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Africa. Le cause profonde della povertà

Anna Bono - Ragionpolitica 3/6/2009

Si è appena conclusa una settimana densa di iniziative dedicate all'Africa e iniziata con le celebrazioni della Giornata mondiale dell'Africa che ricorre ogni anno il 25 maggio, anniversario della fondazione della prima istituzione panafricana, l'Oua, nata nel 1965 e sostituita nel 2002 dall'attuale Unione Africana.

Tutti in questi giorni hanno detto qualcosa a proposito dei problemi di quel continente e delle possibili soluzioni, a incominciare dal Ministro dell'economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, che ha promesso di istituire la D-tax, grazie alla quale una parte dell'Iva sui beni venduti potrà essere destinata a organizzazioni non governative operanti in Africa invece di confluire nelle casse statali. Il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha spiegato che bisogna approfittare della crisi economica per far partire su nuove basi il processo di sviluppo dell'Africa e ha quindi affermato il dovere di avviare un partenariato con i paesi africani che permetta di aggredire le cause profonde della povertà.

Il Presidente della Commissione dell'Unione Africana, Jean Ping, ha pronunciato un discorso iniziato con l'asserzione che «il mondo senza l'Africa non è il mondo» e conclusosi con la richiesta di aiuti finanziari supplementari per arrivare alla cifra di 106 miliardi di dollari posta come traguardo per disporre delle risorse necessarie a superare la crisi. Poi tra gli altri, a sostegno delle richieste di Ping, ha parlato Romano Prodi, inviato speciale Onu per le operazioni di peacekeeping e presidente della Fondazione per l'amicizia dei popoli. Prodi ha lasciato interdetto il mondo dichiarando che l'Europa ha «frammentato» l'Africa e quindi ha la responsabilità politica e morale dei conflitti post coloniali, quasi tutti intra statali. Deve essersi confuso: di solito le rimostranze terzomondiste vertono infatti sui confini statali tracciati dalle potenze coloniali europee che, lungi dal frammentare, avrebbero piuttosto tentato di unificare dei territori costringendo a convivere popolazioni fino a quel momento divise: di qui i conflitti etnici. Per inciso, ci sarebbe da discutere a questo proposito. Unite o frammentate, le comunità africane da millenni si contendono le risorse naturali e umane disponibili, incessantemente combattendo guerre di conquista e di rapina che costituiscono un fattore strutturale delle loro economie di sussistenza.

Tornando a Prodi, l'ex Presidente del consiglio italiano inoltre ha liquidato, definendole una «fesseria», le teorie di chi ritiene gli aiuti internazionali all'Africa inutili e anzi dannosi: un giudizio che non meritano gli studiosi che tentano di individuare vie d'uscita per il continente più povero del mondo, tanto più se si tratta di africani come il kenyano James Shikwati e la zambiana Dambisa Moyo: due economisti dei quali non è esagerato dire che rischiano grosso puntando l'indice contro sprechi, corruzione e malgoverno in paesi retti da leadership capaci di risposte violente alle critiche che ne mettono in dubbio il diritto a governare. Altre dichiarazioni si potrebbero citare di altrettanto illustri partecipanti alle celebrazioni italiane dedicate al continente africano: tutte che sostanzialmente prescindono - questo le accomuna - da ciò che gli africani fanno e da ciò che succede realmente in Africa.

In fin dei conti, infatti, delle «cause profonde» della povertà in Africa non ha parlato nessuno. Come si fa a vincere la povertà se non si supera il livello delle economie di sussistenza e se non si riconosce la centralità della persona e l'esistenza di diritti inerenti alla condizione umana, e dunque universali e inalienabili, smettendo di far dipendere i diritti dallo status? Questa domanda, come al solito, non l'ha posta nessuno né si sono presi impegni precisi per escludere da qualsivoglia partenariato gli stati in cui, a causa di classi dirigenti irresponsabili e incapaci, anche i progetti di sviluppo meglio concepiti non possono avere successo.

L'unica buona notizia per avviare, ad esempio, un programma di sviluppo in Zimbabwe sarebbe l'impegno del governo di quel paese a riattivare le fattorie confiscate a centinaia dal presidente Mugabe agli inizi di questo decennio, ora tutte incolte o quasi improduttive. Fino ad allora, comunque li si voglia chiamare - nuovo partenariato, Piano Marshall per l'Africa... - si tratterà di interventi per impedire a qualche milione di persone di morire di fame e di uccidersi a vicenda, migliorandone condizioni di lavoro e di vita mentre però mancano i cambiamenti strutturali necessari alla crescita di moderni settori produttivi che diano lavoro alle nuove generazioni. Lo stesso vale per tanti altri stati: dal Niger, dove il presidente Tandja si accinge a imporre la cancellazione dell'articolo costituzionale che gli impedisce di candidarsi per la terza volta alla carica di capo di stato (e intanto ha sospeso il Parlamento avviando una ennesima crisi politica), al Gambia, appena uscito da una caccia alle streghe costata la vita a chissà quante persone accusate di stregoneria a scopo di complotto contro il governo e scatenata dal presidente Yahya Jammeh, lo stesso che lo scorso anno ne ha lanciata una contro gli omosessuali e che nel 2007 ha costretto i suoi connazionali sieropositivi a curarsi con miscugli di erbe e banane.

 

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