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L'Occidente in Africa. E' vero «imperialismo»?

di Anna Bono - Ragionpolitica venerdì 16 ottobre 2009

Intervenendo al Sinodo per l'Africa, in corso nella Città del Vaticano dal 5 al 24 ottobre, molti vescovi hanno denunciato l'«imperialismo culturale» dell'Occidente che, mentre presta i necessari aiuti umanitari, ne approfitta per imporre ideologie e stili di vita contrastanti con le tradizioni africane. «I popoli occidentali si distacchino dal pensiero che tutto quello che credono e fanno diventi regola in tutto il mondo - ha detto l'arcivescovo di Dakar, Senegal, Thèodore Adrien Sarr - se ci vogliono aiutare, non possono però instillarci idee che non riteniamo corrette». Come lui si è espresso Wilfried Fox Napier, arcivescovo di Durban, Sudafrica: «Bisogna che l'indipendenza delle popolazioni africane venga rispettata» e con essa «la cultura e la dignità della persona umana». Rispetto ha sollecitato anche John Njue, arcivescovo di Nairobi, Kenya: «Cooperazione e aiuti sono necessari, ma bisogna rispettare l'indipendenza e il punto di vista, la cultura e la dignità dei popoli africani; non è giusto dare aiuti condizionati al cambiamento dei valori della persona su temi come l'aborto e la concezione della famiglia». Per tutti, infine, ha parlato il relatore generale del Sinodo, Peter Turkson, arcivescovo di Cape Coast, Ghana, ricordando nella sua Relatio post disceptationem, letta il 13 ottobre, la grande stima dell'istituto familiare presente in tutte le culture africane e i danni che possono derivare «da ideologie e programmi internazionali imposti sia con erronee motivazioni sia come condizionamenti in vista dell'aiuto allo sviluppo». Programmi di salute riproduttiva troppo concentrati su aborto e sterilizzazione e i modelli di emancipazione proposti alle donne dall'ideologia di genere elaborata dal femminismo antagonista che, secondo una tendenza oggi diffusa, spesso sembra confondere libertà con irresponsabilità, sono i principali bersagli delle critiche rivolte dal Sinodo all'Occidente.

Ma non rende giustizia alla civiltà cristiana occidentale, né buon servizio alle popolazioni africane, dimenticare o sottovalutare il fatto che in Africa l'«imperialismo culturale» dell'Occidente ha introdotto e continua a sostenere, in alternativa e contro istituzioni tribali millenarie, il valore supremo della persona umana e l'esistenza indiscutibile di diritti ad essa inerenti, quindi universali e inalienabili. Nei fatti - e lo sanno tutti coloro che a vario titolo si interessano al continente africano - è difficile, per non dire impossibile, rispettare al tempo stesso la cultura africana e la dignità della persona, perché molte delle istituzioni fondanti delle società africane tradizionali impongono gravi discriminazioni, per di più in base a intangibili fattori ascritti come il sesso e l'anzianità, impediscono alle persone di decidere di sé e da sé liberamente e ne violano l'integrità fisica e morale. Si tratta di istituzioni quali, tra le altre, il matrimonio infantile, combinato e imposto, la poliginia, il prezzo della sposa, le mutilazioni genitali femminili, il ripudio, il levirato, le punizioni fisiche anche estreme, la schiavitù e le classi d'età, alle quali vanno aggiunti tribalismo e stregoneria, due elementi universali ed essenziali delle culture africane, dagli effetti da sempre e tuttora devastanti.

Si dovrebbe piuttosto rimproverare alla cooperazione internazionale allo sviluppo, finanziata dai governi occidentali, di non aver fatto abbastanza per scardinare il sistema sociale autoritario, patriarcale e gerontocratico tipico del modo di produzione di lignaggio africano, funzionale a economie di sussistenza alle quali per decenni ci si è illusi di poter sostituire economie produttive di mercato, eliminando quindi fame e povertà, con la semplice introduzione di tecnologie più avanzate, nel pieno rispetto però delle culture tribali.

Altrettanto difficile, per finire, è aiutare lo sviluppo dell'Africa mediante una «partnership su un piano di parità»: una richiesta anch'essa formulata da più parti durante il Sinodo e senza dubbio giusta nella sostanza, ma che non tiene conto della realtà con cui gli aiuti umanitari e allo sviluppo devono confrontarsi. Il malgoverno, la corruzione e persino la ferocia che caratterizzano dalle indipendenze tanti governi africani comportano per forza che i responsabili della cooperazione internazionale impongano condizioni precise all'erogazione di finanziamenti e di altri contributi escludendo, a tutela degli interessi delle popolazioni destinatarie degli aiuti e di quelle che li forniscono, un rapporto paritario e a maggior ragione la completa autonomia di gestione delle risorse ricevute rivendicata dalle leadership africane.

 

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