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Le continue minacce della Corea del Nord

Alessandra Poggi - Ragionpolitica 15/6/2009

Il tono minaccioso che da ormai troppo tempo caratterizza le relazioni tra la Corea del Nord e il resto del mondo non accenna a placarsi. «L'opzione di smantellare le nostre armi nucleari è ormai impossibile e poco ci importa che ci autorizzino o no a detenerle». È cristallino il senso del comunicato emanato dal ministero degli Affari Esteri di Pyongyang il 13 giugno. In tale comunicato si dichiara inoltre che tutto il plutonio estratto d'ora in poi verrà utilizzato a scopo unicamente militare e che entro poco la Nord Corea inizierà il processo di arricchimento dell'uranio. Gli analisti hanno già calcolato che la riattivazione dello stock di materiale fissile permetterà al Politburo di Pyongyang di preparare tra le cinque e le sei bombe nucleari.

Dopo i lanci missilistici del 25 maggio scorso, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu era intervenuto d'urgenza nella questione, emanando una serie di sanzioni che sono state appesantite all'unanimità durante la riunione del 12 giugno scorso; il comunicato del ministero degli Esteri nord-coreano è la prima reazione ufficiale alla decisa azione delle Nazioni Unite. La Risoluzione 1874 instaura, infatti, un sistema rinforzato di ispezioni alle merci da e per la Corea del Nord (di provenienza aerea, marittima e terrestre) e un inasprimento dell'embargo sulle armi. Inoltre, essa prevede un pesante aggravio delle sanzioni finanziarie contro Pyongyang, già istituite con la Risoluzione 1718 che il Consiglio di Sicurezza aveva emanato nell'ottobre 2006, subito dopo il primo test nucleare compiuto dalla Corea del Nord.

Il continuo ping-pong tra Pyongyang ed il resto del pianeta non fa che allargare il già imponente abisso di fraintendimenti e minacce che si è andato creando negli ultimi mesi. Già il 5 aprile scorso il lancio di un missile a lunga gittata - che aveva attraversato i cieli del Giappone - verso il Pacifico aveva provocato una ferma condanna dell'Onu e una seria crisi internazionale conclusasi con l'abbandono, da parte di Pyongyang, dei Six Party Talks (i cicli di negoziazione a 6 pensati nel 2003 proprio per tentare di risolvere la questione atomica nord-coreana), l'arresto della collaborazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) e la riattivazione definitiva delle istallazioni nucleari all'interno del paese. In più, nel marzo scorso, Pyongyang aveva annullato unilateralmente il Patto di non aggressione e di riconciliazione stipulato nel 1991 dalle due Coree, tecnicamente tuttora in stato di guerra dato che al conflitto del 1953 non è mai stata ufficialmente posta fine con un trattato di pace. In seguito agli avvenimenti degli ultimi giorni Seul ha rafforzato le guarnigioni in difesa del confine e ha inviato in loco anche una nutrita squadra navale pronta ad ogni evenienza.

In questo infinito ed estenuante teatrino estemo-orientale Pyongyang non cessa di mostrare i muscoli, richiamando a gran voce su di sé l'attenzione del gigante statunitense e dei suoi alleati, ancora distratti dalla crisi economica e da dossier internazionali più rilevanti. Sebbene secondo alcuni sia scontato l'addensarsi di venti di guerra sulla penisola coreana, la strada diplomatica è ancora aperta e deve essere mantenuta salda. L'atteggiamento di Pyongyang cela infatti un'infantile volontà di voler attirare l'attenzione attraverso posizioni retoriche, bizzose e incoerenti, ma che si stanno sicuramente rivelando eccessive sia per gli Usa che per Cina e Russia: forse è il caso che anche Kim Jong-il lo capisca.

 

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