Ben lungi dall' essere neutrali, i metodi moderni nell' ambito della ricerca storica e della storiografia sono stati sviluppati in funzione degli obiettivi perseguiti dai nazionalisti. Sostiene Geary che la storia moderna è nata nell' Ottocento appunto come strumento al servizio dell' ideologia nazionalista e in quanto tale ha trasformato la nostra visione del passato in «una discarica di rifiuti tossici intrisa dei miasmi del nazionalismo etnico» i quali si sono insinuati nei recessi più reconditi della coscienza popolare: «Bonificare questa discarica - afferma - è la sfida più grande con cui gli storici devono oggi fare i conti».

Le rivendicazioni di sovranità cui oggi assistiamo in Europa a est come a ovest, dice dunque l' autore de Il mito delle nazioni, sono una creazione del XIX secolo, un' epoca nel corso della quale la combinazione tra le filosofie politiche romantiche di Rousseau e Hegel, la storiografia «scientifica» e la filologia indoeuropea hanno prodotto il nazionalismo etnico: questa pseudoscienza ha condotto l' Europa, per ben due volte, alla distruzione e potrebbe tornare a farlo. La vera natura dei popoli europei nel corso del primo millennio era molto più fluida, complessa e dinamica di quanto immaginino i moderni nazionalisti. I nomi di questi popoli possono sembrarci familiari dopo un migliaio di anni, ma le realtà sociali, culturali e politiche che essi definivano erano radicalmente diverse da ciò che sono oggi. «Per questa ragione - afferma Geary - abbiamo bisogno di un nuovo approccio che ci consenta di capire che cosa furono i popoli d' Europa, in particolare nel corso di quel periodo di formazione dell' identità europea che fu il primo millennio; dobbiamo anche capire come certi preconcetti, che nel Novecento hanno richiamato milioni di uomini nelle strade e ne hanno spediti ancor più nella tomba, abbiano preso forma soltanto un secolo fa».

Ma in che consiste il mito? Qualsiasi studente di storia dell' Europa occidentale, sintetizza Geary, conosce a memoria un certo tipo di racconti: un giorno, i popoli germanici, come i Burgundi, i Goti o i Longobardi, che vivevano nel sud della Scandinavia, hanno intrapreso una lunga marcia verso sud, spinti dai cambiamenti climatici, dalle carestie, dalla sovrappopolazione o per altre cause ancora ignote. Questi popoli hanno attraversato tutta l' Europa, portando con sé le loro lingue, i loro costumi, le loro tradizioni e trasmettendo la loro identità ai propri figli, nel corso di migrazioni che si sono susseguite per diverse generazioni, fino ai giorni in cui si sono ritrovati ai confini dell' impero romano. Lì, guidati da eroici re-guerrieri discendenti di antiche famiglie reali o nobili, hanno sfidato il potere di Roma e si sono ritagliati dei regni sui resti dell' impero. Fra questi Germani eroici si possono menzionare l' ostrogoto Teodorico, discendente dell' antica famiglia reale degli Amali; Alarico, il capo dei Visigoti, che era della dinastia dei Balti; Alboino, il capo dei Longobardi, che apparteneva alla famiglia dei Gauti; il franco Clodoveo, membro della famiglia reale merovingia... È in nome di questo lontanissimo passato che nell' Ottocento e nel Novecento alcuni leader hanno incitato i loro popoli ad aspirare prima e a lottare poi per la loro nazione. Ma, afferma Geary, «niente nei documenti di cui disponiamo giustifica queste rivendicazioni storiche e linguistiche, indipendentemente dalla loro carica emotiva». Niente. «La corrispondenza tra i "popoli" altomedievali e i popoli contemporanei è un mito». Appunto: «Il mito delle nazioni».

