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Su Guantanamo i Democratici si ribellano a Obama

Cristiano Bosco - Ragionpolitica 21/5/2009

«Promettere di chiudere la prigione contenente sospetti terroristi a Guantanamo Bay, Cuba, è una dichiarazione che porta grandi applausi ai candidati presidenziali democratici. Come realizzare la promessa è invece una boscaglia spinosa che essi non hanno ancora esplorato a fondo». Così scriveva la reporter Martha T. Moore sul quotidiano USA Today nel giugno del 2007. All'epoca, gli aspiranti presidenti di entrambi i partiti si confrontavano in vista delle elezioni primarie, ma già si prevedeva che la questione legata alle sorti di Guantanamo avrebbe rappresentato uno degli argomenti più difficili da affrontare, specialmente per il Partito Democratico, a causa dell'abissale differenza sussistente tra la promessa elettorale di chiudere la struttura e il suo effettivo e concreto smantellamento. L'allora senatore dell'Illinois Barack Obama si presentava come uno dei critici più severi del carcere cubano, invocandone più volte la chiusura, pur non avendo appoggiato alcun progetto di legge presentato da colleghi Democratici in tale direzione. «Nessuno dei Democratici ha piani specifici su come chiudere la prigione» scriveva ancora la Moore. A circa due anni di distanza, l'impressione è che, a tal proposito, nulla sia cambiato.

I Democratici si stanno infatti rendendo conto di quanto sia difficile chiudere il campo di detenzione di Guantanamo Bay, ai loro occhi uno dei simboli più sgradevoli dell'era Bush e della tanto contestata guerra al terrorismo. L'ordine esecutivo che annunciava la chiusura del carcere entro un anno, firmato dal presidente Barack Obama a soli due giorni dall'insediamento alla Casa Bianca, era stato interpretato dai più come un atto simbolico, un segnale in direzione dell'assai promesso cambiamento rispetto agli otto anni di presidenza Bush. Una decisione che, pur portando nel breve termine grandi benefici sul piano mediatico al già estremamente popolare Obama, si è rivelata, con il passare dei mesi e con i sempre più numerosi ostacoli venutisi a creare per la realizzazione pratica di quanto firmato, uno dei più grandi problemi politici per la nuova amministrazione. Una questione che vede saltare gli schemi di partito e che, nonostante la maggioranza schiacciante di cui godono i Democratici, in pieno controllo di Casa Bianca e Congresso, vede un finora sofferente Partito Repubblicano fare la parte del leone.

Non è un caso se l'editorialista (neo)conservatore William Kristol, nel suggerire al Gop quali mosse attuare per mettere in difficoltà la maggioranza, abbia individuato anche il caso di Guantanamo. Come fortemente sostenuto dal leader dell'opposizione al Senato, Mitch McConnell (per il quale la struttura detentiva sul suolo cubano è «il posto migliore dove trattenere i sospetti terroristi»), i Repubblicani hanno utilizzato la chiusura di Guantanamo per tornare ad attaccare Obama sulla sicurezza nazionale, etichettandolo ancora una volta come «soft» e non serio nell'intenzione di difendere l'America. A giocare in loro favore, la sorte dei prigionieri attualmente detenuti nella struttura, con l'eventualità che essi possano venire trasferiti sul suolo americano o, nella peggiore delle ipotesi, essere liberati da qualche tribunale contrario alle misure straordinarie (nonché extralegali) create dal governo Usa dopo l'11 settembre nell'ambito della guerra al terrorismo. La decisione, da parte del comandante in capo, di affidarsi ai tribunali militari speciali utilizzati durante la presidenza Bush - e alquanto criticati dai Democratici - ha rappresentato un primo passo indietro, il tacito riconoscimento che non tutte le soluzioni del predecessore erano sbagliate, che ha fatto esultare la minoranza e ha fatto insorgere l'ala liberal del suo partito, già insoddisfatta dall'agenda del presidente, considerata troppo centrista e moderata.

A complicare ulteriormente le cose, la vera e propria ribellione dei Democratici al Senato. I quali, a dispetto dell'iniziale solidarietà con il presidente, hanno votato al fianco dei Repubblicani nel rispedire al mittente uno stanziamento da 80 milioni di dollari per il trasferimento dei detenuti dal centro di detenzione al territorio statunitense. Con 90 voti favorevoli e soli 6 contrari, il Senato ha bocciato nettamente quanto proposto da Obama, il quale registra una delle sue rare sconfitte legislative, probabilmente la più sonora da quando si trova al potere: il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs si è visto costretto a definire «frettolosa» la decisione di chiudere Guantanamo. Con una variante del fenomeno del «NIMBY» («Not In My BackYard», ovvero «Non nel mio cortile»), gli esponenti democratici si sono opposti all'eventualità che i 240 sospetti terroristi attualmente detenuti possano essere spostati negli Stati Uniti (le destinazioni probabili erano Fort Leavenworth in Kansas e Charleston in South Carolina), rendendo ancor più difficile l'impresa di mantenere la promessa di chiudere la struttura entro il prossimo gennaio: «Nessun politico americano si vuole trovare nella situazione di dover spiegare perché a un detenuto di "Gitmo" è permesso risiedere nel suo distretto» ha scritto David Paul Kuhn su RealClearPolitics. «Allo stesso tempo, Obama ha scoperto che gli alleati degli Usa non sono più disposti ad accettare detenuti».

«Il popolo americano, che è preoccupato per la propria sicurezza, deve essere soddisfatto che i nostri amici Democratici stiano mostrando un po' di flessibilità su questo argomento e stiano puntando nella nostra direzione» ha affermato il leader del Gop al Senato Mitch McConnell, più volte scagliandosi contro la «decisione arbitraria» di chiudere la prigione. Mentre l'opinione pubblica sembra essere divisa sulla questione (secondo un sondaggio di aprile, il 47% degli americani sarebbe favorevole al mantenimento in attività di Guantanamo, il 44% contrario), a Washington si affilano le armi per l'inasprirsi dello scontro. La Casa Bianca annuncia di voler mantenere quanto promesso, proseguendo sulla propria strada, mentre i Repubblicani promettono battaglia su quella che, come ha notato Chris Cillizza sul Washington Post, è «una delle rare aree in cui hanno messo a segno numerosi punti politici contro Obama».

 

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