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Israele può sopravvivere alle minacce solo se difende la sua identità

Parla il nuovo ambasciatore israeliano a Washington

Michael B. Oren - l'Occidentale 18/5/2009

Raramente nella storia moderna le nazioni hanno dovuto affrontare autentiche minacce alla propria esistenza. Le guerre vengono dichiarate per cambiare i regimi, modificare le frontiere, ottenere nuove risorse, e imporre ideologie, ma quasi mai per eliminare un altro stato e la sua popolazione.

Senza dubbio fu questo il caso della seconda Guerra Mondiale, quando gli Alleati cercarono di ottenere la resa incondizionata della Germania e del Giappone per mettere fine ai regimi di leader detestabili, anche se, in nessun modo, le potenze alleate avevano intenzione di distruggere lo Stato tedesco o quello giapponese, né tanto meno eliminare i loro rispettivi popoli. Nei pochi casi in cui gli Stati moderni hanno visto minacciata la propria sopravvivenza, l’esperienza si è rivelata fortemente traumatica. I colpi di stato militari, le sommosse popolari, e gli scontri civili sono dei tipici sottoprodotti dell’incontro di uno Stato con una singola minaccia esistenziale.

Ogni giorno, lo Stato d’Israele deve fare i conti non con uno, ma con almeno sette minacce alla propria esistenza.  Tali minacce sono straordinarie non solo perché numerose ma anche per la loro diversità. Accanto ai pericoli militari esterni da parte di regimi ostili ed organizzazioni terroristiche, lo Stato ebraico deve fare i conti con l’opposizione interna, con le tendenze demografiche in atto e con l’erosione dei suoi valori fondamentali. In effetti, è davvero difficile – se non impossibile – trovare l’esempio di un altro Stato che, nella storia moderna, ha dovuto affrontare tale molteplicità e varietà di minacce alla propria esistenza nello stesso tempo.

La perdita di Gerusalemme. Preservare Gerusalemme come la capitale politica e spirituale dello Stato ebraico è vitale per l’esistenza di Israele. Questo fatto fu ben compreso da David Ben-Gurion, il primo premier israeliano, all’epoca della fondazione dello Stato nel 1948. Nonostante Israele fosse stato attaccato simultaneamente su tutti i fronti da sei armate arabe – e avendo già perso ampie fette del suo territorio fra la Galilea e il Negev – Ben-Gurion impegnò la maggioranza delle forze armate israeliane in una operazione che aveva come obiettivo di rompere l’assedio di Gerusalemme. Il primo ministro sapeva che la città rappresentava la raison d’être dello Stato ebraico e che, senza Gerusalemme, Israele sarebbe stato un’altra mera miniatura di enclave mediterranea, una terra dove non avrebbe valso la pena vivere né tantomeno difenderla.

L’assioma di Ben-Gurion si è dimostrato corretto: per oltre 60 anni, Gerusalemme ha rappresentato il nucleo dell’identità nazionale e della coesione d’Israele. Ora però, per la prima volta dal 1948, Israele sta correndo il rischio di perdere Gerusalemme, non per colpa delle forze armate arabe ma per una combinazione di negligenza e di disinteresse.

Gerusalemme non vanta una maggioranza Sionista. Su una popolazione totale di 800mila persone, ci sono 272mila arabi e 200mila Haredim – gli ebrei ultra ortodossi che, di norma, non si identificano con lo Stato sionista. Negli ultimi anni siamo stati testimoni della fuga dalla città di migliaia di ebrei secolarizzati, specialmente di professionisti e giovani coppie. Questo esodo ha gravemente eroso gli introiti fiscali di Gerusalemme, trasformandola nella città più povera di Israele. Aggiungete a tutto questo la mancanza dello sviluppo industriale e i numerosi attacchi terroristici, e vi renderete conto del perché Gerusalemme sia così poco attraente per i giovani israeliani. Non è un caso che circa la metà degli israeliani sotto i 18 anni non abbiano mai visitato la città.

