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Dall'Afghanistan al Pakistan cresce l’offensiva dei terroristi

Daniele Martino - Ragionpolitica 12/6/2009

Nella mattinata di venerdì il Pakistan è stato scosso da una serie di attentati: a Nowhera, nella provincia della North-West Frontier, un'autobomba è andata a schiantarsi contro una moschea, mentre stava per cominciare la preghiera del venerdì. Nel Punjab, invece, i terroristi hanno puntato un obiettivo dall'altissimo valore simbolico, l'Università islamica Jamia Naeemia di Lahore, uccidendo il rettore Sarfraz Naim.

Questa sequenza di attacchi suicidi segna la volontà da parte dei terroristi di compiere un salto di qualità nel loro disegno di destabilizzazione del Pakistan. Il fatto che entrambi gli attacchi siano avvenuti di venerdì, il giorno di festa dei musulmani, e contro due moschee, testimonia come il progetto estremista vada nella direzione di assumere una connotazione più marcatamente legata all'estremismo religioso. Il rettore ucciso a Lahore, infatti, era noto per le sue posizioni anti-talebane e moderate; Naim aveva collaborato sia con Pervez Musharraf sia con Benazir Bhutto per esercitare una funzione di controllo sulle madrasse, le famigerate scuole islamiche che in Pakistan sono spesso fucine di futuri terroristi.

Tuttavia, la situazione di caos sempre crescente in Pakistan non può essere inquadrata tenendo presenti solamente le grandi problematiche interne del paese: tutto quanto avviene in Pakistan ha dirette conseguenze oppure è conseguenza diretta della situazione afghana. Non a caso, oggi si parla sempre più insistentemente del cosiddetto blocco AfPak, che vede come un'unica area turbolenta Kabul e Islamabad. La consapevolezza di considerare unitariamente i due Stati sembra l'unica strada percorribile per giungere ad una relativa pacificazione della zona: in questa direzione va certamente l'azione di Richard Holbrooke, l'inviato speciale degli Stati Uniti per l'AfPak, in stretta connessione con le operazioni militari della coalizione in Afghanistan.

A tal proposito, il ferimento di tre nostri soldati nella zona di Farah, giovedì scorso, è la conferma di come i terroristi agiscano in maniera via via più organizzata: l'attacco di Farah era pianificato in tutti i particolari e si configura in una strategia talebana che inizia ad essere più di guerra che di guerriglia. Solo l'esperienza e la professionalità dei nostri soldati ha evitato conseguenze peggiori per il nostro contingente: è da notare come fortunatamente oggi i militari italiani, in seguito alle nuove regole d'ingaggio stabilite dal governo Berlusconi, possano esercitare una funzione di contrasto attivo agli attacchi. Ciò sarebbe stato impossibile durante il governo Prodi, dati i numerosi caveat che impedivano ai nostri soldati di contrastare i terroristi e di assicurare la protezione necessaria alle popolazioni locali.

La rinnovata azione dei talebani conferma quindi come le operazioni di peace-keeping e peace-enforcing nel paese da parte della coalizione internazionale richiedono una collaborazione sempre maggiore tra i vari contingenti, in un'ottica di sinergia logistica e militare che è l'unica possibilità di contrastare in maniera efficace e duratura l'offensiva terroristica. Proprio qui sta il punto chiave di tutta la questione: solo una azione di contrasto forte ai talebani in Afghanistan può permettere una tranquillità nell'azione diplomatica a Islamabad, creando quelle condizioni di stabilità politica fondamentali per il Pakistan. Islamabad infatti possiede un potenziale nucleare che non può certamente essere in dotazione ad uno Stato che rischia di scivolare verso una ingovernabilità totale, se non addirittura in direzione di una dissoluzione in varie entità statali su base etnica. In uno scenario così complesso, l'unico elemento in grado di garantire stabilità rimane l'esercito pachistano, da sempre molto importante nel paese. Infatti, dopo l'attentato mortale a Benazir Bhutto e l'insediamento al governo del suo discusso marito Asif Ali Zardari, le forze politiche pakistane sono in uno stato di continua litigiosità. Per questo la forza e l'autorevolezza dell'esercito costituiscono attualmente l'unico argine certo verso scenari peggiori. Se fino a qualche mese fa sembrava un'ipotesi fantasiosa, oggi il ritorno al governo del generale Musharraf è da prendere seriamente in considerazione.

 

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