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Israele chiede pace e sicurezza

Benjamin Netanyahu - l'Occidentale 15/6/2009

Pubblichiamo la traduzione del discorso che il premier israeliano Netanyahu ha tenuto alla Università di Bar-Ilan. Punti centrali sono il riconoscimento di Israele come stato ebraico e la smilitarizzazione dei palestinesi come requisito per la nascita del loro stato.

Onorevoli ospiti, cittadini di Israele. La pace è sempre stata il più ardente desiderio del nostro popolo. I nostri profeti donarono al mondo una visione della pace, ci salutiamo l'un l'altro scambiandoci un segno di pace, e le nostre preghiere si concludono con la parola pace. Ci siamo riuniti questo pomeriggio in una istituzione dedicata a due pionieri della pace, Menachem Begin e Anwar Sadat, condividendo la loro visione.

Due mesi e mezzo fa ho giurato come primo ministro di Israele. Mi sono impegnato a creare un governo di unità nazionale – e l’ho fatto. Credevo, e credo, che per noi l’unità sia essenziale, ora più che mai, visto che siamo di fronte a tre immensi cambiamenti – la minaccia iraniana, la crisi economica, e l’avanzamento del processo di pace.

La minaccia iraniana si profila in modo vasto nei nostri confronti, ancora di più com’è stato dimostrato ieri. Il pericolo maggiore che devono affrontare Israele, il Medio Oriente, l’intero mondo e l’umanità, è la connessione fra l’Islam radicale e le armi nucleari. Ho parlato di questa questione con il presidente Obama durante la mia recente visita a Washington e la solleverò ancora nei miei incontri con i leader europei previsti per la prossima settimana. Per anni sono stato al lavoro instancabilmente per forgiare un'alleanza internazionale in grado di prevenire l’Iran dal dotarsi di armi nucleari.

Confrontandoci con una crisi economica globale, il governo si è mosso rapidamente per stabilizzare l’economia israeliana. Abbiamo esaminato il budget di due anni del governo – e la Knesset lo approverà molto presto.

Il terzo cambiamento, estremamente importante, è l’avanzamento del processo di pace. Ho parlato anche di questo con Obama e ho sostenuto pienamente l’idea di una pace regionale che il presidente americano sta portando avanti. Condivido il desiderio di Obama di offrire una nuova era di riconciliazione nella nostra regione. Per riuscirci ho incontrato il presidente Mubarak in Egitto e Re Abdullah di Giordania per ottenere il sostegno di questi leader nell’espansione del ‘cerchio della pace’ nella nostra regione.

Stanotte mi rivolgo a tutti gli altri leader arabi e dico: Incontriamoci. Parliamo di pace e facciamo la pace. Sono pronto ad incontrarmi con voi ogni volta che sarà necessario. Sono pronto ad andare a Damasco, a Ryad, a Beirut, dovunque – compresa Gerusalemme.

Mi rivolgo alle Nazioni arabe affinché cooperino con noi e con i Palestinesi in modo da far avanzare una pace che si regga su fondamenta economiche. Una “pace economica” non è un sostituto della pace politica ma un importante elemento per raggiungerla. Insieme, possiamo portare avanti dei progetti per vincere la scarsezza di risorse della nostra regione, per esempio ottenendo acqua desalinizzata o per massimizzare quello che ci avvantaggia, per esempio sfruttando l’energia solare, o ponendo le condotte del gas e del petrolio, e le rotte per i trasporti verso l’Asia, l’Africa e l’Europa.   

Il successo economico degli Stati del Golfo ci ha impressionato tutti e personalmente mi ha colpito. Mi rivolgo agli imprenditori di talento del mondo arabo affinché vengano ad investire qui e assistano i palestinesi – e noi – nello stimolare l’economia. Insieme, possiamo sviluppare le aree industriali che daranno migliaia di posti di lavoro e porteranno alla creazione di siti turistici in grado di attrarre milioni di visitatori ansiosi di camminare sui luoghi che hanno fatto la Storia – a Nazareth e a Betlemme, attorno alle mura di Gerico e a quelle di Gerusalemme, sulle rive del Mare di Galilea e sui siti battesimali del Giordano. C’è un enorme potenziale per il turismo archeologico, se impareremo a cooperare e a svilupparlo.

