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Che cosa succede in Iran

Stefano Magni - Ragionpolitica 16/6/2009

L'Iran, per la prima volta dal 1979, può uscire profondamente trasformato dall'attuale crisi. La discesa in campo di un milione di persone nella capitale contro l'esito delle elezioni è un fatto inedito. La rivolta studentesca del 1999 contro le mancate riforme dell'ex presidente Khatami non era neppure lontanamente paragonabile al conflitto che in questi giorni si sta scatenando nella Repubblica islamica. Dieci anni fa, infatti, la ribellione degli studenti era fronteggiata da un regime compatto al suo interno e per questo destinata al fallimento. Oggi la frattura è all'interno del regime stesso.

Per comprendere appieno la portata degli eventi è meglio andare per gradi, a partire dalla selezione dei candidati per quest'ultima elezione presidenziale. Secondo la Costituzione iraniana, gli elettori hanno ben poca scelta. Di fatto è il Consiglio dei Guardiani (organo non elettivo) a decidere i possibili vincitori. L'articolo 115 della Costituzione fissa i paletti per le candidature: «Una persona politica e religiosa dotata delle seguenti qualifiche: origine iraniana, nazionalità iraniana, capacità amministrativa, una carriera di prestigio, affidabilità e compassione, fedeltà ai principi fondamentali della Repubblica islamica, osservanza della religione ufficiale del paese (musulmana sciita, ndr)». I criteri di selezione sono applicati in modo rigidissimo dal Consiglio: su 3272 candidati, il 16 maggio ne sono stati selezionati 476, fra i quali potevano correre per la presidenza solo 4 persone: il presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, Mehdi Karroubi (figura di spicco della rivoluzione khomeinista), Mohsen Rezai (ex guardia del corpo di Khomeini e un passato di Guardia Rivoluzionaria, ricercato dall'Interpol) e Mir Hossein Moussavi. Che ora è il candidato «moderato», ma ha un passato recente di ultra-radicale: fu lui a guidare l'Iran, nella veste di primo ministro, negli anni cruciali della guerra contro l'Iraq e della trasformazione del suo paese in un regime totalitario.

In Iran, dunque, non potranno mai candidarsi degli outsider del regime, né cittadini appartenenti a minoranze etniche e religiose, ma soprattutto verranno sempre sfavoriti i candidati che non hanno compiuto un determinato percorso politico, che parte dalla militanza rivoluzionaria khomeinista ai tempi dello scià e attraversa varie istituzioni politiche e religiose del regime. Anche una volta eletto, il nuovo presidente deve comunque sempre obbedire all'autorità superiore dell'ayatollah Khamenei (articolo 113 della Costituzione), per cui dovrà limitarsi ad un ruolo di amministratore/portavoce. Se Khatami si presentava, alla fine degli anni '90, come un riformatore, era perché questo atteggiamento, allora, rientrava negli interessi della leadership religiosa. Dal 2005, invece, Ahmadinejad risponde meglio alle esigenze di un regime che si sente più forte. Non c'è una vera alternanza, dunque, in un sistema che mira soprattutto a preservare se stesso.

La competizione elettorale si è trasformata ben presto in una lotta interna al regime. I magri risultati economici conseguiti dalla presidenza di Ahmadinejad e l'isolamento internazionale provocato dalla sua politica estera preoccupano i settori più pragmatici (se vogliamo: più opportunisti) del regime, rappresentati dagli ex presidenti Rafsanjani e Khatami e dai due candidati Karroubi e Moussavi. Rafsanjani è comunque noto all'interno dell'Iran come un politico corrotto. E da qui si spiega l'animosità con cui lo stesso ayatollah Ali Khamenei si è scagliato contro i suoi candidati, appoggiando il «duro e puro» Ahmadinejad. In questa fase, l'ayatollah e la Guardia Rivoluzionaria (vera artefice della politica estera e militare iraniana) badano solo alla tenuta interna del regime, ignorano il pericolo di un isolamento internazionale e soprattutto non temono l'America. I messaggi lanciati dal nuovo presidente Barack Obama sono interpretati come segnali di debolezza, se non una vera ammissione di sconfitta. Prova ne è che ad ogni dichiarazione dell'inquilino della Casa Bianca sono seguite risposte ostili o apertamente provocatorie dalle alte sfere di Teheran. Khamenei ha definito Israele «un cancro nel mondo islamico» il giorno stesso in cui il presidente Obama parlava ai musulmani al Cairo.

