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Iran, la protesta continua

Daniele Martino - Ragionpolitica 19/6/2009

Le elezioni presidenziali del 12 giugno scorso in Iran rappresentano senza dubbio una data spartiacque nella storia politica della Repubblica islamica. Mai si era assistito ad una protesta popolare contro il pilastro sacro dell'Iran, la teocrazia oligarchica degli ayatollah. È questo il punto chiave, che certifica il carattere «rivoluzionario» di quanto sta avvenendo in Persia. Tuttavia, questa situazione costituisce lo sbocco e la diretta conseguenza di una congiuntura storica estremamente movimentata in Iran: infatti, la crisi economica ha colpito pesantemente il paese, con una disoccupazione che arriva a punte del 40% nelle grandi città come Teheran, Mashhad, Tabriz ed Esfahan. Ciò ha provocato un malcontento di massa, che, nelle intenzioni di Ahmadinejad e degli ayatollah, sarebbe stato placato facilmente usando l'arma della propaganda anti-occidentale: non è stato così. In occasione delle elezioni presidenziali il popolo iraniano ha dimostrato una notevole consapevolezza della situazione reale, premiando Mir Hussein Moussavi: una prospettiva chiaramente inaspettata per l'establishment di Teheran, il cui candidato è sempre rimasto l'intransigente Mahmoud Ahmadinejad. Di qui i brogli elettorali, ritenuti pressoché certi, come ha indirettamente confermato anche la decisione del Consiglio dei Guardiani di effettuare un parziale riconteggio.

Il punto focale nell'evoluzione della rivolta riguarda del tutto la figura di Ahmadinejad: sta agli ayatollah decidere se sia necessario utilizzare Ahmadinejad come capro espiatorio per evitare l'ulteriore degenerare delle manifestazioni popolari, in cui si sono già contate 7 vittime certe tra i dimostranti. Tuttavia, questa eventualità sembra estremamente improbabile perché gli ayatollah non intendono dare una soddisfazione totale alle richieste delle piazze. Nonostante ciò, il paragone storico fatto da vari osservatori con Piazza Tienanmen qui non regge: il problema è politico, e le manifestazioni ne sono una diretta conseguenza (come ha spiegato efficacemente Stefano Magni su queste pagine). Se in Cina nel 1989 tutta la dirigenza cinese, eccetto rarissimi casi, era unita nel contrasto alla protesta studentesca, qui è l'esatto opposto, è la politica ad essere divisa e a non riuscire a trovare una mediazione efficace. Inoltre, se a Pechino si trattò di un fenomeno «ristretto», che coinvolse solamente l'élite degli studenti delle città, in Iran la protesta è di dimensioni sicuramente maggiori, come dimostra anche la concomitanza di manifestazioni nelle principali città del paese.

Ed è su questa diffusione capillare sul territorio iraniano che si concentrano ora gli interrogativi maggiori, poiché c'è il rischio di uno sviluppo etnico della situazione. Non è un caso se Moussavi appartiene alla minoranza azera, concentrata nel nord-ovest dell'Iran: gli esponenti riformisti (come anche Moussavi per chiari motivi) sono sempre stati più disponibili nei confronti delle istanze delle minoranze, comprese quelle arabe del sud-ovest; ad Ahvaz, la principale città dell'Iran arabo, la protesta è stata seconda come entità solo a quella di Teheran.

I precedenti internazionali più simili a quanto sta avvenendo in Iran sono le «Rivoluzioni colorate» avvenute in Georgia e Ucraina nel 2003 e 2004, dove le proteste per i brogli elettorali portarono alla formazione di nuovi governi. Vi sono però due differenze fondamentali tra i fatti di Teheran e quelli di Tbilisi e Kiev: l'efficacia della repressione e l'impossibilità di aiuto da parte dell'Occidente. Per il primo punto, si conferma l'organizzazione capillare e funzionale delle milizie paramilitari dei pasdaran, tra i quali vi sono i temibili volontari dei basij: questi corpi militari rispondono direttamente agli ayatollah, per cui ogni loro azione riflette la volontà diretta del clero sciita, il vero detentore del potere politico in Iran. Il secondo punto è che l'Occidente non ha i mezzi per supportare lo sforzo democratico dell'Iran, al contrario di quanto avvenne in Ucraina e Georgia. L'isolamento del paese è pressoché totale, e la rivolta segue forzatamente uno sviluppo del tutto interno, non lasciando spazi di manovra o di mediazione al resto del mondo. Questa è la strategia che stanno perseguendo gli ayatollah: disinnescare la protesta riducendola al rango di semplice «rivolta di tifosi delusi e di teppisti». E queste sono state le uniche parole di Mahmoud Ahmadinejad sulla questione.

 

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