Se questa tendenza dovesse continuare, l’incubo di Ben Gurion si materializzerà in poco tempo e Israele rimarrà senza un’anima. Un Paese dove, un giorno, la gran parte degli ebrei non vorrà più vivere o per il quale non sarà più disposta a sacrificare la vita.

La minaccia demografica araba. Le stime sul tasso di crescita degli arabi, sia in Israele sia nella West Bank e a Gaza, variano in grande misura. Una scuola di pensiero massimalista ritiene che la popolazione palestinese che vive su entrambi i lati delle linee di confine stabilite dall’armistizio del 1949 stia crescendo molto più velocemente di quanto cresca quella ebraica, affermando che i palestinesi supereranno gli israeliani in meno di un decennio. Al contrario, una scuola minimalista insiste dicendo che il tasso di nascite della popolazione araba in Israele stia diminuendo e che la popolazione dei territori palestinesi si stia riducendo a causa dell’emigrazione.

Nonostante l’interpretazione minimalista sia in gran parte corretta, essa non può negare il fatto che gli arabi israeliani attualmente costituiscono un quinto della popolazione del Paese – un quarto della popolazione sotto i 19 anni – e che nella West Bank oggi vivono almeno due milioni di arabi.

Israele, lo Stato Ebraico, esiste perché è stato proclamato tale da una decisiva e stabile maggioranza ebraica, che rappresenta almeno il 70 per cento della popolazione. Qualsiasi dato inferiore a questa percentuale comporta una scelta, quella tra essere uno Stato ebraico e uno Stato democratico. Se Israele sceglie la democrazia, dovrà cessare di esistere come Stato ebraico. Se decide di rimanere ufficialmente ebraico, allora dovrà affrontare un livello d’isolamento internazionale senza precedenti, incluse le sanzioni, che potrebbero essere fatali.

Il rimedio ideale a questo dilemma è la separazione di due Stati, uno per ebrei e l’altro per i palestinesi. Le condizioni sostanziali per una soluzione del genere però sono irrealizzabili, almeno nell’immediato. La creazione di un governo palestinese – persino seguendo i parametri stabiliti nell’accordo proposto dal presidente Clinton nel 2000 – richiederebbe lo spostamento di almeno 100mila israeliani dalle loro case nella West Bank. Nel 2005, furono necessarie ben 55mila uomini dell’esercito israeliano per evacuare solo 8.100 coloni da Gaza. Fu la più vasta operazione militare israeliana dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, e si rivelò profondamente traumatica. A differenza della roccaforte biblica della Giudea e della Samaria – che oggi viene chiamata West Bank – Gaza non è mai stata considerata una parte della storica Terra d’Israele.

Sul fronte palestinese, non c’è mai stata una leadership, nemmeno una, disposta a concedere la richiesta di rimpatrio dei rifugiati palestinesi in Israele, oppure a cedere una parte del Monte del Tempio (una precondizione necessaria per un insediamento che non comporti la divisione di Gerusalemme). Nessun leader palestinese, neanche quello più moderato, ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele e neppure l’esistenza di un popolo ebreo.

In assenza di un paradigma realistico della soluzione “due popoli / due stati”, la pressione internazionale crescerà per cercare di trasformare Israele in uno Stato binazionale. Questo comporterà la fine del progetto Sionista. Se consideriamo l’illegalità endemica e la violenza che esistono in altre realtà del Medio Oriente, dove è stato creato un solo Stato, come nel caso del Libano e dell’Iraq, tantissimi ebrei israeliani sceglieranno la via dell’emigrazione.

Delegittimazione. Dalla metà degli anni Settanta, i nemici di Israele hanno lanciato – con un successo sempre maggiore –una campagna di delegittimazione contro Israele nei forum mondiali, nei circoli intellettuali e accademici, e sulla stampa. Questa campagna tende a rappresentare Israele come uno Stato razzista e colonialista, che garantisce diritti straordinari ai cittadini ebrei e nega le libertà fondamentali agli arabi.

