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Birmania: l'arresto di Aung San Suu Kyi

Stefano Magni - Ragionpolitica 19/5/2009

Aung San Suu Kyi, in Occidente, è un'icona pop. I Rem, i Coldplay e gli U2 le hanno dedicato canzoni. Ha vinto anche un Mtv Music Awards. Ma non l'ha mai potuto ritirare, né in Birmania (o Myanmar come è stato chiamato il Paese dalla giunta militare al potere) hanno mai potuto ascoltare la canzone degli U2 Walk'on in cui si parla di lei. Chi l'ascolta, anche nel privato di casa sua, rischia da 3 a 20 anni di galera per attività sovversiva. Pochi birmani hanno visto di persona Aung San Suu Kyi: dal 1989 ad oggi, con pochi periodi di libertà controllata, è agli arresti domiciliari. Alla testa del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, ha vinto le uniche libere elezioni del 1990, ma non ha mai potuto arrivare al governo perché il regime ha annullato l'esito sgradito e scatenato la repressione.

Forse proprio perché è diventata un'icona pop in Occidente, un misterioso individuo americano ha attraversato il lago su cui si affaccia la sua casa/prigione. Lei lo ha raccolto credendolo una persona in difficoltà, ma quel piccolo episodio le sta costando la vita. L'uomo è stato subito arrestato dalle autorità birmane. Non si sa tuttora se il suo ingresso improvviso nella vita della dissidente del Myanmar sia stato orchestrato dal regime o se si sia trattato di un mitomane che non si rendeva minimamente conto delle conseguenze che il suo gesto avrebbe provocato. Fatto sta che quel piccolo episodio ha stroncato le speranze di Aung San Suu Kyi di tornare in libertà. Le mancavano poche settimane: il 27 maggio sarebbero scaduti gli arresti domiciliari. Ora, avendo ospitato un uomo a casa sua, è finita sotto processo e rischia il carcere. Il processo è iniziato ieri a porte chiuse e l'esito è ancora incerto. Nelle sue condizioni di salute, con il suo medico arrestato nelle settimane scorse e impossibilitato a seguirla, una condanna anche a pochi anni di galera potrebbe trasformarsi in una condanna a morte. La reazione internazionale è stata immediata e corale, ora l'Unione Europea parla di inasprimento delle sanzioni. Ma l'episodio dell'arresto di Aung San Suu Kyi è proprio la dimostrazione della futilità degli interventi occidentali su un Paese troppo lontano per essere al centro dell'agenda internazionale di un governo europeo o dell'amministrazione americana.

Nel 2007 la Birmania era tornata al vertice dell'attenzione a causa della rivolta nonviolenta dei monaci buddisti contro il regime. L'uso massiccio di media indipendenti (fotocamere digitali, webcam e cellulari con videocamera hanno coperto tutti gli scontri, diffondendoli nelle nostre case tramite YouTube) aveva reso anche i monaci birmani delle icone pop. Portare delle magliette o dei loghi rossi in segno di solidarietà con la Birmania repressa era diventata una moda. E i governi europei e americano si erano mossi, imponendo sanzioni e promuovendo un lungo e inconcludente negoziato con la giunta militare birmana. La Ue, allora, aveva incaricato Piero Fassino (Pd) per tentare di mediare fra giunta e opposizione e ottenere cambiamenti. A due anni di distanza possiamo affermare con certezza che di cambiamenti non ce ne sono stati. L'arresto di Aung San Suu Kyi è lì a dimostrarlo. Così come lo dimostra il fatto che la giunta militare abbia ancora un potere assoluto nel Paese. E che, come si è «scoperto» nel processo in corso alla dissidente, i cittadini devono obbedire a una legge marziale che impedisce addirittura di ospitare una persona in casa, anche solo per un istante, senza prima ottenere l'autorizzazione dalle autorità locali. Ora anche per Aung San Suu Kyi si parla ancora di sanzioni e di pressioni internazionali. Tutto come prima, insomma. C'è da augurarsi che non sia, anche questa volta, solo una moda passeggera.

 

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