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Pyongyang continua a sfidare la comunità internazionale

Alessandra Poggi - Ragionpolitica 26/5/2009

Due anni e mezzo dopo il primo esperimento nucleare nord-coreano, Pyongyang ha annunciato lunedì 25 maggio di aver effettuato con successo un nuovo test atomico sotterraneo, giustificato - secondo il Governo della Corea del Nord - dalla volontà di rafforzare le proprie capacità di dissuasione nucleare e di garantire la propria sovranità nazionale. Il test nucleare di lunedì scorso - insieme al relativo terremoto artificiale di magnitudo 4,5 sulla scala Richter e al contemporaneo lancio di tre missili a corta gittata- non è che l'ultimo di una serie di atteggiamenti ostili della Corea del Nord nei confronti dei Paesi vicini e, più in generale, dell'intera Comunità Internazionale.

La prima fase del rinnovato affronto nucleare di Pyongyang si era consumata il 26 agosto 2008, quando il Politburo nord-coreano aveva annunciato la decisione unilaterale di interrompere il programma di disarmo atomico. Esattamente due mesi dopo aver distrutto la torre di raffreddamento della centrale nucleare di Yongbyon - un gesto simbolico teso a manifestare la ferma volontà di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari - la Repubblica popolare democratica della Corea del Nord (RPDC) aveva infatti reso pubblica la decisione di sospendere il programma di smantellamento nucleare, come ritorsione contro gli Usa e, nello specifico, contro la mancata cancellazione della RPDC dalla lista nera degli Stati canaglia.

A metà dell'ottobre 2008, poi, le relazioni tra la Corea del Nord e l'Occidente sembravano essersi aggiustate pressoché definitivamente allorché l'uscente Amministrazione Bush aveva voluto segnare un ultimo punto a suo vantaggio riguardo al dossier nucleare nord-coreano, finalmente rimuovendo Pyongynag dalla lista nera e ottenendo, in cambio, la ripresa dello smantellamento della centrale nucleare di Yongbyon.

Le realtà di questi giorni, tuttavia, mostra con evidenza come il «caro leader» Kim Jong-il non abbia nessuna intenzione di adeguarsi alle regole di convivenza della Comunità Internazionale. Già il 5 aprile scorso il lancio di un missile a lunga gittata - che aveva attraversato i cieli del Giappone - verso il Pacifico, aveva provocato una ferma condanna dell'Onu e una seria crisi internazionale conclusasi con l'abbandono, da parte di Pyongyang, dei Six Party Talks (i cicli di negoziazione a sei inizializzati nel 2003 proprio per tentare di risolvere la questione atomica nord coreana), l'arresto della collaborazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) e la riattivazione definitiva delle istallazioni nucleari all'interno del Paese.

Dato per moribondo solo qualche mese fa, il «caro leader» si sta grandemente re-imponendo all'attenzione degli Usa e delle grandi potenze asiatiche. Ispirandosi al modello iraniano e dopo essere tornato inaspettatamente e spettacolarmente alla guida del Paese, Kim Jong-il dichiara da ormai molti mesi di avere l'inalienabile diritto di sviluppare un programma spaziale e nucleare autonomo. L'atteggiamento aggressivo del «caro leader» risponde soprattutto a delle ragioni di tipo prettamente interno e in particolare militare, tese al rafforzamento delle capacità di dissuasione di un regime che si sente ormai assediato e seriamente minacciato. Negli ultimi anni, il Governo della Corea del Nord ha grandemente pubblicizzato il rafforzamento della panoplia di missili a media gittata e aspira sempre più a volersi dotare di una capacità balistica credibile e i lanci di missili di questi giorni sembrano confermare il bisogno nord-coreano di rendere credibile una tale realtà.

Il test atomico del 25 maggio sembrerebbe dunque obbedire all'esigenza di Kim Jong-il di propagandare un regime che sta tentando in tutti i modi di mantenere l'influenza sull'opinione pubblica interna e di dimostrarsi credibile nei confronti di Paesi confinanti sempre più scettici rispetto alle sue effettive capacità militari e interne. Ma soprattutto il «caro leader» sembrerebbe voler attirare la completa attenzione dell'Amministrazione Obama e ottenere in questo modo delle effettive e durature garanzie di sicurezza, come il tanto sospirato riconoscimento diplomatico.

 

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