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Somalia, la shari'a non porta pace

Anna Bono - Ragionpolitica 25/5/2009

A fare le Cassandra in Africa non si rischia molto e purtroppo si sbaglia di rado. La Somalia, ripiombata in questi giorni ancora una volta nell'incubo della guerra, ne è costante riprova. All'inizio dell'anno era stata annunciata al mondo una promettente svolta positiva nelle vicende del paese dove dal 1991 è in corso un insanabile scontro politico e militare tra clan per il potere. A Gibuti, cinque mesi prima, il governo e l'Ars, l'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia espressione di una parte dello schieramento antigovernativo, avevano finalmente trovato un accordo dopo mesi di sforzi diplomatici internazionali. Una delle condizioni fondamentali poste dall'opposizione era il ritiro delle truppe etiopi che nel 2007 erano accorse al fianco delle istituzioni politiche minacciate dalle forze antigovernative coalizzatesi nell'Unione delle Corti Islamiche. L'altra condizione, naturalmente, era la spartizione delle cariche politiche.

Partito il 13 gennaio anche l'ultimo militare etiope, per prima cosa, quindi, il governo decideva di raddoppiare il numero dei parlamentari (da 275 a 550) per far posto ai nuovi arrivati. Intanto, però, come temevano i pessimisti, l'opposizione armata, che nel 2008 aveva riconquistato parte delle regioni centrali e meridionali del paese, incluse alcune importati città quali Merka e Kismayo, approfittava della partenza dei militari di Addis Abeba per intensificare le operazioni militari. In poco tempo riusciva a estendere il proprio controllo persino su Baidoa, sede del parlamento, costringendo l'assemblea a trasferirsi a Gibuti, dove procedeva comunque a eleggere alla presidenza della Repubblica Sharif Ahmed, ex leader moderato delle Corti Islamiche, il quale a sua volta nominava a capo del governo Omar Abdirashid Ali Sharmarke.

Come se davvero fosse cambiato sostanzialmente qualcosa, e malgrado il rifiuto del Consiglio di Sicurezza ONU di approvare l'invio di Caschi Blu, il 23 aprile la comunità internazionale stanziava 190 milioni di euro in favore del nuovo governo, il quale, nel frattempo, come primo atto concreto per neutralizzare l'opposizione proponeva l'adozione della shari'a, la legge coranica, ottenendo prontamente l'approvazione del parlamento. Nelle intenzioni delle autorità somale, questo avrebbe dovuto togliere all'opposizione armata ogni pretesto per continuare a combattere. Ma gli Shabaab e gli altri movimenti armati non hanno desistito, dando ragione a chi, come l'inviato ONU per la Somalia Ahmedou Ould Abdallah, ritiene che l'opposizione, pur facendo leva sul fattore religioso, essenzialmente continui a lottare per il potere e per la difesa degli interessi economici dei propri clan e sottoclan. Il 7 maggio, sicuri della scarsa capacità di resistenza della Amisom, la missione militare dell'Unione Africana incaricata dal 2007 di difendere almeno Mogadiscio e i suoi dintorni, gli Shabaab hanno moltiplicato gli attacchi impadronendosi in pochi giorni di Jowhar, strategica città a nord di Mogadiscio, e riprendendo i combattimenti in diversi quartieri della capitale stessa. Ad aiutare le milizie antigovernative nel frattempo sono accorsi da tutto il mondo centinaia di addestrati e ben armati jihadisti, solidali con i «fratelli» minacciati dall’Occidente.

La ricaduta sulla popolazione è stata immediata e terribile. Il governo parla di oltre 200 morti, 700 feriti e quasi 60.000 sfollati: un numero, quest'ultimo, che aumenta però di ora in ora, man mano che altre famiglie decidono di approfittare dei momenti di tregua per lasciare Mogadiscio, dirigendosi verso sud. La prima tappa dell'esodo è per tutti Afgoye, a 30 chilometri dalla capitale, trasformatasi da anni in uno sterminato campo di accoglienza dove gli sfollati sono ormai oltre 400.000. Chi ha denaro, mezzi di trasporto e conoscenze su cui contare, proverà a spingersi oltre cercando di raggiungere la frontiera con il Kenya.

A incalzare i somali, come se non bastasse, è la previsione di un quarto anno consecutivo di siccità, un fenomeno che sta interessando tutto il Corno d'Africa e che le brevi piogge di questi giorni non bastano a scongiurare. Solo in Somalia si stima che 3,2 milioni di persone (il 45% della popolazione) già necessitino di aiuti alimentari immediati.

 

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