Queste accuse si sono fatte spazio nella manualista pubblicata in Medio Oriente e sono diventati parte integrante delle discussioni quotidiane alle Nazioni Unite e in organizzazioni internazionali. Più di recente, Israele è stato definito uno Stato che pratica l’apartheid, comparandolo di fatto all’ex regime sudafricano che affermava la supremazia della popolazione bianca sui neri. Molti degli sforzi israeliani nelle operazioni di contrasto al terrorismo vengono etichettati come crimini di guerra, e i generali israeliani sono accusati da tribunali stranieri.

Nonostante l’occupazione della West Bank e di Gaza abbia chiaramente contribuito ad arrugginire l’immagine di Israele, la campagna di delegittimazione si sta concentrando sempre di più non sulla politica condotta nei Territori dallo Stato ebraico ma sulla sua stessa essenza di Stato nazionale ebraico.

In passato queste calunnie venivano scartate come innocua retorica. Ma nello stesso tempo la delegittimazione di Israele si rafforzava sempre di più, e venivano poste anche le fondamenta per l’adozione di misure internazionali tese a isolare Israele e a punirlo con lo stesso genere di sanzioni che hanno fatto cadere il regime Sudafricano. Le campagne accademiche per boicottare le università e gli intellettuali israeliani sono il preludio del tipo di critiche che potrebbero distruggere economicamente Israele e negargli la possibilità di difendersi contro le minacce alla sua esistenza lanciate dal terrorismo e dall’Iran.

Terrorismo. Fin dal momento della sua nascita, Israele è stato l’obiettivo di una serie di attacchi – bombardamenti, imboscate, lancio di razzi – condotti da elementi irregolari arabi impegnati a distruggerlo. Nel decennio tra il 1957 e il 1967 – considerato il periodo più sereno nella storia israeliana – centinaia di abitanti sono stati uccisi durante gli attacchi. Nonostante questo, l’establishment che aveva in mano la sicurezza del Paese guardava a questa condizione di terrore come a una seccatura che non minacciava la sopravvivenza dello Stato, anche se poteva tormentarlo.

Questa valutazione cambiò nell’autunno del 2000, quando i palestinesi risposero all’offerta israelo-americana di creare uno Stato nella West Bank e a Gaza con un’offensiva di fuoco lungo le frontiere e con una serie di attacchi kamikaze. Il risultato è stato che i turisti e il capitale straniero hanno abbandonato il Paese, e gli israeliani si sono letteralmente rinchiusi dentro le proprie case. Lo Stato stava morendo.

Alla fine Israele radunò le proprie forze e, nella primavera del 2002, lanciò una controffensiva contro le roccaforti terroriste nella West Bank e a Gaza. Le Forze della Difesa Israeliana (IDF) svilupparono delle tecniche innovative per pattugliare le città palestinesi, coordinare le forze speciali e le unità d’intelligence, prendendo nel mirino i leader del terrorismo. Israele costruì una barriera di separazione per impedire ai terroristi di infiltrarsi nello stato da est.

Queste misure ebbero quasi successo nell’eliminare i kamikaze e nel risanare la stabilità economica e sociale. Non appena queste politiche iniziarono a ottenere i primi risultati storici, i terroristi avevano già trovato una nuova arma altrettanto pericolosa per l’esistenza d’Israele.

I razzi Katyusha lanciati dall’Hezbollah a nord di Israele e quelli Qassam lanciati da Hamas a sud hanno reso la vita emotivamente impossibile in gran parte del Paese. Ma se le operazioni di terra e di aria israeliane possono anche aver avuto successo nell’impedire temporaneamente questi attacchi, Israele ha dovuto comunque ricorrere a una terapia da XXI secolo per difendersi da una minaccia nata alla metà del XX secolo.

Per di più negli arsenali di Hezbollah e di Hamas ci sono anche razzi capaci di colpire qualsiasi città israeliana. Se lanciati allo stesso tempo, potrebbero distruggere gli aeroporti israeliano, colpire l’economia del Paese, incitare a un esodo di massa, e forse scatenare una reazione a catena che potrebbe unire alcuni arabi israeliani e numerosi stati mediorientali nell’assalto. I tentativi israeliani di difendersi, per esempio invadendo il Libano e Gaza, verrebbero condannati internazionalmente, e servirebbero come pretesto per delegittimare lo Stato ebraico. La sopravvivenza di Israele sarebbe minacciata.  

