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Quella apocalisse atomica evitata dal Papa mistico

Di  Antonio Socci - Libero 17/6/2009


    Subito dopo l’attentato del 1981, mentre era ancora in ospedale, incontrando l’amico vescovo Pavel Hnilica, (Giovanni Paolo II, ndr) gli confidò: «Ho capito che bisogna salvare l’umanità dalla guerra mondiale e dall’ateismo militante». E in mille modi ha tentato di farlo. Nonostante la sordità dei più. In fondo, se lo avessimo ascoltato per davvero ci aveva detto tutto, con la sua voce vibrante, accorata quel 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, quando, davanti alla statua della Madonna di Fatima, Giovanni Paolo II, al termine del “Anno Santo della redenzione” da lui voluto, pronunciò questa drammatica e solenne consacrazione del mondo al cuore immacolato di Maria:
    «E perciò, o Madre degli uomini e dei popoli, Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. Oh, Cuore Immacolato! Aiutaci a vincere la minaccia del male, che così facilmente si radica nei cuori degli uomini d’oggi e che nei suoi effetti incommensurabili già grava sulla vita presente e sembra chiudere le vie verso il futuro! Dalla fame e dalla guerra, liberaci!».
    Qui scandendo forte le parole aggiunse: «Dalla guerra nucleare, da un’autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra, liberaci! Dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci! Dall’odio e dall’avvilimento della dignità dei figli di Dio, liberaci!».
    L’accorata preghiera del santo padre attraversò tutto il dolore e tutto il male del mondo, ripetendo “liberaci!”. E infine: "Accogli o madre di Cristo, questo grido carico della sofferenza di tutti gli uomini!".
    Suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima, ha affermato che «la consacrazione del 1984 ha scongiurato una guerra atomica che sarebbe scoppiata nel 1985». È noto che Suor Lucia aveva continuato ad avere apparizioni della Vergine ed è ufficiale quella del 1984 perché rivelata dallo stesso cardinal Bertone; in quella circostanza la Madonna parlò a Lucia della consacrazione ed è lì, evidentemente, che la veggente apprese che essa scongiurava una guerra nucleare.
    Quella pervenutaci tramite suor Lucia dunque è in effetti una rivelazione soprannaturale. In pratica adesso sappiamo - per rivelazione della Madonna - che Giovanni Paolo II in quel frangente storico ha per davvero salvato il mondo e l’umanità da un conflitto atomico che sarebbe stato fatale.
    Tali mirabili effetti, anche se possono sembrare assurdi a chi è imbevuto di mentalità positivista (una miopia che non coglie la profondità delle cose), svelano l’inusitato potere, un potere reale, sulla Terra e in Cielo, che Gesù ha consegnato a Pietro a cui - come ha mostrato la Madonna a Fatima - sono affidate anche le sorti storiche dell’umanità.
 
La macchina dell’Apocalisse
    Ma è storicamente plausibile che sia stata scongiurata una guerra atomica che sarebbe scoppiata nel 1985? E perché proprio in quell’anno? Andando a scavare nelle cronache del tempo e nei documenti degli storici, si scopre che in effetti proprio nei mesi del 1983-1984 si raggiunse il massimo livello di tensione fra blocco sovietico e Nato. Inoltre, si scopre che in quel periodo l’opzione nucleare fu concretamente sul tavolo. La collocazione degli euromissili Pershing II e Cruise segna il momento più drammatico di tutta la guerra fredda insieme all’iniziativa SDI, il cosiddetto “scudo spaziale”. La tensione saliva sempre più e si andava ad aggiungere, in Urss, a un’estrema confusione politica al Cremino.
    Infatti Jurii Andropov per la malattia non riusciva più a tenere in mani salde le redini del potere, mentre si scatenava la lotta per bande nel partito e Konstantin Cernenko – appartenente all’ala militarista – già tentava di assicurarsi la successione. Era – voglio ripeterlo – l’Urss dell’invasione dell’Afghanistan. Una potenza nucleare tanto militarmente aggressiva, quanto paranoica e timorosa di attacchi nemici.
    L’ex spia del Kgb Oleg Gordievskij, il 16 ottobre 1988, rivelò al “Sunday Telegraph” che quando, fra il 2 e l’11 novembre 1983, la Nato realizzò un’esercitazione segreta simulando un attacco nucleare - chiamato in codice “Abile arciere” - si scatenò un fortissimo allarme: «I sovietici considerarono seriamente la possibilità di impiegare armi nucleari contro gli Usa» dice Gordievskij, «le stazioni d’ascolto occidentali rilevarono un brusco aumento di frequenza e di urgenza nelle comunicazioni fra Mosca e i suoi agenti in Europa.
    Sembrava che l’incredibile stesse per accadere, che i Paesi del Patto di Varsavia sospettassero davvero che un attacco nucleare dell’Ovest fosse imminente. E questo perché la Nato aveva improvvisamente cambiato i codici di comunicazione utilizzati nell’“Abile arciere”. Questo bastò per mettere in allarme i sovietici, che tra l’8 e il 9 novembre, tennero il dito pericolosamente vicino al bottone che avrebbe scatenato la guerra nucleare».
    “Ryan”, il nome in codice dell’operazione sovietica, era l’acronimo di “Attacco con missili nucleari”. In quell’occasione la tragedia fu scongiurata per un pelo grazie a informative più precise sull’esercitazione Nato, ma il pericolo non svanì, anzi da quel momento si ingigantì, perché a causa di quell’episodio i sovietici approntarono la cosiddetta  "Macchina dell’apocalisse", un sistema computerizzato di risposta automatica a presunti attacchi capace di scatenare su tutto l’Occidente una pioggia di missili intercontinentali a testata atomica che avrebbero incenerito tutto.
    Con il passaggio da Andropov a Cernenko la leadership sovietica è sempre più convinta che alla pressione militare ed economica dell’America di Reagan e della Nato, l’Urss - che non ce la fa a tenere il passo e sta esplodendo sotto le sue contraddizioni - possa salvare il potere comunista solo con un attacco preventivo. C’erano in campo circa 70 mila armi nucleari, più che sufficienti per ridurre tutto il pianeta a un panorama di rovine.
 
