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L'Iran e l'alleato d'Oltreoceano

Maria Chiara Albanese - Ragionpolitica 23/6/2009

Il fiume di persone che in questi giorni si é riversato nelle strade delle maggiori cittá iraniane, in special modo nella capitale Teheran, ha rappresentato il volto della «rivoluzione democratica». Giovani e meno giovani hanno deciso di manifestare, prima pacificamente, poi anche scontrandosi con le forze dell'ordine e non solo, in segno di protesta contro il risultato delle ultime elezioni presidenziali che si sono tenute il 12 giugno. Ad infiammare gli animi non é stato solamente il risultato elettorale, da moltissimi ritenuto falsato e che proprio in questi giorni appare essere stato plagiato, ma anche e sopratutto la delusione delle aspettative per una possibile svolta democratica che il paese poteva avere. Ed ecco che, inaspettatamente, dopo trent'anni di rivoluzione islamica, prende vita una nuova rivoluzione, quella dei giovani, dei riformisti, di coloro che desiderano dare un nuovo volto, spirito e slancio alla politica interna ed internazionale dell'Iran.

La comunitá internazionale assiste a questo storico avvenimento. Il paese islamico sul quale piú di tutti si concentra l'attenzione internazionale grazie al ruolo geostrategico che volente o nolente ha da piú di tre decadi, é balzato sulle prime pagine della cronaca internazionale, stavolta non per le affermazioni o dichiarazioni di Ahjmadinejad, non per le negazioni dell'Olocausto, non per il programma nucleare a fini militari. Questa volta la parola l'ha presa il popolo. E' una rivoluzione che parte dal basso, che promuove il cambiamento, e proprio attraverso l'utilizzo della tecnologia a più basso costo (quella della telefonia mobile) sta facendo rimbalzare da un capo all'altro del mondo immagini, suoni, parole di un popolo che leva la propria voce al cielo, al mondo, ai palazzi del potere di Teheran.

Se gran parte della comunità internazionale ha rigettato con decisione la repressione che le autorità politiche e religiose iraniane stanno mettendo in atto, non sempre la posizione ufficiale manifestata risulta avversa ad Ahjmadinejad. L'Unione Europea è apparsa coesa. Gli Stati Uniti, prima trincerati nel silenzio stampa, stanno man mano assumendo una posizione propria in merito alla «nuova questione iraniana». Alcune voci si distaccano dal coro comune. Tra queste - come non aspettarselo - quella di Hugo Chávez e del suo Venezuela. Il presidente, infatti, non ha tardato a fare le congratulazioni al suo omologo iraniano a seguito del risultato elettorale. Non ha nemmeno perso tempo nell'organizzare un incontro, il 17 giugno, tra il ministro degli Esteri venezuelano, Nicolás Maduro Moros, e l'ambasciatore iraniano in Venezuela, Abdulah Zifan. In tale occasione, oltre a ribadire e rafforzare le già strette relazioni strategiche tra i due paesi, le presenti autorità hanno desiderato evidenziare come il risultato elettorale non faccia altro che imprimere uno slancio ulteriore nell'intesa tra i due Stati, ora uniti anche dalla resistenza nella preservazione della «rivoluzione», islamica per l'uno, bolivariana per l'altro. Lo stesso Chávez ha definito come sovversive ed anti-rivoluzionarie le manifestazioni che si stanno tenendo, ormai senza sosta, nelle strade iraniane.

L'asse Caracas-Teheran ne esce rafforzato. Il popolo iraniano nuovamente vessato. Ahjmadinejad sta cogliendo l'occasione presentatagli dalle proteste pro Mousavi per rafforzare il proprio regime e le antiche amicizie con i vicini asiatici, prima tra tutti la Federazione Russa di Medvedev, e quelli latino-americani, capitanati dal libertador Chávez.

 

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