Un Iran armato di atomica. Facendo da sponsor ad Hamas e l’Hezbollah, l’Iran è intrinsecamente legato alla minaccia terroristica. Ma quando la Repubblica Islamica otterrà l’arma nucleare – secondo le stime dell’intelligence israeliana entro quest’anno – la minaccia aumenterà e molto.

Un Iran armato di atomica comporta non una ma numerose minacce all’esistenza di Israele. Quella più chiara è il desiderio che, ormai per abitudine, l’Iran continua a esprimere proclamando di voler “spazzare via dalle mappe Israele”. Un’altra minaccia deriva dal fatto che i calcoli fatti durante la Guerra Fredda sulla deterrenza nucleare – basati sul concetto della mutua distruzione – potrebbero non valere più nel caso del radicalismo islamico e dei suoi combattenti ansiosi di diventare martiri. Alcuni esperti israeliani prevedono che la leadership iraniana sarebbe disposta a sacrificare il 50 per cento della popolazione pur di “sradicare” Israele dalla faccia della terra.

Al di là dai pericoli rappresentanti da un attacco vincente dell’Iran contro Israele, esiste la possibilità che Teheran passi le sue capacità nucleari ai gruppi terroristici, che poi le scatenerebbero contro Israele grazie alla permeabilità dei porti del Paese e attraversate i suoi confini.

Un Iran nucleare toglierà ad Israele la capacità di rispondere agli attacchi terroristici: per esempio, in risposta a una rappresaglia israeliana contro Hezbollah, l’Iran potrebbe annunciare l’allerta nucleare, causando un panico diffuso in tutto Israele e il collasso della sua economia. Infine – ed è il fatto più pericoloso – molti Stati mediorientali hanno dichiarato di voler sviluppare da soli le loro capacità nucleari non appena l’Iran riuscirà a ottenere la bomba.

Israele si troverà rapidamente in una situazione di profonda instabilità nucleare che potrebbe generare violente rivoluzioni e calcoli errati destinati a portare alla guerra. Come ha affermato il ministro laburista Efraim Sneh, in queste circostanze tutti quegli israeliani che potranno lasciare il paese lo faranno.

L’emorragia della Sovranità. La sovranità d’Israele non si basa su larghe sezioni del suo territorio né sui principali settori della sua popolazione. A Gerusalemme Est – a breve distanza da dove vengono severamente applicati i codici di costruzione israeliani usati a Gerusalemme Ovest – gli arabi hanno costruito centinaia di case abusive, molte delle quali nelle aree storiche della città, e nella più completa impunità. La situazione è molto peggio che nel Negev o in Galilea, dove grandi appezzamenti di terra sono stati confiscati agli occupanti abusivi. In queste zone le tasse vengono pagate in modo irregolare e, nel migliore dei casi, la polizia è solo una presenza simbolica.

Israele non solo non applica le leggi nei segmenti della sua popolazione araba, ma non lo fa neanche con significanti settori della comunità ebraica. Più di 100 avamposti sono stati creati illegalmente nella West Bank, e la violenza perpetrata dai coloni ebrei nei confronti dei civili palestinesi e delle forze di sicurezza israeliane, oggi è considerata una grande minaccia anche per l’IDF.

Ma non è tutto perché Israele si è tirato indietro anche quando è balenata l’idea di rafforzare molti degli status della fiorente comunità Haredim. (Secondo un recente rapporto, nel 2012 gli Haredim saranno un terzo degli studenti delle scuole elementari ebraiche di Israele). Anche se è difficile parlare in termini generali degli Haredim israeliani, la maggioranza schiacciante della comunità non fa il servizio militare e non riconosce i simboli dello Stato.

Una buona parte dei membri della Knesset, sia arabi che ebrei, non distingue la validità dello Stato per cui lavora. Alcuni di loro chiedono attivamente la sua dissoluzione. In poche parole, Israele sta subendo un’emorragia di sovranità e, in questo modo, sta minacciando la propria esistenza come Stato.