Mi rivolgo a voi, nostri vicini palestinesi, guidati dalla Autorità Palestinese, e dico: diamo immediatamente inizio ai negoziati senza precondizioni. Israele è obbligato dai suoi impegni internazionali e si aspetta che tutte le parti rispettino i loro impegni.

Vogliamo vivere in pace con voi come buoni vicini. Vogliamo che i nostri e i vostri figli non debbano più fare l’esperienza della Guerra: che i genitori, i fratelli e le sorelle non conoscano più l’agonia di dover perdere quelli che amano in battaglia; che i nostri figli siano capaci di sognare un futuro migliore e di realizzare questo sogno; e che insieme investiremo le nostre energie in strumenti per la semina e il raccolto non in lance e spade.

Conosco il volto della Guerra. Ho esperienza della battaglia. Ho perso degli amici cari, ho perso un fratello. Ho visto il dolore dei parenti dei defunti. Non voglio la guerra. Nessuno, dentro Israele, la vuole. Se ci stringeremo la mano e lavoreremo insieme per la pace non ci sarà limite allo sviluppo e alla prosperità che potremo ottenere per i nostri due popoli – nell’economia, nell’agricoltura, nel commercio, nel turismo, nella educazione – e cosa più importante nel garantire alla nostra gioventù un mondo migliore in cui vivere, una vita piena di tranquillità, creatività, opportunità e speranza.

Se i vantaggi della pace sono così evidenti dobbiamo chiederci perché la pace resta così remota nonostante continuiamo a tendere la mano verso di essa. Nel tentativo di mettere fine al conflitto dobbiamo fornire una risposta schietta e onesta alla domanda: qual è la radice del conflitto?

Nel suo discorso alla prima Conferenza sul Sionismo a Basel, il fondatore del movimento sionista, Theodore Herzl, disse a proposito della casa nazionale degli ebrei: “Questa idea è così grande che dobbiamo parlarne solo nei termini più semplici".

Sebbene guardiamo all’orizzonte, dobbiamo restare saldamente connessi alla realtà, alla verità. E la semplice verità è che la radice del conflitto era, e resta, il rifiuto di riconoscere il diritto del popolo ebraico di avere un proprio stato, sulla terra che gli ha dato la Storia. Nel 1947, quando le Nazioni Unite proposero un piano per la divisione tra uno stato ebraico e uno stato arabo, l’intero mondo arabo rifiutò la Risoluzione. La comunità ebraica, al contrario, le diede il benvenuto con danze ed espressioni di gioia.

Quelli che pensano che la continua inimicizia verso Israele sia un prodotto della nostra presenza in Giudea, Samaria e a Gaza, confondono le cause con le conseguenze. Gli attacchi che abbiamo subito negli anni Venti, l’escalation con l’offensiva generale nel 1948 in occasione della dichiarazione di indipendenza di Israele, i ripetuti attacchi dei feddayeen negli anni Cinquanta, e il culmine nel 1967, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, sono stati tutti modi di stringere un nodo scorsoio attorno al collo dello stato israeliano. Tutto questo è accaduto durante i cinquant’anni prima che un solo soldato israeliano avesse mai messo piede in Giudea e Samaria.

Fortunatamente, Egitto e Giordania sono usciti dal cerchio dell’inimicizia. Le firme dei trattati di pace hanno portato alla fine delle loro rivendicazioni contro Israele e alla fine del conflitto. Ma con nostro rammarico questo non è stato il caso dei palestinesi. Quanto più ci avviciniamo a un accordo con loro, tanto più aumentano quelle richieste che sono incompatibili con un vero desiderio di mettere fine al conflitto.

Molta gente per bene ci ha detto che il ritiro dai territori è una questione essenziale per ottenere la pace con i palestinesi. Beh, in effetti in passato ci siamo già ritirati. Ma il fatto è che ad ogni ritiro si è verificata un’enorme ondata di terrore da parte di attentatori suicidi e migliaia di missili.

