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Spose a nove anni, per 15 minuti. Essere bambine a Teheran

Anna Bono - Ragionpolitica 5/5/2009

In spregio di tutte le convenzioni internazionali sui diritti dell'infanzia, la «giustizia» in Iran ha seguito il suo corso e il 1° maggio Delara Darabi, la giovane donna che all'età di 17 anni, insieme al fidanzato, aveva ucciso una parente a scopo di rapina è stata impiccata, portando a 140 le esecuzioni dall'inizio del 2009: un ulteriore fattore di scandalo, ma non per chi conosce come funziona la legge islamica in certi paesi, è che ad avvolgerle il cappio al collo è stato un parente della vittima

Salgono così ad almeno 42 dal 1980, un anno dopo l'instaurazione del regime sciita di Khomeini, i condannati alla pena capitale minorenni al momento del reato e altri due stanno per seguire la stessa sorte di Delara Darabi, forse già il 6 maggio: si tratta di due giovani accusati di aver accoltellato a morte dei coetanei quando avevano uno 16 e l'altro 17 anni. Il trattamento che la legge in Iran riserva ai minori non è che uno degli aspetti dolorosi della condizione infantile in quel paese. In Iran, infatti, come in tanti altri stati in Asia, Africa e America Latina, ai bambini non si risparmiano lavoro, responsabilità, violenze e abusi.

Come si ricorderà, durante la guerra contro l'Iraq del 1980-1988, Teheran aveva decretato per legge che gli adolescenti di età superiore a 12 anni potevano essere arruolati senza l'autorizzazione paterna. Ma in quegli otto anni il regime degli ayatollah mandò a morire in combattimento o sui campi minati bambini anche più piccoli, regalando a ciascuno di loro una chiave di plastica dorata e convincendoli che con essa avrebbero aperto le porte del paradiso. Si sa che Khomeini ne importò da Taiwan 500.000.

Per quanto sembri impossibile, ancora peggiore è la sorte riservata alle bambine iraniane. Infatti una delle prime «innovazioni» introdotte dagli ayatollah, nel 1979, fu abbassarne a nove anni l'età minima del matrimonio. Subito dopo adottò inoltre una nuova istituzione: il matrimonio temporaneo che consente di sposare una donna, anche di soli nove anni, per un periodo di tempo non superiore a 99 anni e non inferiore a 15 minuti.

Per la verità, che una ragazzina di nove anni sia matura per il matrimonio è opinione controversa nel mondo islamico e se ne disquisisce da tempo. Lo scorso settembre, ad esempio, ha fatto discutere la sentenza religiosa, una fatwa, dello sceicco marocchino Mohamed Ibn Abderrahmane Al-Maghraoui il quale ha decretato che «una ragazzina di nove anni ha le stesse capacità sessuali di una di venti e oltre» e quindi può essere fatta sposare dai suoi genitori. In questi giorni se ne parla di nuovo in seguito alla vicenda di una piccola saudita addirittura di otto anni che, dopo due tentativi falliti, ha ottenuto, grazie all'ostinazione della madre, il divorzio dal marito di 50 anni al quale il padre lo scorso agosto l'aveva data in moglie. In seguito a ciò è possibile che l'Arabia Saudita, culla dell'Islam e custode dei suoi maggiori luoghi sacri, acconsenta, sotto la pressione internazionale e per effetto di una energica campagna di sensibilizzazione voluta dalle componenti sociali interne decise a tutelare il diritto all'integrità fisica e morale delle piccole saudite, a bandire le nozze di giovani di età inferiore a 18 anni e in più a proibire le unioni tra persone la cui differenza di età supera i 15 anni. In tal caso, il sovrano saudita si è impegnato personalmente a revocare o annullare i matrimoni irregolari. È stata inoltre annunciata la costituzione di un registro degli imam abilitati a celebrare matrimoni.

I promotori delle leggi annunciate non si nascondono tuttavia ostacoli e difficoltà: primo fra tutti, la resistenza delle famiglie che vedranno esaurirsi una cospicua fonte di reddito. Secondo le stime divulgate da un consigliere legale del Ministero della giustizia saudita, infatti, il 90% dei matrimoni di uomini anziani con minorenni avvengono dietro pagamento di un compenso monetario.

Un'altra vittoria su una tradizione che si appella all'Islam per legittimarsi si deve in questi giorni alla tempestività con cui i paesi occidentali hanno reagito a una legge appena varata in Afghanistan, ottenendo la promessa della sua revoca. La legge in questione riguarda il diritto di famiglia per la minoranza sciita: oltre a stabilire il divieto alle donne sposate di uscire di casa senza l'autorizzazione del marito e ad ammettere tacitamente il matrimonio infantile, con l'articolo 132 di fatto istituzionalizza lo stupro coniugale. La legge, giacente da un anno e firmata dal presidente Hamid Karzai a fine marzo, obbliga le mogli ad accettare le attenzioni sessuali del marito in ragione di almeno un rapporto ogni quattro notti: quattro, e non tre o cinque, probabilmente perché l'Islam prevede che un uomo possa avere fino a un massimo di quattro mogli contemporaneamente e gli impone di trattarle tutte allo stesso modo, inclusa la prescrizione di trascorrere a turno una notte con ciascuna di esse, il che appunto comporta un amplesso ogni quattro giorni con ognuna. Ma anche in Afghanistan come in Arabia Saudita, difendere la dignità femminile non sarà facile: le 300 donne che il 15 aprile hanno manifestato a Kabul contro la legge sono state affrontate da un contro-corteo di donne e uomini favorevoli alla normativa che le hanno prese a sassate chiamandole «cagne».

 

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