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L'Afghanistan come il Vietnam?

di Leonardo Tirabassi - Ragionpolitica sabato 14 novembre 2009

Il senatore Kerry, sull'ultimo numero di Newsweek, dedica un articolo al sempiterno problema per eccellenza degli americani: la guerra del Vietnam. Tema politico oltre che storico, a dimostrazione della continua riproposizione dei dilemmi che allora si affacciarono nella leadership statunitense, stretta tra doveri di difesa dall'espansione comunista, e quindi interventisti, e spinte isolazioniste. Non è quindi un caso che un simile dibattito ritorni adesso che il presidente Obama deve scegliere la giusta strategia per l'Afghanistan, indeciso tra un maggiore impegno, come richiesto dal comandante McChrystal, e la stanchezza della guerra che si sta affacciando nell'opinione pubblica americana dopo quasi otto anni di conflitto, che fa pendere la bilancia verso la scelta di una strategia meno dispendiosa che ora va sotto il nome di «antiterrorismo».

L'articolo di Kerry è intitolato «Beware the revisionists»: «Attenzione ai revisionisti», e ripete l'ammonizione che Shakespeare mette in bocca all'indovino cieco all'inizio del «Giulio Cesare»: «Caesar, Caesar, beware the ides of march!». La frase dà un'idea precisa del rischio che interpretazioni sbagliate - secondo il senatore democratico - delle lezioni che vengono da lontano possano fornire alla politica. La catastrofe è lì, sempre pronta a inghiottire ogni sogno di riuscire a dominare le periferie del mondo. Kerry, veterano del Vietnam, si scaglia contro una rilettura del conflitto che attribuisce la sconfitta al crollo del fronte interno, al collasso della volontà americana di combattere. La tesi dei «revisionisti» è ben articolata e parte dal paradosso caratteristico di tutte le guerre di contro-insorgenza, dove uno Stato enormemente più forte si scontra con un nemico molto più debole. Come è possibile che un esercito che non ha mai perso una battaglia sia costretto a levare le tende e tornare a casa? Perché tra la giungle o le montagne di paesi in via di sviluppo, o del Terzo Mondo, le vittorie militari non si traducono in vittoria politica? Questa tesi arriva alla conclusione che a cedere non fu il fronte esterno, ma a mancare fu proprio la volontà dei combattenti, dell'opinione pubblica, dei politici, insomma a crollare fu l'intero paese distrutto nel morale da una guerra di cui non capiva più la ragion d'essere. E - ironia della sorte - proprio mentre la nuova strategia messa a punto dal generale Abrams, che aveva sostituito Westmoreland dopo l'offensiva del Tet, stava funzionando. Fin dal suo arrivo, il nuovo comandante aveva infatti inaugurato una classica strategia di contro-insorgenza diretta alla conquista delle menti e dei cuori dei vietnamiti del Sud, cioè diretta a soddisfare le esigenze della popolazione, e non più solo concentrata sull'aspetto prettamente militare del nemico, come era la famigerata dottrina d'attrito «search and destroy» di Westmoreland.

Kerry si schiera chiaramente contro questa interpretazione, appoggiata anche dal colonnello Nagl, autore di un pregevole libro sulla guerra di contro-insorgenza, «How learn a soup with a knife», nonché consulente prima di Petraeus in Iraq e adesso di McChrystal in Afghanistan. Kerry afferma che questi revisionisti non capiscono un punto centrale. A mancare in Vietnam non fu la tattica, le vittorie sul campo, bensì la strategia. Con le parole di Sun Tzu, «la tattica senza la strategia è il rumore prima della sconfitta». Il messaggio politico è chiaro: l'attuale discussione sull'Afghanistan è mal posta, il problema non è se sia giusto o sbagliato inviare qualche decina di migliaia di uomini in più, ma definire per che cosa stiamo combattendo, quali siano l'obiettivo politico e quello militare, la visione generale e il centro di gravità del nemico. Obama deve stare attento alle sirene - novelli Bruto? - che vorrebbero costringerlo ad un maggiore impegno in Afghanistan.

Ha ragione Kerry? Senz'altro porta argomenti da non sottovalutare, ma in Vietnam molti furono gli errori commessi dagli americani, in un elenco senza fine. Ma se non vogliamo fare i grilli parlanti o gli indovini dopo che la festa è finita, le uniche osservazioni serie che si possono fare sull'attuale situazione in confronto al Vietnam sono le seguenti. La prima: in Afghanistan, come in Vietnam e in Iraq, si sta combattendo una guerra limitata e non totale, cioè la guerra è al servizio della politica che deve mettere bocca sempre e comunque negli affari militari; in secondo luogo, è necessario definire chiaramente in che cosa consiste la vittoria militare e politica per gli americani e i loro alleati, obiettivo che può essere anche diverso da quello degli afghani - vero e proprio work in progress; terzo, ogni uso della forza che non tuteli la vita dei civili non è possibile, né tollerabile moralmente, politicamente e legalmente; quarto, nessuna small war può essere combattuta interamente per procura, i primi attori devono essere gli afghani stessi e in primo luogo il governo che si sono scelti; infine, uno dei fattori che più influiscono sullo sconfitta degli eserciti occidentali è l'esistenza dei santuari all'esterno dei confini (allora erano la Cambogia e il Laos, oggi il Pakistan).

Quello che è certo è che se sulla storia si può discutere all'infinito senza pagare nessun pegno, in guerra il tempo è una risorsa scarsissima e Obama farebbe meglio a decidere al più presto, perché lo spettacolo che sta offrendo è francamente poco edificante.

 

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