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Teheran libera Roxana «L' America non è ostile»

Il caso Rilasciata l' irano-americana accusata di spionaggio. Obama «sollevato»

La giornalista condannata a due anni con la condizionale I familiari Ad attendere la reporter fuori dal carcere di Evin il padre Reza, la madre Akiko e il fidanzato Bahman

Viviana Mazza - Corriere della Sera 12 maggio 2009

Roxana è libera. Dopo 100 giorni nella prigione di Evin a Teheran, ieri la giornalista irano-americana è stata rilasciata. Pallida in volto, magra nel chador blu scuro, Roxana era stata scortata da tre guardie alla Corte d' appello di Teheran, domenica mattina. Prima di entrare, aveva sorriso. Poi, spaesata, aveva chiesto: «E' oggi?». Il verdetto del processo d' appello è arrivato ieri mattina: la condanna emessa ad aprile per «cooperazione con uno stato ostile» (articolo 408 del codice penale) è stata ridotta a due anni con la condizionale.

In un processo di 5 ore, la Corte d' appello ha dato ragione agli avvocati difensori Abdolsamad Khorramshahi e Saleh Nikbakht. Hanno argomentato che nonostante i «rapporti tesi» tra Usa e Iran, «non sono paesi ostili o nemici». Hanno fatto riferimento al precedente dell' attivista riformista Abbas Abdi, condannato nel 2002 per aver diffuso un sondaggio secondo il quale tre quarti degli iraniani vogliono il dialogo con gli Usa. In primo grado, gli diedero 10 anni, in appello 4 e mezzo, definendo l' America uno stato «non ostile».

Resta per Roxana una condanna a due anni perché «avrebbe raccolto informazioni top secret». E' stata liberata per «pietà islamica», ha detto il portavoce della magistratura: ha collaborato ed è pentita. «Sollevato» il presidente Usa Barack Obama (ha ribadito però che le accuse sono ingiuste). L' arresto di Roxana - prima per l' acquisto di una bottiglia di vino, poi per credenziali scadute, infine con l' accusa di spionaggio - ha creato tensioni tra Usa e Iran dopo l' offerta di dialogo di Obama. Il presidente iraniano Ahmadinejad aveva raccomandato che il processo fosse equo, precisando poi che la magistratura è indipendente.

Il papà Reza Saberi, sopraffatto dall' emozione, e la mamma Akiko, sorridente, hanno atteso Roxana per qualche ora davanti a Evin, nella calca dei reporter. C' era anche il fidanzato Bahman Ghobadi, regista, che aveva scritto una lettera d' amore chiedendone il rilascio. I genitori sono entrati da una porta sul retro. Ghobadi l' ha vista salire in auto con loro, vestita di nero. «Non voglio fare commenti, ma sto bene», ha detto Roxana. Per due anni non potrà lavorare in Iran, ma è libera di partire o restare.

Petizioni, pagine su Facebook, scioperi della fame a catena. Il caso di Roxana ha mobilitato organizzazioni e gente comune. «Sono un po' sorpresa. Sapevo che l' avrebbero lasciata andare ma pensavo dopo le elezioni - commenta la giornalista di Radio Farda Golnaz Esfandiari -. Penso che sia una vittoria per i moderati in Iran».

«Pura fantasia - replica dall' Università americana di Parigi Ali Fatemi -. E' stata solo fortunata perché il regime ora vuole buoni rapporti con gli Usa. Non dimentichiamo la reporter iraniana-canadese Zahra Kazemi, picchiata a morte a Evin. Il regime non è cambiato». «Il messaggio è di pace - dice dall' Università di Stanford Abbas Milani -. Ma è pure: siamo pronti a usare i cittadini iraniani come pedine del gioco».

Almeno 6 giornalisti e blogger restano in carcere in Iran: 5 iraniani e un irano-canadese, secondo l' organizzazione Committee to protect journalists. Un settimo, il blogger Omidreza Mirsayafi vi è morto a marzo: «suicidio per overdose di anti-depressivi» per le autorità, ma aveva tagli e lividi sul viso.

Ci sono anche diversi studenti a Evin. Giorni fa, 5 universitari sono stati rilasciati su cauzione: «Mi torturavano 4 volte al giorno», ha detto uno di loro; restano rinchiusi 5 suoi colleghi per la stessa protesta ad Amir Kabir. Tra le accuse: complotto con gli Usa e Israele. Il filosofo iraniano Ramin Jahanbegloo, che fu rinchiuso a Evin per spionaggio nel 2006, spiega: «A differenza di Roxana, loro non sono merce di scambio».

«La portiamo a casa», ha detto ieri Reza Saberi, nato in Iran. Si riferiva agli Stati Uniti.

*** In carcere Ci sono almeno 6 giornalisti in carcere in Iran secondo il Committee to Protect Journalists: dal 2008 l' irano-canadese Hossein Derakhshan, il «padrino» dei blogger iraniani, non processato; dal 2006 Mohammad Hossein Fallahiyazadeh (sconta 3 anni, ha scritto sui maltrattamenti delle minoranze); dal 2007 Mohammad Seddigh Kaboudvand (sconta 11 anni, ha scritto sulle torture nelle prigioni); dal 2008 Massoud Kurdpour (condanna a 1 anno, interviste sulle minoranze); e dal 2008 il religioso e blogger Mojtaba Lotfi che ha diffuso le idee dell' ayatollah Montazeri, critico su Ahmadinejad

 

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