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La "rivoluzione verde" di Borlaug che non piace agli ambientalisti

Il "grano nano" contro la fame

di Anna Bono - l'Occidentale 26 Settembre 2009

 
Il 12 settembre è morto a Dallas, USA, all’età di 95 anni, Norman Borlaug. Della sua scomparsa quasi nessuno ha parlato. Eppure il mondo intero avrebbe dovuto commemorarlo perché, come disse nel 2002 l’allora presidente della National Academy of Sciences Bruce Alberts conferendogli la Public Welfare Medal, Borlaug è forse “la persona che ha salvato più vite umane nella storia”.

A lui, patologo vegetale e genetista, si deve infatti l’invenzione del “grano nano”, una varietà di cereale dall’ottima resa e dal gambo corto e robusto in grado di sostenere senza flettersi una pesante spiga ricca di chicchi, che ha reso possibile quella “rivoluzione verde” che dagli anni 60 del secolo scorso ha salvato dalla morte per fame centinaia di milioni di persone. 

Il “grano nano” fu sperimentato con successo dapprima in Messico, nel 1963, trasformandolo addirittura in un paese esportatore di cereali dopo anni di scarsità critica. Due anni dopo Borlaug era in India. Il subcontinente asiatico stava uscendo da una delle terribili carestie che fino ad allora avevano periodicamente falcidiato la popolazione. L’introduzione del “grano nano” nel 1965 portò la produzione di frumento a 12 milioni di tonnellate e nel 1970 il raccolto fu di 20 milioni. Gli stessi risultati si ebbero poi in Pakistan e in tutti gli altri paesi in cui furono realizzati i programmi di sviluppo agricolo diretti da Borlaug.

Perciò nel 1970 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace. I cinque membri del Comitato motivarono come segue la loro decisione: “Più di ogni altra persona del nostro tempo ha aiutato a dare il pane a un mondo affamato. Abbiano fatto questa scelta nella speranza che provvedendo al pane si dia pace a questo mondo”. Ma da allora molte cose sono cambiate sotto l’influenza crescente dei movimenti ambientalisti. Celebrare l’inventore di un organismo geneticamente modificato – per utile che ne sia stata la creazione – di sicuro oggi non è considerato opportuno. Si può immaginare che se, ad esempio, il Ministero dell’Istruzione decidesse di ricordarne la figura nelle scuole, portandolo a modello e incoraggiando gli studenti a seguirne le orme, tanti insegnanti e genitori protesterebbero vivacemente. 

È indiana – e quindi meglio di chiunque dovrebbe apprezzare il contributo di Borlaug – Vandana Shiva, l’ambientalista che invece predica il ritorno alle economie di sussistenza, quindi a un’agricoltura preindustriale, in nome della tutela dell’ambiente e della biodiversità. Shiva, come tanti altri attivisti ambientalisti, non soltanto demonizza gli OGM, ma anche i fertilizzanti e i pesticidi chimici di cui invece Borlaug fece sempre uso per incrementare la resa dei raccolti. La sua intransigenza l’ha spinta a richiedere al governo indiano di rifiutare gli aiuti alimentari inviati alle popolazioni colpite nel 1999 dall’uragano Orissa a meno che non fossero certificati come liberi da OGM. Per lei le pratiche agricole di Borlaug – lo si legge in un suo scritto del 1991 – sono “ecologicamente distruttive e insostenibili”.

Borlaug, incurante dei loro attacchi, benché fattisi particolarmente feroci negli ultimi anni, chiamava Vandana Shiva e i suoi simili gli “ecologisti con la pancia piena”. Lo scontro più violento, inevitabilmente, lo ebbe con gli ambientalisti estremi, quelli che considerano l’umanità una sorta di cancro del pianeta. Per loro l’incremento demografico conseguente al miglioramento delle condizioni di vita determinatesi in India e in altri paesi grazie alla “rivoluzione verde” è una catastrofe: aggravata, secondo loro, dai crescenti danni ambientali provocati da persone che a ogni generazione producono e consumano un po’ di più, infliggendo a Madre Terra impronte ecologiche sempre più profonde, ferite sempre più insanabili. 

Fiducioso nella capacità di autoregolarsi e nella razionalità del genere umano, Borlaug replicava: “Credo che sia molto meglio per l’umanità essere alle prese con nuovi problemi creati dall’abbondanza, piuttosto che con il vecchio problema della fame”.

 

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