Se c' è un modo con il quale lo studio di quei primi secoli dell' era cristiana può aiutarci a far luce sull' oggi questo è assai più sofisticato. Qualche anno fa, in un bellissimo libro edito da Laterza, Alessandro Barbero ha provato a individuare - tra mille cautele - i tratti che favoriscono un' identificazione tra quel che è possibile osservare nei tempi attuali e quel che accadeva duemila anni fa: oggi come allora viviamo in un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un' amministrazione stabile e di un' economia integrata; all' esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; autorità di governo che devono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall' allontanamento forzato all' accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d' ingresso all' offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Poi, proseguiva Barbari (questo il titolo del libro), a partire dalla crisi del III secolo l' immigrazione rappresentò per l' impero romano una risorsa indispensabile: tanto il ripopolamento delle campagne spopolate dalla guerra e dalle epidemie, quanto il reclutamento di un esercito in un contesto di ossessiva fame di uomini, finirono per dipendere in larga misura dalla capacità del governo di accogliere immigrati o, in caso di bisogno, di organizzare deportazioni forzate verso l' interno dell' impero. E «nonostante l' estrema brutalità con cui queste operazioni venivano normalmente condotte nonché la paurosa corruzione degli apparati incaricati di gestirle, esisteva comunque un consenso di fondo sulla necessità di questa manodopera e sull' opportunità di favorirne l' assimilazione».

Anche Geary si sofferma sulla crisi del III secolo e ne parla come di un fenomeno complesso provocato dalla crescente pressione esercitata sulla frontiera danubiana, in Nordafrica e al confine con la Persia, così come dal calo demografico e dalla crisi politica in Italia, centro tradizionale del potere romano. Questa crisi ebbe come esito uno spostamento dell' asse del potere dall' Italia alle frontiere dove l' esercito cercava di contenere i barbari. Da quel momento gli imperatori non furono più «creati» nei vecchi centri dell' impero, ma vennero scelti e addestrati fra i comandanti delle truppe stanziate lungo le frontiere. Quando questi «imperatori da caserma» si rivelarono incapaci di soddisfare le rivendicazioni economiche dei loro soldati o di guidarli alla vittoria contro gli eserciti rivali così come contro i nemici barbari, furono assassinati dalle proprie truppe. Tra il 235 e il 284, diciassette imperatori su venti andarono incontro a una morte violenta, spesso dopo solo qualche mese di travagliato governo. I costi per sostenere una macchina militare sempre più dispendiosa e ciò nonostante inefficace, divennero un peso insostenibile proprio per quei gruppi che in passato avevano più beneficiato del sistema imperiale: i proprietari terrieri delle province. Questi ultimi a loro volta ne scaricarono i costi sulle spalle di coloni e schiavi e di conseguenza l' impero dovette affrontare un periodo di rivolte sempre più gravi nonché di abbandono delle terre da parte dei contadini.

A questo punto l' imperativo più urgente era quello di domare la minaccia rappresentata dai barbari. Tra il 253 e il 275, cioè nella stagione che va da Gallieno ad Aureliano, furono impartite brutali sconfitte ai Franchi, agli Alamanni e infine ai Goti; dopodiché le incursioni continuarono in modo sporadico ma per un altro secolo le frontiere rimasero essenzialmente sicure. Anche perché per gli eserciti barbari la sconfitta equivaleva alla distruzione della loro identità. Il livello di devastazione causato dalle invasioni barbariche nell' impero non era nulla se paragonato alle distruzioni e ai massacri perpetrati dagli eserciti romani in occasione delle loro spedizioni al di là del Reno o del Danubio. Uno scritto del 310 descrive il trattamento riservato ai Brutteri dopo una spedizione punitiva guidata da Costantino: i barbari furono intrappolati in una regione di foreste impenetrabili e di paludi; gran parte di loro furono uccisi, il loro bestiame confiscato, i loro villaggi dati alle fiamme; tutti gli adulti furono dati in pasto alle belve nell' arena e i bambini venduti come schiavi. Nel 270, dopo aver vinto il loro esercito, l' imperatore Aureliano strinse un trattato con i Vandali che divennero foederati dei Romani e prima della fine del secolo trattati di questo genere furono conclusi anche con i Franchi e con i Goti, che divennero a tutti gli effetti amici di Roma; cosicché nelle zone di confine si fronteggiarono da quel momento fazioni barbare filoromane e antiromane.

