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Il genocidio negato del popolo armeno
Lettera a Paolo GRANZOTTO
tratto da: Il Giornale, 30.8.2005.

Egregio dottor Granzotto, quest'estate ho avuto modo di leggere «I quaranta giorni del Mussa Dagh» di Werfel. Poiché la materia mi sembra tornata di attualità, potrebbe cortesemente chiarirmi i motivi, lo sviluppo e la conclusione dell'atroce massacro degli Armeni a opera dei Musulmani?

Lasci, caro lettore, ch'io spieghi ai lettori di cosa stiamo parlando. «I quaranta giorni di Mussa Dagh», libro di grande successo scritto nel 1933 da Franz Werfel, racconta dell'unico episodio di resistenza da parte degli armeni al tempo del loro Olocausto. Mussa Dagh significa la montagna di Mosè e dal 21 luglio al 12 settembre del 1915 su quel monte si arroccarono circa 5mila armeni che ribellandosi al governo ottomano intendevano sfuggire alla deportazione. Furono assediati, attaccati, bombardati, ma non cedettero. Allo stremo delle forze riuscirono poi ad attirare l'attenzione di una squadra anglofrancese che incrociava nel golfo di Alessandretta e da quella furono tratti in salvo e trasferiti a Porto Said, in Egitto. In forma di inchiesta giornalistica e arricchita da documentazione di prima mano la vicenda è minuziosamente ricostruita anche nel recente «Mussa Dagh, gli eroi traditi» di Flavia Amabile e Marco Tosatti.

Il genocidio. Sono in molti a negarlo. Ma per dirla con Vittorio Messori oltre un milione e mezzo di morti su una popolazione di due milioni, sono «una percentuale dell'orrore che non ha pari, in età moderna, per alcun altro popolo». Eppure non ostante quell'orrore solo recentemente s'è cominciato a parlare di Metz Yeghern (o Metz Jeghern), il Grande male, come gli armeni chiamano il loro Olocausto (a questo proposito, Messori osserva che sull'oblio può aver pesato il rifiuto degli ebrei di mettere Metz Yeghern (o Metz Jeghern) a paragone con Shoah, per il rischio di veder sminuita se non proprio invalidata l'unicità di quest'ultima). I fatti: dopo che il partito Ittihad ve Terraki (Unione e Progresso, mi raccomando il progresso) dei Giovani turchi ebbe, con l'aiuto di esperti tedeschi, pianificato il genocidio e creato una forza paramilitare destinata a metterlo in atto, Metz Yeghern (o Metz Jeghern) ebbe inizio il 24 aprile 1915, coordinato da un direttorio di cui faceva parte anche Mustafa Kemal, più noto in seguito come Ataturk. Volendo riformare lo Stato su base nazionalista, sull'omogeneità etnica e religiosa, sulla «limpieza de sangre», insomma, l'obiettivo degli ottomani islamici era quello di cancellare dalla faccia della terra la comunità armena cristiana. Di attuare una radicale pulizia etnica. Ci riuscirono.

Quel 24 aprile del 1915, dunque, cominciò con il massacro dei notabili armeni cui seguì la confisca dei beni e l'arruolamento di tutti i maschi adulti armeni i quali, una volta in divisa, furono messi al muro. Nei mesi successivi la struttura paramilitare (chiamata Organizzazione speciale) si abbandonò a eccidi e violenze sulla popolazione civile e infine, radunati i superstiti, quanto rimaneva della comunità fu deportato dall'Anatolia, dove era installata dal settimo secolo avanti Cristo, nel deserto di Der es Zor. Metà di essa perì nel corso della terribile marcia, ma il destino dei sopravvissuti non fu migliore: chi non moriva di fame e sete veniva soppresso con metodi brutali, il più delle volte lapidato per risparmiare le munizioni. «Il genocidio degli armeni che ha dato inizio al secolo è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti» disse, facendo un chiaro riferimento ai campi di sterminio nazisti, Giovanni Paolo II. Chiedendosi «come il mondo abbia potuto conoscere aberrazioni tanto disumane». Aberrazione che a tutt'oggi il governo turco con ambizioni europee continua a negare.

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Il primo Olocausto del '900 che la Turchia continua a negare
Filippo FACCI

tratto da: Il Giornale, 28.9.2006.

