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LE TRE GIUSTIZIE DEL LIBERALISMO

Elzeviro La filosofia politica secondo Del Debbio

La distinzione di San Tommaso tra diversi ordini: commutativo, distributivo e legale

Piero Ostellino - Corriere della Sera 8 maggio 2009

Nel 1994, Paolo Del Debbio era uno di quegli intellettuali liberali ai quali l' imprenditore Silvio Berlusconi aveva chiesto di scrivere il programma della propria «discesa in politica». Il programma avrebbe dovuto trasformare Forza Italia - un improvvisato raggruppamento elettorale di procacciatori di spazi pubblicitari televisivi, politicamente parecchio eterogeneo - in un «Partito liberale di massa». A sua volta, il Partito liberale di massa avrebbe dovuto realizzare «la rivoluzione liberale».

Il Partito liberale di massa non è nato e ora c' è il Popolo della libertà, un raggruppamento di ex democristiani, ex socialisti ed ex missini, politicamente ancora più eterogeneo di Forza Italia. Non c' è stata neppure la rivoluzione liberale, e persino l' «Economist» si accorge che il guaio non è che Berlusconi sia unfit to govern, «inadatto a governare», ma che non utilizzi la grande maggioranza parlamentare di cui dispone, his political muscle, «la sua muscolatura politica», per riformare il proprio Paese.

Del Debbio non si occupa più di politica attiva; insegna Etica economica all' università Iulm di Milano, conduce una striscia televisiva su Italia 1 e Rete 4, scrive libri. L' ultimo dei quali - Elogio dello Stato a pendolo. Stato e mercato nel XXI secolo, (Rubbettino, pagine 101, 12) - è un piccolo trattato di filosofia politica ed economica, ispirato a un sano empirismo e a un robusto pragmatismo liberali, di facile e godibilissima lettura, che classe politica, intellettuali, l' uomo qualunque dovrebbero usare come «breviario laico» ogniqualvolta venisse loro la tentazione o si affacciasse il pericolo di cadere vittime di luoghi comuni su ruolo del mercato e funzioni dello Stato in una società aperta.

L' autore prende a prestito San Tommaso per spiegare che ci sono tre ordini di giustizia:

1) l' ordo partium ad partes, le relazioni dei singoli individui tra loro, la giustizia commutativa, del mercato, quella «nella quale non c' è posto per elementi che siano estranei al puro scambio per interesse»;

2) l' ordo totius ad partes, la giustizia distributiva, quella delle relazioni dello Stato con i suoi singoli membri cui «deve» qualcosa, e perciò «interessata a tutta una serie di tematiche tipicamente etiche»;

3) l' ordo partium ad totum, la giustizia legale, «che regola la relazione dei membri col tutto sociale», nella quale sono i singoli membri che «devono» qualcosa allo Stato affinché possa esercitare la giustizia distributiva, sopperire a quei bisogni cui il mercato non può provvedere.

Dalla tripartizione emerge una prima riflessione: accusare il mercato di «disumanità» non ha alcun senso, perché «l' entità alla quale rivolgersi domandando giustizia non è il mercato ma lo Stato, non la giustizia commutativa ma la giustizia distributiva». A questo punto, però, sorge un limite logico - il principio di sussidiarietà - alla giustizia distributiva, ed è un altro Padre della Chiesa a formularlo: «Come non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l' industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare (...) l' oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale» (Pio XI, enciclica Quadragesimo Anno, 15 maggio 1931). Lo «Stato a pendolo» è, conclude Del Debbio, lo Stato che interviene, solo se necessario, limitatamente e temporaneamente nei casi di crisi, per ri-sospingere nel mercato gli individui che ne siano usciti. Non per escluderli dal mercato.

postellino@corriere.it

 

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