Abbiamo cercato di ritirarci con o senza la stipula di accordi. Abbiamo cercato di fare dei ritiri parziali o completi. Nel 2000 e di nuovo l’anno scorso, Israele ha proposto un ritiro quasi totale in cambio della fine del conflitto, ma entrambe le nostre offerte sono state rifiutate. Abbiamo evacuato fino all’ultimo centimetro della Striscia di Gaza, abbiamo sradicato decine di insediamenti e sfrattato migliaia di israeliani dalle loro case; e come risposta abbiamo ricevuto una pioggia di missili sulle nostre città, paesi e bambini L’affermazione che il ritiro dai territori porterà alla pace con i palestinesi, o anticiperà i tempi per raggiungere la pace, finora non ha avuto nessuna corrispondenza con la realtà.

Per di più, nel sud del paese Hamas – e gli Hezbollah nel nord – proclamano ripetutamente il loro impegno per “liberare” le città israeliane di Ashkelon, Berrsheba, Acre e Haifa. Il ritiro dai territori non ha fatto diminuire l’odio e, con nostro rammarico, i palestinesi moderati non sono ancora pronti a dire queste semplici parole: Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, e resterà tale.  

Il raggiungimento della pace richiederà il coraggio e la franchezza da parte dei due schieramenti, e non solo da parte d’Israele. La leadership palestinese deve alzarsi in piedi e dire: Ne abbiamo avuto abbastanza di questo conflitto. Riconosciamo il diritto del popolo ebraico d’avere un proprio Stato in questi territori, e siamo pronti a viverci accanto in una vera pace.

Sto aspettando e desiderando che si avveri quel momento, quando i leader palestinesi diranno parole del genere alla nostra gente e alla loro. Allora si aprirà il cammino per risolvere tutti i problemi della nostra popolazione, non importa quanto possano essere difficili.

Di conseguenza, un requisito preliminare e fondamentale per mettere fine al conflitto è quello di un riconoscimento pubblico, vincolante ed inequivocabile di Israele come lo Stato e la Nazione del popolo ebraico. Per dare un vero senso a questa dichiarazione, deve essere messo in chiaro che il problema dei rifugiati palestinesi va risolto fuori dalle frontiere israeliane. Perché ciò avvenga deve essere chiaro che qualsiasi richiesta di re-insediamento dei rifugiati palestinesi entro le nostre frontiere mina l’esistenza dello Stato del popolo ebraico nel tempo.

Il problema dei rifugiati palestinesi deve essere risolto, e può essere risolto, dato che noi stessi ci siamo ritrovati in una situazione simile. Nel piccolo territorio israeliano sono stati assorbiti con successo decine di migliaia di rifugiati ebrei che hanno lasciato le loro case e i loro averi nei paesi arabi. Quindi, tanto la giustizia come la logica ci dicono che il problema dei rifugiati palestinesi debba essere risolto al di fuori delle frontiere d’Israele. Su questo punto c’è un ampio consenso nazionale. Credo che con la buona volontà e con l’investimento internazionale, questo problema umanitario possa essere risolto in modo permanente.

Finora ho parlato della necessità dei palestinesi di riconoscere i nostri diritti. Fra un momento parlerò apertamente della nostra necessità di riconoscere i loro diritti. Prima però lasciatemi dire che il legame fra tra il popolo ebraico e la Terra d’Israele dura da più di 3500 anni. Giudea e Samaria, i luoghi in cui vissero Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, Isaia e Geremia, non ci sono estranei. Questa è la terra dei nostri antenati.

Il diritto degli ebrei di avere uno Stato nella terra d’Israele non deriva dalle catastrofi che hanno tormentato la nostra gente. E’ vero che per 2000 anni il popolo ebraico è stato vittima di espulsioni, persecuzioni, diffamazioni, e massacri che sono culminati nell’Olocausto, una sofferenza che non ha uguali nella storia dell’Umanità. C’è chi afferma che se non fosse avvenuto l’Olocausto, non sarebbe mai stato creato lo Stato d’Israele. Ma io rispondo che se lo Stato d’Israele fosse stato creato prima, non sarebbe mai avvenuto l’Olocausto. Questa tragica storia di impotenza spiega perché il popolo ebraico ha bisogno del diritto sovrano alla autodifesa.

