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L’idea di laicità di Fini è ancora a metà tra Sarkozy e Flores d’Arcais

La Camera oscura della fede

Il Foglio 19/05/2009

   La tesi esposta da Gianfranco Fini, secondo il quale “il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso” è volutamente ambigua e allusiva. Nella sua versione pacifica consiste in un’ovvietà. Le assemblee della rappresentanza politica non subiscono i precetti di nessuno, sono politicamente e laicamente libere.

    C’è però anche un’altra possibile interpretazione: quella che considera la cultura religiosa estranea allo spazio pubblico. Si potrebbe dire che le ultime parole di Fini segnano quasi un passaggio dalla concezione espressa da Nicolas Sarkozy a quella di Paolo Flores d’Arcais, dalla “laicità positiva” dello stato, che sollecita un dibattito animato da ragione e fede, alla laicità come censura e negazione della fede e del suo diritto di esistere fuori dal cuore umano, nella società. Se fosse così si configurerebbe una paradossale discriminazione nei confronti di chi considera l’ispirazione cristiana un fondamento della propria azione politica.
    Lo stesso insistito riferimento alla  Costituzione diventa così fuorviante, una sorta di tiritera ideologica. A parte il fatto che nella Costituzione la parola laicità non c’è, è evidente che il rispetto costituzionale del pluralismo politico, civile, culturale e religioso non nega affatto che i rappresentanti del popolo possano esprimere la loro cultura religiosa e il retaggio della loro fede.
    La laicità intesa correttamente è per sua natura inclusiva. Il laicismo invece, esattamente come la teocrazia, è un’ideologia totalizzante che richiede fedeltà canina all’etica della maggioranza, e Fini questo dovrebbe saperlo.

 

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