Questi fattori, interni e internazionali, hanno portato la tensione della campagna elettorale al calor bianco, eccitando gli animi dell'opinione pubblica, che in questi anni era sempre più passiva di fronte ad un rituale inconcludente come quello delle elezioni. I sostenitori di Moussavi sono scesi in piazza nei giorni precedenti alla chiusura della campagna elettorale. La Guardia Rivoluzionaria, più vicina ad Ahmadinejd, ha reagito fuori tempo massimo (alla chiusura della campagna elettorale), condannando le manifestazioni pro-Moussavi, additandole come un tentativo di scatenare una «rivoluzione di velluto». Che poi è la classica accusa anti-americana, ripetuta da anni dalla propaganda di regime contro le presunte ingerenze a stelle e strisce. Ahmadinejad, l'uomo che nega l'esistenza dell'Olocausto, accusava Moussavi di usare metodi «hitleriani» per la conquista del potere: ripetere menzogne all'infinito come Goebbels insegnava.

Venerdì scorso, la grande affluenza della popolazione iraniana alle urne ha dimostrato una speranza di cambiamento (nelle città, soprattutto nella capitale), a prescindere dai candidati. Moussavi e Karroubi non sono identificati come figure rivoluzionarie, ma sfiduciare Ahmadinejad sarebbe stato un segnale di sfida al regime sufficientemente forte. Ed è per questo che le alte sfere di Teheran hanno letteralmente blindato le elezioni e, stando all'opposizione, pianificato una campagna di brogli elettorali studiata sin nei dettagli, stampando milioni di schede in più, non permettendo a gran parte dell'esercito regolare (costituito da semplici cittadini di leva) di votare e affidando tutto il controllo del processo elettorale a un ministero degli Interni egemonizzato dalla Guardia Rivoluzionaria. Il successo eclatante di Ahmadinejad era dunque prevedibile. Così come era prevedibile (visti i toni della campagna elettorale) una reazione forte da parte dei candidati sconfitti: Moussavi si è addirittura proclamato vincitore contemporaneamente alla vittoria di Ahmadinejad, poi ha chiesto il riconteggio dei voti e il ritorno alle urne. Rafsanjani e tutti i «pragmatici» del regime sanno che ora rischiano l'epurazione definitiva dal sistema e, non avendo più nulla da perdere, sono disposti a rischiare la carta della protesta popolare. Dall'altra parte, invece, lo stesso ayatollah Khamenei si è esposto personalmente per congratularsi con Ahmadinejad: un fatto, anche questo, senza precedenti. Fin qui la lotta interna al sistema.

Ma è da qui in poi che si inserisce l'elemento imprevedibile e incontrollabile: la protesta di Moussavi e Karroubi ha richiamato un milione di persone in piazza. Non solo protestano contro i brogli elettorali, ma chiedono la fine della dittatura. Gli scontri sono molto violenti e le vittime civili sono già sette in ventiquattr'ore. La piccola faida interna al sistema, insomma, si sta trasformando in una rivoluzione contro il sistema. Per ora la protesta è limitata a Teheran ed è agevolmente controllata dai basij (le milizie islamiche) e dalla Guardia Rivoluzionaria. Ma ha già raggiunto le dimensioni della più grande protesta popolare iraniana dal 1979 e potrebbe diffondersi nel paese. E allora, in questo caso, potremmo verificare in tempo reale quanto è forte la tenuta di un regime, il primo totalitarismo islamico del mondo, che ha appena compiuto 30 anni.

 

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