Ma il nostro diritto di creare uno Stato sovrano proprio qui, nella terra d’Israele, deriva da un semplice fatto: questa è la patria degli ebrei, è qui che la nostra identità è stata dimenticata. Come proclamò il primo ministro israeliano David Ben-Gurion nella nostra Dichiarazione d’Indipendenza: “Il popolo ebreo nacque nella terra d’Israele ed è qui che si è formato il suo carattere spirituale, religioso e politico. Proprio qui gli ebrei hanno ottenuto la loro sovranità e qui hanno lasciato in eredità al mondo i loro tesori nazionali e culturali, e i libri sacri più eterni”.

Ma bisogna essere sinceri fino in fondo: entro questa patria vive una numerosa comunità palestinese. Non vogliamo governarla, non vogliamo regolare la loro vita, non vogliamo imporre loro né la nostra bandiera né la nostra cultura.

Nella mia visione della pace, in questo nostro piccolo territorio, due popoli possono vivere liberamente, uno accanto all’altro, in amicizia e nel mutuo rispetto. Ognuno avrà la sua propria bandiera, il proprio inno, il proprio governo. Nessuno minaccerà la sicurezza o la sopravvivenza dell’altro. Queste due realtà – cioè, il nostro legame con la terra d’Israele e con la popolazione palestinese che ci vive dentro – hanno creato delle profonde divisioni nella società israeliana. Ma la verità è che abbiamo molte più cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono.

Sono qui stasera per esprimere questa unità e quei principi di pace e sicurezza sui quali c’è un vasto consenso nella società israeliana. Questi sono i principi che guidano la nostra politica. Una politica che deve prendere in considerazione la situazione internazionale che si è creata di recente. Dobbiamo riconoscere questa realtà e allo stesso tempo difendere con fermezza quei valori che sono essenziali per Israele.

Ho già parlato del primo principio, quello del riconoscimento. I palestinesi devono riconoscere chiaramente e senza ambiguità Israele come uno Stato ebraico. Il secondo principio è la demilitarizzazione. Il territorio sotto controllo palestinese deve essere demilitarizzato con clausole di sicurezza blindate per Israele. Senza queste due condizioni, esiste il pericolo reale che venga creato uno Stato armato palestinese che divenga un'altra base per i terroristi che lottano contro di noi, come quello sorto a Gaza.

Noi non vogliamo i missili Kassam su Petach Tikva, né razzi Grad su Tel Aviv, né missili contro l’aereoporto Ben-Gurion. Noi vogliamo la pace. Ma per ottenere la pace, dobbiamo assicurarci che i palestinesi non importino missili nel loro territorio, non armino il loro esercito, che non chiudano il loro spazio aereo, o raggiungano accordi con l'Hezbollah e l'Iran. Anche su questo argomento, in Israele c’è un largo consenso.

E’ impossibile aspettarsi da noi un accordo che venga prima della certezza di uno Stato palestinese demilitarizzato. In una questione così critica per l'esistenza di Israele, dobbiamo assicurarci innanzitutto che vengano rispettate le nostre necessità di sicurezza.

Di conseguenza, oggi chiediamo ai nostri amici della comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, di intervenire su ciò che è essenziale per la sicurezza d’Israele: un chiaro impegno che - in un futuro accordo di pace - il territorio controllato dai palestinesi sia demilitarizzato, cioè senza un esercito, senza il controllo del suo spazio aereo, e con misure di sicurezza efficaci per prevenire il contrabbando di armi nel suo territorio – un vero monitoraggio, non come quello che accade oggi a Gaza. E ovviamente, i palestinesi non devono essere capaci di stabilire accordi militari.

Senza tutto questo, prima o poi, quei territori diventerebbero un altro Hamastan. Ed è un qualcosa che non possiamo accettare. Quando sono andato a Washington ho detto al presidente Obama che se possiamo trovare un accordo nella sostanza allora la terminologia non sarà un problema. Ed ecco qui la sostanza che ribadisco con chiarezza: se riceveremo questa garanzia sulla demilitarizzazione e sulle necessità di sicurezza di Israele, e se i palestinesi riconosceranno Israele come lo Stato del popolo ebraico, allora in futuro saremo pronti a raggiungere un accordo di pace per ottenere una soluzione in cui uno Stato palestinese esisterà accanto allo Stato ebraico.

(Traduzione di Fabrizia B. Maggi e Roberto Santoro)

 

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