Corruzione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a processi contro i principali leader israeliani con accuse di appropriazione indebita, di aver accettato mazzette, di riciclaggio, molestie sessuali, e persino stupro. Gli israeliani più giovani detestano la politica, che viene ampiamente percepita come un mondo fatto di tagliagole; secondo delle rilevazioni annuali, poi, la Knesset è l’istituzione meno rispettata fra tutti gli organi dello Stato. Le accuse di corruzione si sono estese in aree della società israeliana che un tempo erano considerate incorruttibili, com’è il caso dell’esercito.

A mio parere il venir meno della moralità pubblica pone la più grande minaccia alla esistenza di Israele. E’ proprio questa minaccia, infatti, che ostacola la capacità israeliana di resistere alle altre minacce; tutto questo mina la volontà degli israeliani di lottare, di governare e persino di continuare a vivere in uno Stato ebraico sovrano. Tutto questo incoraggia i nemici di Israele a farsi avanti e rovina la sua reputazione internazionale. Per esempio , il fatto che Israele sia un leader mondiale nel settore del traffico di droga e di esseri umani, del riciclaggio di denaro e nel traffico di armi clandestino, non solo è eccessivo per uno Stato ebraico, ma in sostanza riduce anche la sua capacità di sopravvivenza.

Soluzioni. Anche se può sembrare il contrario, le minacce all’esistenza di Israele hanno soluzione, in parte o del tutto. La protezione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico deve diventare una priorità politica per Israele. Vanno investite grandi risorse nell’espansione delle infrastrutture industriali e sociali della città e nell’incoraggiare i giovani a tornarci. Due volte l’anno, i bambini israeliani devono visitare Gerusalemme; nei programmi scolastici vanno introdotti materiali sulla centralità di Gerusalemme nella storia ebraica e sulla importanza della città nell’identità nazionale.

Allo stesso modo, per mantenere l’integrità demografica israeliana, devono essere adottate misure per separare Israele dalle aree densamente popolate della West Bank. In mancanza di un vero interlocutore fra i palestinesi, Israele deve stabilire unilateralmente le sue frontiere orientali. I nuovi confini dovrebbero includere quanti più ebrei possibile, gli assetti naturali e strategici e i luoghi sacri ebraici.

Non c’è una soluzione assoluta per il terrorismo, ma gli attacchi terroristici possono essere ridotti a un livello gestibile attraverso operazioni combinate (d’aria, terra e d’intelligence), opponendo degli ostacoli fisici, e sistemi antiballistici avanzati. E’ anche necessario che Israele adotti una politica di tolleranza zero contro il terrorismo: per ogni razzo o colpo di mortaio lanciato oltre i suoi confini deve esserci una immediata risposta punitiva. Nessuna immunità per i leader terroristici, né militari né politici. Israele ha dimostrato che i kamikaze possono essere praticamente eliminati e che le organizzazioni terroristiche come Hezbollah possono essere dissuase.

Israele non può permettere che l’Iran ottenga armi atomiche. Dovrebbe invece lavorare in tandem con gli Stati Uniti appoggiando l’attuale amministrazione negli sforzi diplomatici di dissuadere gli iraniani nel proseguire lo sviluppo del loro programma nucleare, ma dovrebbe anche ricordare ai politici americani i pericoli della prevaricazione iraniana. Israele non può neanche consentire che gli vengano legate le mani perché deve essere libera di avviare operazioni segrete per impedire lo sviluppo di tale programma, mentre continua a sviluppare i piani e l’intelligence necessaria per un’operazione militare.

Se si vuole far sopravvivere lo Stato, non ci sono altre possibilità se non quelle di fare in modo che Israele affermi la sua sovranità completamente e in modo giusto su tutto il territorio e su tutta la cittadinanza. Questo significa anche proibire le costruzioni illegali a Gerusalemme Est, nel Negev e in Galilea. Devono essere fatti grandi investimenti per aumentare le forze di sicurezza necessarie per applicare uniformemente il diritto israeliano in tutto il Paese.

