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Così sono uscita viva dalla camera a gas

SALVATA DALL'OLOCAUSTO

Di Francesco Saverio Alonzo - Avvenire 5/6/2009
 
Ci accoglie con un sorriso un po’ forzato, lasciando da parte per un’ora i dolori che l’affligggono da tempo, facendoci accomodare in un angolo della bella casa di cura per anziani nel centro di Stoccolma. Le è costato molta fatica decidere di raccontare la sua odissea, riaprendo così le ferite che molto lentamente si erano richiuse nella sua anima. E che l’hanno segnata per sempre. «Vede, forse le sembrerà strano, ma la sola vista di un cane pastore tedesco mi far star male ancora oggi perché era con quei cani da guardia, sempre minacciosi, che i soldati ci tenevano in riga». Poi, tirando un sospiro profondo, Sara Rosenbaum ci dice: «Se sapesse… dopo che sono apparsa alla televisione svedese… ho ricevuto tante minacce dai neonazisti, anche recentemente, e non vorrei che approfittassero di questa occasione per tornare all’attacco. Molti amici mi avevano sconsigliato di parlare ancora temendo per la mia incolumità, ma ho pensato: bisogna che qualcuno racconti anche oggi la verità dello sterminio degli ebrei mediante e l’orrore delle camere a gas, che qualcuno è arrivato a mettere in discussione come verità storica. Io sono una delle poche persone, forse l’unica vivente, che sia uscita viva da uno di quei luoghi di morte e che abbia visto con i propri occhi i risultati delle cosiddette "disinfezioni".

Da quanto tempo si trovava ad Auschwitz quando sfuggì miracolosamente alla morte?
Mi trovavo nel campo di sterminio da poche ore, era l’inverno del 1944. Tre anni prima, nel 1941, i tedeschi e i loro collaboratori locali avevano iniziato in Lituania, dove risiedevo, la pulizia etnica, arrestando tutti gli ebrei. Mio padre e mio fratello furono rinchiusi nella "Fortezza numero sette" (una prigione militare ndr) e uccisi pochi giorni dopo insieme con altre centinaia di ebrei. Anche mia madre e mia sorella furono deportate, di loro non si è più saputo nulla. Io, che avevo appena dieci anni, fui rinchiusa in un campo per bambini e vi rimasi per tre anni. Avevo perso totalmente la nozione del tempo, non sapevo più che giorno fosse, notavo soltanto il cambiamento delle stagioni. Un freddo giorno d’inverno fummo raccolti, noi bambini provenienti dagli Stati baltici e dall’Ungheria, e caricati su carri bestiame per essere inviati a lavorare in uno zuccherificio. Arrivati ad Auschwitz, sporchi e maleodoranti, fummo passati in rivista dal dottor Mengele. Lo ricordo bene: alto, in uniforme delle SS, guanti bianchi.

E lì cosa accadde?
Con un dito indicava quali bambini dovessero andare a destra e quali a sinistra. Io finii nel gruppo di sinistra e le ausiliarie tedesche ci spiegarono che saremmo andati a fare la doccia. Ci spogliammo, ma, all’atto di entrare nel locale del bagno, non so perché, decisi di essere l’ultima della fila. Quasi subito si udirono i primi che urlavano dopo essersi accorti che in quel locale non c’era l’acqua. Il panico si diffuse rapidamente, qualcuno aveva già sentito parlare delle camere a gas, e tutti cercavano disperatamente di uscire dalla camera delle docce. Io fui spinta contro la porta da coloro che tentavano di scappare. Il soldato addetto alla porta tentò di chiuderla, ma non ci riuscì perché il mio corpo la bloccava. Allora, con uno strattone, mi tirò fuori e quindi chiuse la porta sigillata con strisce di gomma. Quella fu la mia miracolosa salvezza.

Una volta in salvo, cosa fece?
Ero nuda e uscii all’aperto. Un soldato mi domandò in tedesco: «Dove sei stata?». «A fare la doccia», risposi. «E con chi sei?». «Con noi», risposero alcune donne di un gruppo di zingari che sostava fuori del locale. Mi procurarono subito degli indumenti e poi entrai con loro, reggendo un idrante, per lavare i cadaveri dei bambini uccisi che dovevano essere caricati sulle carrette e condotti ai forni crematori.

Ma non vi furono altri tentativi di ucciderla con il gas?
No. Quello era stato, diciamo così, l’ultimo atto di Auschwitz, con il sacrificio di cinquecento bambini e ragazzi. Quasi subito fummo incolonnati e lasciammo il lager, iniziando quella che sarebbe stata "la marcia della morte" sotto l’incalzare delle truppe sovietiche. Ricordo che un alto ufficiale ci urlò: «Maledetti ebrei, è finita per noi, ma ci farete compagnia». Chi cadeva per terra, veniva abbandonato e chi rallentava veniva freddato con un colpo di pistola.

Dove eravate diretti?
Non so. Forse ai tedeschi premeva soltanto di svuotare il lager. I soldati che ci scortavano erano frustrati e stanchi. Una sera ci stiparono in una stalla e poco dopo venne un sergente e domandò se ci fosse qualcuno capace di cantare. La mia migliore amica, Clary, un’ebrea cecoslovacca, si presentò insieme con me. Cantammo delle belle canzoni e i soldati ci ricompensarono con minestra e pane. Tornate nella stalla, Clary mi disse che sentiva tanto freddo. La strinsi a me. Eravamo così magre (io pesavo 23 chili) che ciascuna sentiva sul suo corpo le ossa dell’altra. Al mattino, quando mi svegliai, sentii che Clary era gelida. Era morta nelle mie braccia.

Quanto durò questo calvario?
Il 3 marzo 1944 fummo finalmente liberati dalle truppe sovietiche ed io venni ricoverata in ospedale. Un capitano medico ebreo constatò un principio di tubercolosi ossea e mi domandò se non avessi qualche parente negli Stati Uniti. Sapevo soltanto che un mio zio abitava a Brooklin, ma riuscirono, non so come, a reperirlo. Non era ricco, ma mi inviò comunque cinque grammi di streptomicina che costava ventotto dollari al grammo. Il mio medico mi disse: con questo quantitativo non risolviamo nulla. Vendiamoli e con i soldi ti farò avere cibo nutriente. E così fu. Latte, uova, carne mi rimisero in sesto e guarii.

Lei si recò quindi in Israele e là iniziò una nuova vita prima di incontrare il suo futuro marito, un ebreo svedese di origini polacche, e di trasferirsi qui in Svezia.
Proprio così. Ma voglio riferirle un episodio emblematico. Abitavo nel cosiddetto "kibbutz dei bambini" e un giorno stavamo per partire per una gita, a bordo di un autobus, quando vidi un signore che ci inseguiva correndo, facendo cenno di fermarci. L’autista arrestò il mezzo e io feci sedere il sopravvenuto accanto a me. Parlammo del più e del meno e io gli raccontai del modo in cui ero sfuggita alla morte nella camera a gas. Allora lui mi chiese se fosse stato in occasione dell’eccidio degli ultimi cinquecento bambini. Risposi di sì ed egli mi disse, rivolgendomi uno sguardo affettuoso: sono Simon Wiesenthal e, nel corso delle mie ricerche sull’Olocausto, ho avuto la conferma della tua storia da quel soldato tedesco che ti tirò fuori dalla camera a gas.

 

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