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I cattolici vogliono recuperare Marx ma di utile rimane solo il fantasma

Fedeli comunisti

Carlo Stagnaro Libero 22/10/09

 
Tra crisi economica e crisi delle vocazioni, le schegge impazzite della Chiesa s’aggrappano alla barba di Carlo Marx. L’ultimo numero della rivista dei gesuiti, “La civiltà cattolica”, ospita un interessante articolo di padre Georg Sans, professore di Storia della filosofia contemporanea presso l’Università Gregoriana. Il titolo è ambiguo: “Che cosa rimane di Marx dopo la caduta del muro di Berlino”. Il testo, ripreso con grande enfasi dall’Osservatore Romano, non lo è: «Marx non può ritenersi superato», almeno non del tutto. E se a qualcuno rimanessero dei dubbi, ci pensa l’illustrazione, gentilmente fornita dal quotidiano della Santa Sede: il profilo del filosofo di Treviri giustapposto al logo del Wwf. Come se il padre del comunismo fosse un panda da salvare.

La tesi di Sans è mezza giusta e mezza sbagliata. La metà corretta, lo è involontariamente e nel senso contrario a quello voluto. Partiamo da qui. Il gesuita si assegna il compito da un lato di salvare Marx dall’influenza del suo brother in arms, Friedrich Engels, a cui Sans attribuisce gran parte della concezione materialista dell’uomo e della storia; dall’altro, assolve Marx dai crimini del comunismo. Infatti, «i poteri dittatoriali socialisti hanno sfigurato le concezioni del Marx storico fino a renderle in parte irriconoscibili». Quindi, «sarebbe un grossolano errore ritenere che lo spirito che sta dietro l’avvento del comunismo coinvolga in ogni caso Karl Marx». Come dire, sarebbe sbagliato ritenere il tronco di un albero responsabile dei frutti che i rami producono.

Un eden indefinito

Per quanto elaborato, il ragionamento di Sans riecheggia parole udite tante volte nel passato, da parte di chi - volendo lustrare l’immagine del suo santo patrono - ha scaricato ogni responsabilità sul presunto tradimento di Lenin e Stalin. C’è un nocciolo di verità: il comunismo realizzato è molto diverso dalla terra promessa marxiana, una terra pure dai confini sfumati perché Marx, sempre prodigo di considerazioni sulle brutture del capitalismo, non ha mai messo veramente a fuoco i contorni dell’eden dei lavoratori.

Ma il rapporto va rovesciato: come ha sostenuto Guglielmo Piombini in un articolo sulla rivista libertaria “Enclave”, Lenin e Stalin rappresentano il volto umano di Marx, non il contrario. Infatti, «le repressioni, le carestie e, più in generale, i periodi peggiori della storia del comunismo si trovano in rapporto di proporzionalità diretta con il grado di vicinanza al modello di comunismo puro».

Il tentativo di liberare Marx dalla zavorra del socialismo reale, comunque, è un peccato veniale se confrontato con l’affondo culturale di padre Sans, il quale intende riproporre due passaggi cruciali della teoria marxiana come categorie utili a interpretare l’oggi. A suo avviso, «proprio se si tiene conto della problematica della globalizzazione, almeno su due punti non gli si possono muovere obiezioni». Uno è «l’idea che non corrisponde alla natura dell’uomo intendere il lavoro retribuito come semplice mezzo per assicurarsi l’esistenza fisica». L’altro consiste nel fatto che «la forma del lavoro, come pure a spartizione tra povertà e ricchezza, non sono dati naturali, ma l’espressione di strutture create dall’uomo». A valle di ciò, Sans promuove tanto la concezione marxiana del «lavoro alienante», quanto «il problema dell’origine del plusvalore».

Anticaglie economiche

In verità, la faccenda del plusvalore è anticaglia economica. Pensare nei termini marxiani su questi temi - e a cascata su tutto ciò che ne deriva - significa scindere totalmente il prestatore d’opera dal prenditore di stipendio. Questo approccio tradisce un radicale fraintendimento del modo in cui funziona il mercato libero. Il salariato è una sorta di imprenditore di se stesso, che cede il suo lavoro in cambio di un compenso. L’esistenza e l’entità della retribuzione testimoniano che ha saputo soddisfare esigenze altrui. In breve, l’aspetto cruciale non è che uno percepisce un reddito, ma che produce un reddito. E ciò determina una distribuzione della ricchezza che fatalmente tende a premiare chi meglio ha saputo servire il prossimo, dandogli quel che desidera e soddisfacendone i bisogni.

Del resto, lo stesso padre Sans riconosce che «la teoria marxiana del valore presta il fianco a molte obiezioni» e che «oggi si è ampiamente d’accordo sul fatto che la teoria marxiana dei salari e dei prezzi non trova rispondenza nelle situazioni economiche concrete».

Con queste premesse, è davvero difficile trovare qualcosa che possa essere ancora utile. Tolto il materialismo, tolto il comunismo, tolta la teoria del valore, tolti i salari e i prezzi, che cosa resta di Karl Marx oltre al suo spettro? Mistero della fede.

carlo.stagnaro@brunoleoni.it

 

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