L’incidente provvidenziale
    È in questo scenario davvero apocalittico che il 25 marzo 1984, Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro, davanti alla statua della Madonna di Fatima, in unione con i vescovi, compie in mondovisione quell’atto solenne, pronunciando quelle parole drammatiche sull’autodistruzione nucleare incombente.
    Come ha risposto la Madonna di Fatima a quella supplica accorata? Stiamo ai fatti. Solo due mesi dopo quel misterioso rito, una sorta di grande esorcismo planetario compiuto da papa Wojtyla, accade un incidente che probabilmente è quello che spazza via la terrificante spada di Damocle. Il provvidenziale incidente si verifica alla base sovietica di Severomorsk, nel Mare del Nord, e mette fuori uso il potenziale militare sovietico sul teatro occidentale. Alberto Leoni, esperto di storia militare, ha scritto: «Senza quell’apparato missilistico che controllava l’Atlantico, l’Urss non aveva più alcuna speranza di vittoria. Per questo l’opzione militare fu cancellata».
    Quell’atto sacro di affidamento alla Madonna di Fatima aveva davvero scongiurato una catastrofe planetaria? Sarà casuale - per la logica umana – ma l’incidente provvidenziale di Severomorsk avvenne proprio il 13 maggio 1984, festa della Madonna di Fatima e anniversario della prima apparizione (nel 1917) e dell’attentato del 1981 al Papa (anche egli salvato dalla Madonna di Fatima). Sembra davvero una sorprendente firma di Maria.
    L’evento cruciale, secondo suor Lucia di Fatima, è stato la consacrazione del mondo e specialmente della Russia al Cuore Immacolato di Maria, come da lei stessa richiesto a Fatima. Consacrazione fatta solennemente da Giovanni Paolo II il 25 marzo 1984, a conclusione dell’anno Santo della redenzione. Peraltro, dopo quell’atto di consacrazione, non si verifica solo l’incidente di Severomorsk, con gli effetti che sappiamo sull’immediato, ma di fatto si assiste a un cambiamento nella strategia della sopravvivenza della leadership sovietica.
 
Il pacifico crollo del regime
    Muore infatti, agli inizi del 1985, Cernenko e muore con lui l’idea di tener testa all’Occidente sul suo stesso terreno: l’Urss non ce la fa, il sistema economico e industriale è al collasso (come dimostrerà da lì a poco anche l’incidente di Cernobyl). Viene eletto capo del Cremino un uomo nuovo, Michail Gorbacev, che tenta - in accordo con élite più consapevoli del regime (soprattutto quelle del Kgb) - il tutto per tutto: una disperata riforma del sistema sovietico stesso. Riforma che si rivelerà presto impossibile e che porterà al progressivo sgretolamento dell’impero.
    Anche grazie al fatto che - volente o nolente - Gorbacev ha annunciato un po’ di libertà in più (per cercare di rivitalizzare l’economia e per accreditarsi in Occidente) e questo inevitabilmente fa esplodere tutte le contraddizioni. A partire dalla bomba di libertà, la cui miccia è accesa da anni in Polonia, cioè Solidarnosc, senza cui, di fatto, il regime non riesce a governare il Paese perché non ha né consenso, né credibilità.
    È qui che emerge il ruolo fondamentale di Giovanni Paolo II nella transizione pacifica fuori dal comunismo, di cui il Papa conosce bene, per la sua storia personale, la vicenda, i punti deboli, i meccanismi. Il suo ruolo è quello che ha permesso e favorito energicamente il crollo di quei regimi, ma in maniera non violenta, pacifica.
    Un evento storico doppiamente inspiegabile e letteralmente miracoloso.

 

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