Nel 1915, in piena Guerra mondiale, il regime dei Giovani Turchi fece deportare gran parte degli armeni di Turchia nelle lontane terre dell'Anatolia orientale: a esser precisi, com'è storicamente accertato, questi armeni furono affamati e violentati e decapitati e impalati nella misura di un milione e mezzo di cristiani, ciò che è stato definito il primo grande genocidio del Novecento e ciò che la storiografia ufficiale della Turchia seguita scandalosamente a negare.
Stiamo parlando, si badi bene, del quaranta per cento della popolazione armena massacrata nel corso di poche settimane, lutto che gli armeni celebrano da allora come il primo genocidio del XX secolo. Svariate fonti storiche spiegano peraltro che Adolf Hitler, nel prefigurare lo sterminio degli ebrei, si ispirò chiaramente a quello degli armeni, tanto da dire, in un celebre discorso del 22 agosto 1939, che nell'invadere la Polonia occorreva massacrare «uomini e donne e bambini» senza preoccuparsi di eventuali conseguenze future: «Chi mai si ricorda oggi», si chiese, «dei massacri degli armeni?».
Pochissimi ancora oggi: tanto che ancor'oggi si fronteggiano coloro secondo i quali si trattò di un genocidio pianificato e altri che si limitano a definirlo un banale scontro tra etnie, benché sanguinoso. Il punto è che anche i genocidi hanno i loro conflitti di interesse. È per questo che lo storico americano Guenter Lewy, ebreo, celebre storico del nazismo, ha ricostruito la vicenda attraverso un imponente lavoro su archivi riservati e sulla base di testimonianze dei sopravvissuti: il risultato è il primo e vero lavoro di storia, nonostante frammentarie documentazioni non mancassero, su una delle pagine più oscure del Novecento, ricostruita da Lewy minuziosamente e con un'impressionante mole di fonti, evitando la polemica interpretativa e concentrandosi invece sul racconto («Il massacro degli armeni. Un genocidio controverso», Einaudi, pagg. XVI-394, euro 25, traduzione di Piero Arlorio).
Ciò che va detto è che agli europei, di cotanta questione, è parso importare poco per troppo tempo. La polemica riaffiorava periodicamente in altre parti del mondo, quando appartenenti alla diaspora armena sollecitavano il riconoscimento del genocidio da parte dei parlamenti di stati vari, col governo turco ogni volta a minacciare ritorsioni. Più ancora che le sofferenze degli armeni, il punto centrale sembrava la premeditazione: se il regime dei Giovani Turchi, ossia, avesse organizzato intenzionalmente quell'azione che portò centinaia di migliaia di uomini (e donne e bambini sloggiati dalle loro case senza preavviso) a un penoso cammino tra montagne e lande sino alla morte per stenti e malattie o semplice assassinio. Nel 1987 ci fu una mozione del parlamento europeo che diceva chiaramente che la Turchia sarebbe stata fuori dall'Europa sinché non avesse ammesso il genocidio; in seguito, il genocidio fu riconosciuto da Argentina, Russia, Grecia, Libano, Belgio, Cipro, Svezia, Bulgaria, Francia e soprattutto Vaticano (l'attivismo di Giovanni Paolo II fu straordinario) e nondimeno dall'Italia: il Parlamento italiano, all'unanimità o quasi, riconobbe il genocidio armeno il 17 novembre 2000. A non riconoscere il genocidio armeno, dato il loro eccellente rapporto coi turchi, sono rimasti giusto Inghilterra, Germania, Israele e Stati Uniti: l'opportunità politica in questo caso consiste nel non ammettere, formalmente, qualcosa che è però inopinatamente esistita, e il libro di Guenter Lewy ne è forse la dimostrazione storica più importante.
Resta il fatto che i rapporti tra Armenia e Turchia sono più tesi che mai. Nel 2000, come ricorda anche Lewy, si tentò di organizzare una commissione congiunta per affrontare il problema, ma saltò quasi immediatamente. Risultò che la premessa della commissione stessa era che non si occupasse del genocidio, e non fu chiaro di che cosa altrimenti doveva occuparsi. La conferma giunse da un'incauta intervista rilasciata dal membro turco Ozdem Sanberk: «Lo scopo principale della commissione», disse, «è di impedire le iniziative a favore del genocidio del Congresso degli Usa e dei Parlamenti occidentali». Gli armeni non se la sono bevuta.

 

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