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Tra il dire e il governare...

Stefano Adami - Ragionpolitica 21/5/2009

Ho avuto la fortuna di essere negli USA durante l'ultima campagna elettorale per le presidenziali e di poterla seguire giorno per giorno. È stata una grande lezione. La campagna di Obama - con il suo stile un po' da profeta - era capillarmente organizzata, e si basava soprattutto sulle migliaia di giovani universitari che hanno dedicato, per più di un anno, tutti i fine settimana a diffondere il verbo del loro candidato. «Quando sarà eletto Obama...» - dicevano sorridenti quei volontari alle persone che fermavano per la strada, o che aprivano loro la porta. Oppure attaccavano: «Quando Obama sarà presidente...». La campagna di Hillary Clinton trasudava troppo di rabbia per il nuovo candidato che stava per strappargli, inaspettatamente, la nomination, e di sfrenata voglia di tornare alla Casa Bianca, stavolta al posto del marito. La campagna di McCain era determinata, ma stanca: il vecchio eroe di guerra aveva già giocato le sue carte migliori, e lo sapeva, in altre due campagne precedenti per la nomination repubblicana, l'ultima delle quali è stata magistralmente raccontata dal grande David Foster Wallace. Alla fine, dunque, il vento è girato dalla parte di Obama, complice il profondo terremoto della crisi economica, la giovane età del candidato e la sua coinvolgente retorica.

Ma che cosa sta succedendo in queste settimane, dopo l'insediamento del giovane avvocato di Chicago? Sta succedendo che, gradualmente, e nonostante tutto, nonostante i discorsi trascinanti, nonostante i bei mantra ripetuti nelle Town Halls e nelle università, il presidente eletto sta scoprendo una verità semplice, ed assoluta: che governare è un'altra cosa. Uno dei mantra principali di Obama durante la sua lunga marcia per la nomination era: «To end Iraki war responsably», metter fine responsabilmente alla guerra in Iraq. Bene, Obama ha dovuto toccare con mano il fatto che non si può pensare ad una fine della permanenza militare statunitense in Iraq almeno per tutto il 2012, cioè per altri 4 anni. E dopo? Certo non si potrà abbandonare il paese in breve tempo, per timore di una guerra civile, della distruzione della nuova forma istituzionale. Quindi il 2012 può essere l'anno della riduzione della presenza, ma non della chiusura. Su quella ci sono ancora decine di ipotesi sul tavolo, e tutte di lunga durata.

Altra formula spesso ripetuta da Obama era quella della chiusura di Guantanamo. Certo, sarebbe bello poter chiudere le esperienze che esorbitano dalla normale amministrazione, ma anche questo si è scoperto essere impossibile, almeno in tempi medi. Nonostante tutto, la guerra al terrore esiste, in tutta la sua durezza, e i fronti di Afghanistan e Pakistan devono essere costantemente rinsaldati ed ampliati. In questo ultimo periodo, anzi, secondo molti osservatori, le cose stanno volgendo al peggio in quei due fronti, specialmente in Pakistan, dove pare che i Talebani stiano rafforzando la loro presenza in ampie zone del paese. Si può dire la stessa cosa dell'Afghanistan, dove il governo di Karzai oscilla fra Occidente e Talebani, e dove non si capisce bene fino a dove esso abbia autorità (secondo molti osservatori, tale autorità si estende alla sola città di Kabul).

Dunque Obama porta oggi sulle spalle un peso non piccolo: quello di rilanciare nuovi impulsi sui fronti in cui una visione del mondo e una forma di vita sono impegnati e messi sotto scacco, per difendere la loro ragion d'essere. Al contempo, gli Stati Uniti sono il paese capofila nella questione della crisi economica internazionale. Molti economisti, infatti, concordano sul fatto che solo una ripresa del sistema-paese USA può essere alla base di una ripresa economica mondiale. Durante la campagna elettorale l'eloquenza di Obama sembrava sollevarsi con levità sopra le teste degli elettori, verso il cielo che osservava le loro vite, le loro battaglie, le loro città. Adesso che ha salito i gradini della Casa Bianca, l'eloquenza di Obama si è fermata dinanzi ad un tratto tipico del reale: la sua inerzia, il suo attrito, le sue dure leggi di gravità.

 

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