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In Terra Santa c'era posto per tutti, ma i cristiani sono fuggiti in massa

La realtà del Medio Oriente

Ethan Bronner - l'Occidentale 18/5/2009

I cristiani costituivano una forza vitale del Medio Oriente. Dominavano il Libano e occupavano posti chiave del movimento palestinese. In Egitto, avevano un'importanza che andava oltre il loro numero. In Iraq, controllavano le università e le professioni. Attraverso tutta le regione costituivano un legame vitale con l'Occidente, un contrappeso alle tendenze prevalenti. Ma questa settimana, percorrendo la sua strada in Terra Santa, papa Benedetto XVI si ritrova a parlare a una popolazione cristiana minacciata, in fuga, spinta all'emigrazione dalla violenza politica, dalla mancanza di prospettive economiche e dal sorgere del radicalismo islamico. Una regione che era cristiana al 20 per cento un secolo fa, oggi lo è solo al 5 per cento, e continua a calare.

Dal momento che è stato qui che Gesù ha camminato e la cristianità è nata, la visita papale segnala un'eventualità che in molti considerano inquietante per la religione più diffusa sulla terra, alla quale aderisce un terzo della popolazione mondiale; e cioé, che i sacri santuari delle sue origini possano diventare reliquie senza alcun legame con la gente che tra loro vive. "Temo la scomparsa del cristianesimo in Iraq e nel Medio Oriente" ha dichiarato il reverendo Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad, in una frase che ha avuto vasta eco nella regione.

Il Papa, in una messa tenuta martedì ai piedi del Monte degli Olivi, ha ricordato "la tragica realtà" della "partenza di tanti membri della comunità cristiana negli ultimi anni". Poi ha detto: "Sono certo comprensibili le ragioni che hanno indotto molte persone, e soprattutto i giovani, a emigrare. Questa decisione però porta con sé un pesante impoverimento culturale e spirituale della città. Oggi voglio ripetere quel che ho già detto in altre occasioni: in Terra Santa c'è posto per tutti!".

Domenica, in Giordania, il Papa ha rivendicato i meriti dei cristiani nella riconciliazione, sostenendo che la loro presenza in carne ossa ha attenuato il conflitto e che il declino di questa  presenza potrebbe portare a un inasprimento degli estremismi. Quando la mescolanza di credo e di stili di vita viene meno - questo il significato del discorso papale - cresce l'ortodossia, come anche l'uniformità dell'orizzonte culturale  in una regione dove la tolleranza non è tra le virtù più apprezzate.

Un operatore umanitario internazionale siriano ha raccontato: "Quando altri arabi scoprono che sono cristiano, in molti restano scioccati che si possa essere arabi e cristiani". L'operatore ha chiesto di mantenere l'anonimato per non richiamare l'attenzione sulla propria fede. Il Medio Oriente adesso è, ovviamente, in grandissima parte musulmano. Con l'eccezione di Israele, con i suoi sei milioni di ebrei, non c'è paese dove l'Islam non prevalga. Inclusi Libano, dove i cristiani costituiscono adesso un quarto della popolazione, e le nazioni non-arabe di Iran e Turchia. I cristiani del posto si ritrovano con l'alternativa di cogliere l'allarme o di restare zitti, non sapendo se richiamare l'attenzione possa alleviare la situazione o aggravarla, forzando ad andarsene quelli che sono rimasti.

Con l'Islam che spinge sul nazionalismo come forza centrale alla base della politiche identitarie, i cristiani che giocavano un ruolo importante nelle varie dispute politiche si sono trovati tagliati fuori. E dato che la cultura islamica, specialmente nelle sue correnti più radicali, spesso si dichiara in contrasto con l'Occidente, la cristianità è stata spesso relegata al rango di cultura "nemica" o, per lo meno, "straniera". "Fin quando non  ci sarà una svolta secolare nel mondo arabo, non credo ci sia un futuro per i cristiani qui" sostiene Sarkis Naoum,  opinionista cristiano del quotidiano libanese Al Nahar.

