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In Iran la repressione mina le basi del regime

Matteo Gualdi - Ragionpolitica 25/6/2009

Ancora una giornata di scontri a Teheran. La folla radunatasi in piazza Baharestan, di fronte al palazzo che ospita il Majlis, il parlamento iraniano, è stata dispersa dalle forze di sicurezza e dalle violente milizie Basiji. Gli scontri sono stati durissimi e le vittime, secondo le testimonianze, sarebbero almeno quattro, tanto da far salire il conteggio ufficiale a 17 morti in 11 giorni di contestazioni (ma un report non confermato fornito alla Cnn parla di 150 morti).

A quasi due settimane dal voto, dunque non si ferma la protesta degli iraniani, nonostante la durezza della repressione del regime. Anzi, lo scontro sembra farsi più duro ogni giorno che passa nonostante la stanchezza e la paura cominciano a farsi sentire. Si può ormai pensare che sia finita la prima fase della protesta, ora molto dipenderà da ciò che deciderà di fare Moussavi. Senza una guida, infatti, il movimento di protesta non potrà resistere a lungo e prima o poi si sfalderà sotto i colpi delle milizie Basiji. Ma una cosa è certa: anche se il governo riuscirà alla fine ad avere ragione dei manifestanti, il sistema politico-istituzionale voluto nel 1979 dall'Ayatollah Khomeini ne risulterà molto indebolito. Non solo si sono fatte evidenti le crepe all'interno del regime, ma per la prima volta in trent'anni è stato messo in discussione l'architrave dell'intera architettura istituzionale della Repubblica Islamica, la figura della Guida Suprema, o meglio il suo rappresentante, l'Ayatollah Khamenei. Alle iniziali contestazioni contro il presidente Ahmadinejad ed i brogli elettorali, infatti, si sono aggiunte quelle contro il Rahbar nel momento in cui Khamenei da arbitro si è trasformato in giocatore, dichiarando legittimi i risultati elettorali e prendendo di fatto posizione in favore del governo. Non solo, ma anche il tentativo di screditare le opposizioni accusando Inghilterra e Stati Uniti di organizzare e finanziare le proteste ha indebolito il regime tanto che l'Associazione del Clero Combattente, che rappresenta numerosi mullah di Qom, ha dichiarato «Chi sano di mente può credere che milioni di persone istruite riunite in un movimento pacifico possano essere agenti di un cosiddetto nemico?».

E proprio da Qom potrebbero arrivare i veri problemi per Khamenei. L'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che presiede il Consiglio degli Esperti, unico organo a poter destituire la Guida Suprema, sta cercando di raggruppare attorno alla propria figura un numero di sostenitori sufficienti in seno al Consiglio per rovesciare il regime. D'altra parte, fin dalla sua nomina, Khameni ha dovuto scontrarsi con i religiosi più influenti, che non ne riconoscevano l'autorevolezza (basti pensare che per poter essere nominato Rahbar dovette essere modificata la legge che prevedeva l'accesso alla carica solo per gli ayatollah ol-ozma, mentre Khamenei era un semplice hojatoleslam). Lo scontro tra i Grandi Ayatollah e Khamenei si sta facendo sempre più duro, tanto che Al-Arabiya nei giorni scorsi ha riportato una notizia secondo la quale a Qom si sarebbe svolto un importante incontro organizzato da Rafsanjani, tra alcuni membri del Consiglio e Jawad al-Shahristani, massimo rappresentante del Grande Ayatollah Ali al-Sistani. Il grande seguito di cui gode Al-Sistani in Iran potrebbe essere la carta giusta per trovare i numeri in seno al Consiglio per sostituire Khamenei con una figura più aperta al cambiamento, unica strada possibile per riformare il sistema iraniano.

Difficile fare previsioni su come andrà a finire, o su quando finalmente la società iraniana potrà essere liberata da un regime teocratico ed illiberale come quello dei mullah, ma se è vero che «prima tutte le rivoluzioni sembrano impossibili», è vero anche che «dopo sembrano tutte inevitabili».

 

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