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In Libano vince il fronte occidentale

Matteo Gualdi - Ragionpolitica 9/6/2009

Sono andati oltre ogni più rosea previsione i risultati delle elezioni politiche in Libano. Il fronte filo-occidentale «14 Marzo», dal giorno della rivolta antisiriana seguita all’omicidio di Rafik Hariri, di cui fanno parte Saad Hariri, figlio dell’ex premier e leader della Corrente del Futuro, sunnita, i drusi di Walid Jumblatt ed i cattolico-maroniti di Amin Gemayel, guida delle Falangi Libanesi, e di Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi, hanno conquistato 71 seggi su 128. Un risultato particolarmente importante anche perché inaspettato, visto che la maggior parte degli analisti e dei media internazionali davano praticamente per certa la vittoria, di misura, dell’attuale opposizione guidata da Hezbollah, che, insieme agli sciiti di Amal, al generale cattolico-maronita Michel Aoun, leader del Free Patriotic Movement, ed ai cristiani armeni del Tashnak, ha conquistato 57 seggi.

Il Partito di Dio, però, non esce realmente indebolito da questa tornata elettorale, visto che ha dimostrato di rappresentare la quasi totalità del mondo sciita, cioè della comunità più grande di cui si compone la popolazione libanese. Inoltre occorre considerare che gli accordi di Doha del maggio 2008, che consentirono l’elezione del Presidente Suleiman e la formazione dell’attuale governo dopo mesi di empasse, danno all’opposizione un diritto di veto sulle scelte della maggioranza, e che quindi, per certi aspetti le cose non cambieranno sensibilmente nei prossimi mesi. In definitiva i rapporti di forza all’interno del Parlamento restano praticamente invariati, ma la maggioranza incrementa la propria legittimazione a governare, anche se molto probabilmente sarà necessario optare per un governo di unità nazionale che coinvolga anche le opposizioni. Nonostante questo, però, il voto espresso dai libanesi fornisce indicazioni politiche importanti: messi di fronte ad una scelta i libanesi hanno preferito un governo filo-occidentale, piuttosto che uno filo-siriano. «Evidentemente la maggioranza della popolazione non vuole lo scontro, vuole la pace,» ha detto Hilal Khashan, professore di Scienze Politiche alla American University di Beirut.

Questo non significa che da domani Hezbollah verrà disarmato e che il Libano si libererà improvvisamente dell’influenza di Iran e Siria, ma è comunque un segnale incoraggiante. Anche il fatto che abbia votato il 54,8 percento degli aventi diritto, contro il 28 percento delle precedenti elezioni del 2005, indica che i libanesi avevano ben chiaro che la posta in gioco era alta. Occorreva evitare il «modello Hamas», cioè il rischio che il Libano si trasformasse in una nuova Gaza, dove per mesi all’indomani dell’elezione del gennaio 2006 la comunità internazionale tagliò gli aiuti finanziari per ristabilirli, fortemente ridimensionati e solo dietro rigide garanzie sulla loro destinazione.

Da Beirut, quindi, spira un vento di speranza per il futuro. A questo punto, molto dipende da come andranno le elezioni di venerdì in Iran. Una insperata vittoria del «moderato» Hussein Moussavi non cambierebbe la sostanza del regime di Teheran né altererebbe sensibilmente i rapporti tra le istituzioni iraniane (all’interno delle quali è la Guida Suprema ad esercitare il potere più importante), ma sarebbe comunque un segnale importante, una chiara indicazione che qualcosa si muove in Medio Oriente, e che il fronte più radicale ed oltranzista viene ridimensionato in favore di un fronte più conciliante ed aperto ad un possibile dialogo.

 

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