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Netanyahu detta le condizioni di Israele per la pace

Matteo Gualdi - Ragionpolitica 16/6/2009

Esce dall'angolo, il premier israeliano Netanyahu, e lo fa con un bel discorso al Begin-Sadat Center for Strategic Studies, nel quale dimostra di accettare la sfida obamiana per la pace in Medioriente, dettando però le sue condizioni. Netanyahu ha voluto innanzitutto fare chiarezza sulle cause che hanno impedito finora la creazione di uno Stato palestinese. L'idea molto popolare, soprattutto in questo periodo, secondo cui sono gli insediamenti israeliani, le cosiddette «colonie», ad essere di ostacolo alla pace è semplicemente sbagliata. Il premier israeliano ha infatti ricordato i numerosi sforzi del suo paese per ritirarsi dai territori, ma ha ricordato anche come ad ogni ritiro si sia verificata «un'enorme ondata di terrore da parte di attentatori suicidi e migliaia di missili». L'esempio di Gaza è significativo: da quando Israele si è ritirata, i palestinesi hanno trasformato la Striscia nella base di lancio per i missili diretti su Israele. «L'affermazione che il ritiro dai territori porterà alla pace con i palestinesi, o anticiperà i tempi per raggiungere la pace, finora non ha avuto nessuna corrispondenza nella realtà». Netanyahu ha ricordato anche «l'offensiva del 1948 in occasione della dichiarazione di indipendenza di Israele, i ripetuti attacchi dei fedayeen negli anni Cinquanta, e il culmine nel 1967, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni» ed ha sottolineato, per chi ancora dimostra di non conoscere la storia, che tutto ciò è avvenuto «prima che un solo soldato israeliano avesse mai messo piede in Giudea e Samaria».

Occorre quindi ristabilire la verità se si vuole impostare correttamente un discorso sulla questione israelo-palestinese, e la verità è che, quando nel 1947 le Nazioni Unite proposero un piano per la creazione di uno Stato arabo ed uno Stato ebraico, l'intero mondo arabo rifiutò la Risoluzione. La radice del conflitto non è la presenza israeliana nei territori, ma il rifiuto del mondo arabo di riconoscere il diritto del popolo ebraico di avere un proprio Stato. Lo dimostra il fatto che da quando Egitto e Giordania hanno riconosciuto ufficialmente Israele non vi è più stato alcun conflitto e questi paesi, oggi, vivono in pace con il proprio vicino.

Per Netanyahu quindi è necessario partire da qui, dal riconoscimento del carattere ebraico dello Stato di Israele come imprescindibile condizione per la pace. Ciò significa riconoscere che «il legame fra tra il popolo ebraico e la terra d'Israele dura da più di 3500 anni» come ha ricordato il premier, che ha sottolineato come Giudea e Samaria siano «i luoghi in cui vissero Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, Isaia e Geremia» ed ha citato il «padre» di Israele, Ben Gurion: «Il popolo ebraico nacque nella terra d'Israele ed è qui che si è formato il suo carattere spirituale, religioso e politico». Occorre quindi che i palestinesi riconoscano «chiaramente e senza ambiguità» il carattere ebraico di Israele, un riconoscimento «vincolante ed inequivocabile», che consenta di mettere subito in chiaro che la questione dei rifugiati palestinesi «va risolta fuori dalle frontiere israeliane».

La seconda condizione posta da Netanyahu per il raggiungimento della pace è la demilitarizzazione del futuro Stato palestinese, come unica garanzia affidabile per la sicurezza di Israele. «Noi non vogliamo i missili Kassam su Petach Tikva, né razzi Grad su Tel Aviv, né missili contro l'aereoporto Ben-Gurion», ha detto il premier israeliano. «Noi vogliamo la pace», ma per ottenere la pace Israele deve avere la garanzia che non si ripeta in Cisgiordania ed in tutto il territorio palestinese ciò che si è verificato nella Striscia di Gaza, dove i terroristi di Hamas importano da Iran e Siria i missili che ogni giorno piovono su Sderot ed Ashqelon.

Dunque Israele detta le proprie condizioni per la pace e rilancia la palla agli avversari. Il presidente Obama vuole davvero la pace? Vuole davvero che i coloni se ne vadano dai territori? Allora garantisca agli israeliani che i palestinesi non trasformeranno il loro Stato in un nuovo «Hamastan» e che riconosceranno il carattere ebraico di Israele, ed avrà l'appoggio convinto del governo di Gerusalemme.

 

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