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Gli orrori dell’Onu sulla pelle dei disperati

Chi ci fa la predica

Maurizio Stefanini - Libero 14 maggio 2009

L’Onu dice: bisogna evitare che chi scappa da situazioni in cui rischia di essere ucciso possa venire rimandato indietro. In teoria giusto, anche se la gran parte dei respinti in Libia nell’ultimo episodio che ha alimentato la polemica non provenivano né da Paesi in guerra, né da Paesi in condizioni di dittatura: per lo meno, in base a quella che è la media africana. Non sarebbe però meglio evitare che la gente sia costretta a scappare, e proteggerla a casa sua? E che ha fatto l’Onu in situazioni del genere?
    Lasciamo perdere tutti quei casi, la maggioranza, in cui l’Onu non c’è, né ha la possibilità di intervenire in tempi rapidi. In Ruanda al momento del genocidio che fece fuori tra le 800.000 ed il milione di persone, però, 2500 Caschi Blu c’erano. E il generale Romeo Dallaire, canadese, loro comandante, aveva pure segnalato che stava per succedere una tragedia e che c’era bisogno di intervenire con energia.
    Ecco un brano dal suo fax (il 1994 è ancora due anni prima dell’esplodere dell’era di Internet): «Dal momento dell’arrivo della Minuar (la missione Onu in Ruanda), (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. L’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi... Era pronto a condurci sul posto questa notte - se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione».
    Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò però la richiesta d’intervento: né alla Segreteria Generale, né al Consiglio di Sicurezza. Anzi, iniziato il genocidio il contingente venne ridotto: da 2500 uomini a appena 500.
 
Bosniaci massacrati
    Anche a Srebrenica i Caschi Blu c’erano: tre compagnie di olandesi. Ma non impedirono che tra i 7800 e i 10.000 bosniaci venissero giustiziati dai serbi di Ratko Mladic in una zona che l’Onu aveva dichiarato sotto la propria tutela. Addirittura, i Caschi Blu incaricati di proteggere i civili finirono per collaborare alla divisione tra uomini e donne previa alla mattanza, «per tenere la situazione sotto controllo». Per non buttare tutta la croce addosso agli olandesi bisogna ricordare che erano armati in modo pessimo, che avevano regole d’ingaggio sconclusionate, e che quando era stato da loro chiesto un intervento aereo di sostegno questo fu rinviato fino a quando non fu troppo tardi.
    Quanto al Darfur, con il suo quasi mezzo milione di vittime, quando l’Onu nel 2006 propose di mandare in loco 20.000 Caschi Blu il governo sudanese promise che gli avrebbe sparato addosso, e l’Onu allora pensò bene di soprassedere, con la coda tra le gambe. Solo nel giugno del 2007 è riuscita a farsi accettare, al prezzo di mimetizzare i suoi uomini come missione congiunta con il contingente dell’Unione Africana. Al dicembre del 2008 erano dunque già arrivati in zona oltre 15.000 Caschi Blu, che tra l’altro avevano anche avuto 11 vittime. Malgrado ciò, il disastro umanitario nel Darfur sta andando avanti: in modo forse meno clamoroso che in Ruanda o in Bosnia, ma non per questo meno micidiale. D’altra parte, un un’altra zona del Sudan, il Sud, l’arrivo nel 2005 dei 10.000 Caschi Blu della Missione Unmis è stata subito accompagnata da gravi accuse di abusi sessuali ai danni di minori. Almeno venti vittime hanno testimoniato una storia identica su macchine bianche con insegne nere dell’Onu si erano fermate, persone al loro interno che avevano chiesto a ragazzi maschi o femmine di salire a bordo, dove avrebbero subito violenze sessuali.
 
Tolleranza zero
    Accuse del genere sono d’altronde state fatte ai Caschi Blu anche in Repubblica Democratica del Congo, dove era nata anche l’etichetta di scandalo Sex for Food, per il cibo che veniva dato agli affamati ragazzini e ragazzine in cambio delle “prestazioni”. E in Liberia, Haiti e Timor Est, al punto che nel dicembre del 2006 l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan fu costretto a promettere “tolleranza zero” nel corso di una conferenza di alto livello a New York.

 

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