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Obama apre all'Islam

Cristiano Bosco - Ragionpolitica 4/6/2009

Dopo il grande consenso ottenuto sull'elettorato e sui media americani, oltre che su buona parte dell'opinione pubblica mondiale, Barack Obama prova ad adattare il suo messaggio al mondo islamico, nel tentativo di trovare alcuni punti in comune per instaurare un nuovo clima di dialogo. Si tratta, con parole e riferimenti diversi, di una versione aggiornata, riveduta e corretta del cosiddetto «abbraccio ecumenico» con cui, nella campagna elettorale presidenziale, ha convinto la maggior parte dei cittadini americani a mettere da parte le divisioni del passato e a votare per lui. Senza ambizioni elettorali, stavolta si rivolge all'universo musulmano utilizzando l'arma dell'appeasement, con l'ambizione di presentarsi come un leader diverso dal predecessore, intenzionato a cominciare un rapporto pacifico «basato sul rispetto reciproco e sull'interesse reciproco».

«Un nuovo inizio nei rapporti tra i musulmani e gli Stati Uniti» è il leit motiv, e forse anche l'estrema sintesi, del discorso tenuto dal presidente americano in una gremita aula magna dell'Università Al-Azhar del Cairo, in Egitto. Un lungo intervento nel quale Obama ha citato parti dei libri sacri delle tre maggiori religioni del Medioriente, il Corano, la Bibbia e il Talmud, per esortare i popoli alla pace («I popoli del mondo possono vivere in pace, sappiamo che è la visione di Dio, e questo dev'essere il nostro lavoro sulla Terra») e, auspicando la fine del «ciclo di sospetto e di discordia», ha sottolineato l'importanza della libertà di religione. Ripetendo quanto già affermato nella sua visita ad Ankara, Turchia - nella quale scrupolosamente e abilmente evitò ogni riferimento alla tragedia armena - l'inquilino della Casa Bianca ha ricordato che «gli Stati Uniti non sono in guerra con l'Islam», specificando tuttavia che essi continueranno a «confrontarsi con gli estremisti violenti che rappresentano una grave minaccia alla nostra sicurezza». Sulla delicata questione dei rapporti tra Israele e Palestina, Obama ha definito «assurdo e odioso» negare l'Olocausto e invocare e minacciare la distruzione dello Stato ebraico, una poco velata frecciata nei confronti dei fenomeni del negazionismo mediorientale e, soprattutto, una risposta alle ripetute affermazioni in tal senso del leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, alle quali sono seguite precise richieste rivolte alle due parti in causa: mentre Israele dovrebbe mettere fine ai nuovi insediamenti e «riconoscere il diritto alla Palestina di esistere», i palestinesi dovrebbero abbandonare la violenza, con l'obiettivo di costruire la pace tra i due popoli, per i quali l'unica soluzione è quella di «due Stati che convivono in pace e sicurezza». Non sono mancati infine accenni alle ambizioni nucleari iraniane: il regime degli ayatollah, per Obama, «dovrebbe avere accesso al nucleare pacifico, ma deve aderire al Trattato di Non-Proliferazione».

Un discorso, quello del presidente americano, volto a «vincere i cuori e le menti» del mondo arabo e musulmano. Non un compito facile, tenuto conto della pessima reputazione di cui godono gli Stati Uniti e l'Occidente in quell'area, alimentata dall'assai diffuso fenomeno dell'antiamericanismo e dalla propaganda degli estremisti. Obama tenta così, lamentando gli «stereotipi negativi» sull'Islam e sugli Usa, di iniziare un nuovo corso, facendo affidamento alla sua provata e apprezzata retorica, e nel tentativo di fare leva sulle ali moderate e riformiste dell'Islam. Nonostante il predominante e marcato appeasement, che secondo alcuni opinionisti potrebbe avere effetti controproducenti e rinforzare i nemici dell'America, hanno trovato spazio anche alcune critiche nei confronti di alcuni aspetti chiave del mondo islamico, dal trattamento delle donne all'uso diffuso della violenza, a parziale bilanciamento delle molte parole di autocritica (al cui riguardo, il quotidiano britannico The Guardian sostiene che Obama sia il presidente americano che più di ogni altro abbia criticato il proprio Paese sul suolo straniero).

Un antipasto di quello che sarà l'approccio di Obama nei riguardi della questione mediorientale. Una sfida che, tuttavia, deve ancora iniziare. «Nel passato i presidenti Usa hanno spesso imparato che il diavolo sta davvero nei dettagli, quando si ha a che fare con il Medio Oriente», ha dichiarato il docente di storia della Princeton University Julian E. Zelizer. E i messaggi di nemici dichiarati dell'Occidente - l'ayatollah Ali Khamenei e il leader terrorista Osama Bin Laden su tutti - emersi con grande puntualità, che hanno preceduto e fatto da sfondo alla visita del presidente americano al Cairo, ne sono la dimostrazione. Il capo di Al Qaeda ha definito Obama «uguale a Bush», mentre la guida religiosa iraniana ha affermato che «il nuovo governo americano cerca di trasformare la propria immagine, ma non ci riuscirà solo parlando, con discorsi e slogan». Una evidente conferma della natura non reattiva, ma aggressiva e anti-americana, dell'estremismo islamico. Che non odia l'America per quello che fa, ma per quello che è e rappresenta. A prescindere dall'identità e dalla retorica dell'inquilino della Casa Bianca.

 

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