Nel caso specifico degli arabi israeliani, Israele deve adottare una politica “a due punte” per assicurare una totale eguaglianza nell’erogazione dei servizi sociali e nelle infrastrutture, ma deve anche insistere nella richiesta che gli arabi israeliani dimostrino una sostanziale lealtà allo Stato ebraico. Va stabilito un sistema di servizio nazionale – militare oppure no – che dovrebbe essere obbligatorio per tutti gli israeliani, mettendo fine alla separazione distruttiva delle giovani generazioni degli Haredi dalle responsabilità verso la cittadinanza.

La corruzione deve essere affrontata non solo dal punto di vista istituzionale ma anche da quello ideologico. Il primo passo per ridurla tra i politici è una riforma radicale del sistema di coalizione, a cui la corruzione è organica. I giovani devono essere incoraggiati a entrare in politica e devono essere favoriti i movimenti in grado di stimolare la correttezza negli affari pubblici.

Per sradicare la corruzione è ancora più importante investire sulla rinascita dei valori sionisti ed ebraici. Questi valori dovrebbero essere prima di tutto inculcati nelle scuole, poi attraverso i media e la cultura popolare. La necessità più pressante però è quella di una leadership. Certamente tutte queste minacce possono essere superate con leader coraggiosi, perspicaci, e moralmente solidi, com’era David Ben-Gurion.

Nonostante esistano dei rimedi per tutte le imponenti minacce che Israele si troverà ad affrontare, contemplarli non significa uscirne scoraggiati. Una contestualizzazione storica può rivelarsi utile. Israele ha sempre dovuto lottare contro pericoli mortali, molti dei quali poco invitanti rispetto a quelli di oggi, ma comunque sia, ce l’ha sempre fatta a prevalere.

Nel 1948, una popolazione composta dalla metà di quella di Washington DC, senza risorse economiche e senza alleati, armata con nient’altro che pistole, riusciva a tenere a bada ben sei eserciti arabi. Quel popolo ha costruito un’economia, in dieci anni ha triplicato la sua popolazione, ha sviluppato una democrazia vibrante e una cultura ebraica. 

Diciannove anni dopo, nel giugno del 1967, Israele era circondato da un milione di soldati arabi che volevano il suo annientamento. L’economia stava collassando e la Francia, il suo unico alleato, stava passando dall’altra parte. Non c’era nessun tipo di aiuto dagli Stati Uniti ma solo l’odio da parte dai paesi del blocco sovietico, la Cina e persino l’India.

Guardate cos’è diventato oggi Israele. Una nazione di 7 milioni di persone, con un’economia robusta, con sei università tra le migliori del mondo, una pulsante cultura giovanile, un’arte all’avanguardia, e un sistema militare che – almeno in due guerre – è stato capace di mobilitare più del 100 per cento delle sue riserve. Secondo inchieste recenti gli israeliani sono secondi solo agli americani quanto a patriottismo e disponibilità a difendere il proprio paese.

Nel 2009 Israele ha stipulato accordi con la Giordania e con l’Egitto, ha eccellenti rapporti con l’Europa dell’Est, la Cina e l’India, e un’alleanza storica con gli Stati Uniti. In pratica, da qualsiasi punto di vista, Israele si trova in una posizione migliore che mai nei suoi 61 anni d’indipendenza.

Nonostante la severità delle minacce che la mettono in pericolo, l’esistenza di Israele non deve essere sottovalutata come non devono essere sottovalutati né la sua resistenza né la volontà nazionale. Questa persistenza riflette, almeno in parte, il successo del popolo ebraico nel superare i pericoli per ben 3.000 anni. Accanto alla Diaspora ebrica e ai milioni di sostenitori di Israele all’estero, Israele non può sopravvivere da sola a tutti questi pericoli ma, come nel passato, può prosperare.

Michael B. Oren (1955) è uno storico e scrittore israelo-americano. E’ stato anche un ufficiale dell’IDF, l’esercito israeliano. Il 2 maggio scorso è stato nominato ambasciatore di Israele negli Stati Uniti. Ha scritto “Six Days of War: June 1967 and the Making of the Modern Middle East”, tra gli altri.

Tratto da “Commentary”

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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