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Al Qaeda, dal Mali allo Yemen la strategia del terrore

Anna Bono - Ragionpolitica 19/6/2009

La strage in Yemen di nove stranieri, un'asiatica e otto europei, catturati il 12 giugno durante una gita, segue di pochi giorni l'esecuzione in Mali, il 31 maggio, del cittadino britannico Edwen Dyer, uno dei due ostaggi ancora in mano ai rapitori che a gennaio li avevano sequestrati insieme ad altri due turisti, una donna svizzera e una tedesca, liberate queste ultime lo scorso 22 aprile. Entrambi i rapimenti sono opera di cellule di Al Qaeda. Quella del Mali, nota come Al Qaeda del Maghreb, sta tentando di ottenere dal governo britannico la liberazione di Abu Qatada, ex braccio destro di Osama bin Laden e guida spirituale di Al Qaeda in Europa. Dyer è stato ucciso allo scadere dell'ultimatum di dieci giorni posto il 21 maggio dai terroristi, che nel frattempo hanno giustiziato a Timbuctu un agente dei servizi segreti maliani impegnato nelle indagini sulle cellule di Al Qaeda nel nord del paese africano.

Ritorna così in prima pagina un fenomeno di cui si parla troppo poco, con l'effetto di favorire nell'opinione pubblica la distrazione dal problema e la sottovalutazione dell'entità del pericolo: la penetrazione di Al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche nei territori mal controllati dai governi africani e asiatici, specie quelli popolati da etnie minoritarie e marginali, già eventualmente organizzate in movimenti armati antigovernativi, che forniscono volentieri reclute e sostegno alle cellule, consentendo loro di moltiplicarsi e di costituirsi in reti transnazionali. In Africa questa strategia ha dato i suoi frutti. Al Qaeda è presente in tutta la fascia sahariana ed è penetrata in diversi stati subsahariani, dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano, malgrado le azioni di contrasto intraprese dagli Stati Uniti che, subito dopo l'11 settembre, hanno affiancato i governi locali nella lotta contro il terrorismo con due progetti: il Pan Sahel Initiative (in Ciad, Mali, Mauritania e Niger) e l’East Africa Counterterrorism Initiative (in Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Eritrea e Gibuti).

La situazione più critica in questo momento è quella della Somalia dove, rispondendo all’appello al jihad, la guerra santa, stanno affluendo altre migliaia di terroristi di diverse nazionalità che si aggiungono a quelli già attivi da anni nel paese. Con la partenza, ai primi di gennaio, delle truppe inviate nel 2008 dall’Etiopia in difesa delle istituzioni politiche del tutto incapaci di controllare il territorio nazionale, è venuto infatti a mancare l’unico argine che per circa un anno era stato in grado di respingere e poi almeno di contenere la controffensiva e la nuova avanzata delle milizie legate al terrorismo islamico. Da allora le truppe governative e quelle della missione militare Amisom, inviata dall’Unione Africana, non sono neanche state in grado di difendere Mogadiscio. Nella capitale si combatte con intensificata violenza ormai dall’inizio di maggio e un nuovo flusso di decine di migliaia di sfollati – si parla addirittura di 120.000 persone – sta portando al collasso l’organizzazione degli aiuti umanitari allestiti alla periferia sud della città.

Particolarmente drammatiche sono state le giornate del 17 e 18 giugno: il 17 a Mogadiscio, durante gli scontri, è stato ucciso il comandante della polizia, Ali Sa'id Sheik Hassan, e una moschea è stata centrata da un colpo di mortaio che ha causato non meno di 13 vittime; il 18 a Beledweyne, città a nord della capitale al confine con l’Etiopia, un attentatore suicida si è fatto esplodere all'interno dell’albergo Medina, dove era in corso una riunione alla quale partecipavano l’ambasciatore etiope in Somalia e il ministro della Sicurezza Omar Hashi Aden, provocando la morte di quest’ultimo e di altre 25 persone.

 

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