Sosteneva però poi Barbero a conclusione del suo libro che la situazione precipitò definitivamente quando l' impero si vide costretto a lasciar entrare moltitudini di gente che in realtà non sapeva come sistemare e a proporre loro sistemazioni troppo precarie per essere soddisfacenti; «quando cioè sotto la spinta delle circostanze non si poté più parlare di una politica dell' immigrazione, come quella che bene o male, in modi brutali e corrotti, aveva comunque permesso di accogliere una moltitudine di profughi e immigrati, e di rinnovare profondamente la composizione etnica degli stessi gruppi dirigenti». A partire da allora, «gli stanziamenti delle bande barbariche e dei loro capi sul suolo delle province d' Occidente, e gli obblighi di mantenimento imposti alle popolazioni provinciali, comportarono sempre più spesso una perdita dell' effettivo controllo governativo su quei territori, e la nascita con il tempo di regni dapprima autonomi e poi a tutti gli effetti indipendenti». E fu la caduta dell' impero romano d' Occidente. Finché si giunse, racconta Geary, alla creazione nel VI secolo di nuovi regni territoriali in quello che era stato l' impero romano, cosa che mutò tanto la natura dei popoli che diedero i loro nomi a queste entità regionali, quanto quella dei «nuovi» barbari che si stabilirono nelle zone di frontiera abbandonate da questi gruppi. Ciò che si tradusse in una parziale cancellazione dei limiti che separavano i Romani dai barbari, se non nella loro totale abolizione.

Per tutto il IV e il V secolo, la linea di divisione principale nella società era stata quella che separava i romani dai barbari. Se nell' Antichità classica la parola «barbaro» faceva risuonare almeno una sia pur leggera nota di disonore, nel mondo militare della Tarda Antichità gli eserciti federati accettavano di buon grado questo termine in quanto percepito come una designazione neutra, o addirittura positiva, della loro identità non romana, un' identità collettiva assai più stabile della miriade di nomi tribali che potevano essere affibbiati alle loro famiglie e ai loro eserciti. E all' inizio del VII secolo, questa distinzione tra Romani e barbari aveva perso qualsiasi significato. La cittadinanza romana non aveva alcun valore; gli abitanti delle regioni erano divisi in base all' appartenenza a una determinata classe sociale, non in base alla lingua, alle usanze o alla legge. Il termine «barbaro», quindi, cominciò ad assumere un nuovo significato: quello di straniero e, sempre più spesso, quello di pagano. E quando dei cristiani vengono definiti barbari, la parola ha una connotazione negativa e serve a designare un nemico violento, un nemico che, sebbene cristiano, si comporta come vuole lo stereotipo del pagano. Ed è a questo punto che, conclude Geary, con la scomparsa dei barbari dall' impero scomparvero anche i Romani.

paolo.mieli@ rcs.it

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In libreria I molti paralleli fra le emergenze di ieri e oggi Il saggio di Patrick J. Geary, Il mito delle nazioni - Le origini medievali dell' Europa è in uscita da Carocci (pp. 224, 18,70), con prefazione di Giuseppe Sergi. Renato Bordone e lo stesso Giuseppe Sergi pubblicano invece da Einaudi Dieci secoli di medioevo (pp. 430, 26), nel quale si intende depurare il millennio medievale dagli «stereotipi colti» che caratterizzano le conoscenze su questa fase storica. Alessandro Barbero ha dato alle stampe qualche tempo fa, con Laterza, il saggio Barbari - Immigrati, profughi, deportati nell' impero romano (pp. 356, 16), in cui è tracciato un parallelo fra le emergenze del passato e quelle di oggi.

 

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