1

Israele vuole una "pace economica" subito, Obama chissà quando

Elliot Abrams - l'Occidentale 16/6/2009

Parlando domenica, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto un deciso passo verso l’amministrazione Obama quando ha detto di essere d’accordo con la creazione di uno stato palestinese. Ma per il resto, ha mostrato resistenza alle pressioni del presidente Usa.

Primo, ha rifiutato il “congelamento degli insediamenti”, nonché l’insistenza con cui Obama chiede a Israele di “bloccare nuovi insediamenti” (qualunque cosa ciò voglia dire), rimanendo attaccato agli accordi Bush-Sharon su questo punto. Si è riferito a due aspetti di quella intesa (nessun nuovo insediamento e nessuna requisizione di terreni nella West Bank) e si può considerare che il premier si mantenga fedele ad altri due paragrafi dell’accordo (nessun incentivo fiscale per i coloni, e costruzioni permesse solo nelle aree già edificate). Netanyahu ha sottolineato il bisogno per i coloni di vivere una vita normale all’interno delle proprie comunità, il che può voler dire soltanto che alcune costruzioni devono essere consentite.

Secondo, ha replicato al discorso egiziano di Obama, in particolare all’affermazione del presidente secondo cui Israele è sorto come reazione all’Olocausto. Netanyahu ha spiegato che la terra d’Israele, West Bank inclusa, è il luogo di nascita di Abramo, Isacco e Giacobbe, e che i sionisti ambivano e lavoravano alla nascita di uno stato da molto prima della Seconda Guerra mondiale.

Terzo, in un’altra confutazione delle parole di Obama, ha affermato che Israele ha sempre cercato la pace ma è sempre stato attaccato – prima, durante e dopo la sua lotta per l’indipendenza – dagli arabi. Non c’è la pace, ha detto Netanyahu, perché gli stati arabi e i palestinesi fino ad oggi hanno rifiutato di accettare Israele come uno stato ebreo.

Netanyahu non ha mai accettato la Roadmap, per ragioni che restano oscure. La Roadmap porta a uno stato palestinese, ma attraverso diverse fasi (inclusa quella in cui tale stato è fornito di frontiere provvisorie e “aspetti” di sovranità) che richiedono la fine del terrorismo e lo smantellamento dei gruppi terroristici. Data l’attuale forza di Hamas, sembrerebbe che la Roadmap si adatti bene all’insistenza di Netanyahu su una Palestina demilitarizzata, e alla richiesta “security first”. Inoltre, se egli avesse avallato la Roadmap, adesso per lui sarebbe più facile pretendere i benefici accordati dall’intesa Bush-Sharon sugli insediamenti, che venne elaborata proprio nel quadro della Roadmap.

Dopo il discorso di Netanyahu, uno si chiede come sia andato il colloquio tra lui e George Mitchell tenutosi la settimana scorsa, e che cosa farà Mitchell in futuro. Obama e Mitchell volevano che Israele, palestinesi e stati arabi mandassero un qualche segnale positivo, ma le recenti dichiarazioni del presidente dell’Autorità palestinese Abbas e una lunga storia di rifiuti arabi fanno pensare che quel desiderio assai difficilmente sarà esaudito. D’altra parte, il discorso di Netanyahu non permetterà a Israele di far ricadere il biasimo per la mancata iniziativa araba sugli stati arabi – per lo meno, agli occhi di coloro (Obama, Clinton, Mitchell e Jones, tanto per fare quattro esempi a caso) che hanno già fatto propria la versione palestinese degli eventi in Medio Oriente: quella secondo cui la strada verso la pace e le concessioni di Israele sono la stessa cosa.

Mitchell, a questo punto, può anche convenire sull’opportunità di negoziati tra israeliani e palestinesi; ma non porteranno da nessuna parte.

L’amministrazione Obama sembra intenzionata a ripetere tutti gli errori dell’amministrazione Bush, in special modo quello di concentrarsi su fantasiosi negoziati circa quelli che saranno gli assetti definitivi della regione mentre, nel mondo reale, diventano sempre più scarse le possibilità di concreti progressi nella West Bank. Il nostro governo è talmente determinato a realizzare il nirvana per i palestinesi, che sembra non preoccuparsi di cercare il modo di migliorare sin da adesso la loro vita, un’istanza su cui Netanyahu ha pregato gli Stati Uniti di fornire una collaborazione immediata. Se l’amministrazione sceglie di continuare a combattere quasi esclusivamente sulla questione del “congelamento”, allora dimostrerà che un contrasto con Netanyahu non è un problema da evitare bensì una tattica da perseguire. E ancora una volta, ogni possibilità di aiutare i palestinesi moderati a realizzare miglioramenti concreti in Palestina verrà perduta.

Elliott Abrams è stato vice consigliere per la sicurezza nazionale per l’amministrazione Bush

Tratto da The Weekly Standard

Traduzione di Enrico De Simone

 

Indietro