Proprio mentre alcuni oppositori del presidente Obama cercavano di squalificarlo dicendo che era musulmano, in Turchia lo stesso accadeva al presidente Abdullah Gul che veniva accusato di avere origini cristiane. Lo scorso dicembre, Gul ha vinto una causa intentata contro un parlamentare che sosteneva quella accusa. Un secolo fa c'erano milioni di cristiani in quella che è oggi la Turchia; adesso sono 150 mila. C'è una casa in Turchia dove si crede che la Vergine Maria abbia passato gli ultimi giorni della sua vita, eppure nel Parlamento o nelle forze armate nazionali non c'è alcun membro cristiano, a eccezione di reclute in servizio di leva.

La violenza contro i cristiani è cresciuta. Tra i palestinesi, l'Islam sta giocando un ruolo senza precedenti nel definirne l'identità, specialmente a Gaza, governata da Hamas. L'arrivo di Benedetto XVI a Gerusalemme, lunedì, ha spinto un esponente radicale del governo di Gaza a esortare i governi arabi a non dare il benvenuto al Papa a causa della lezione da lui tenuta nel 2006 in relazione al Profeta. La ledership palestinese della sponda occidentale, più secolare, tenta invece di includere i cristiani per allontanare i sentimenti separatisti e arrestare il calo della popolazione. E' stata una battaglia persa. Nel 1948, Gerusalemme era per un quinto cristiana. Oggi  lo è al due per cento.

Rafiq Husseini, capo di stato maggiore del presidente Mahmoud Abbas, dice dell'esodo dei cristiani: "Sarebbe veramente una cosa negativa se continuasse. Il nostro compito, dal presidente in giù,  è quello di mantenere la presenza dei cristiani viva e in buona salute". A Betlemme, dove la Chiesa della Natività
segna il luogo dove si dice sia nato Gesù Cristo, i cristiani costituiscono forse un terzo della popolazione, dopo secoli in cui erano l'80 per cento.

L'emigrazione è la prima scelta di chiunque abbia l'opportunità di partire, ed esistono vaste comunità di
cristiani in Occidente in grado di accogliere questa gente. "Economia, economia, economia" dice Fayez Khano, 63 anni, membro della comunità assira, spiegando le ragioni del continuo esodo mentre intaglia statuine d'olivo nel negozio di proprietà familiare in via Manger. I tre figli del signor Khano, ormai adulti, vivono tutti a  Dublino, e visto che gli affari vanno  a rilento lui e sua moglie dovrebbero raggiungerli tra sei mesi.

Lo stesso accade in Iraq. Degli 1,4 milioni di cristiani presenti ai tempi dell'invasione americana, nel 2003, quasi la metà è fuggita; il dato è fornito dai rapporti per il governo Usa e dalle comunità cristiane locali. Molti cristiani vennero attaccati nelle fasi iniziali della guerra perché lavoravano con gli americani, ma l'esodo ha acquistato forza quando i cristiani divennero uno dei bersagli nella guerra di sette esplosa nel paese. Le chiese subirono attacchi dinamitardi, e tanto i preti quanto i loro fedeli venivano assassinati. Nel marzo del 2008, un arcivescovo è stato rapito e ucciso nella zona della città settentrionale di Mosul.

In Egitto, dove il dieci per cento della popolazione è cristiana copta, il mondo religioso è passato da
un atteggiamento che veniva definito come "il moderato islam egiziano" a uno assai meno tollerante che si rifà all'islamismo saudita. In Arabia Saudita, le chiese sono illegali. Nel resto della regione del Golfo, i cristiani sono lavoratori stranieri privi della possibilità di avere un giorno la cittadinanza.

Tratto da The New York Times
 

Traduzione di Ethan Bronner

 

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