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L'illusione multilateralista

Matteo Gualdi - Ragionpolitica 7/4/2009

Il cambiamento promesso da Obama durante la lunga campagna elettorale americana sembra che si stia lentamente concretizzando. Il presidente pare infatti avere impresso una svolta alla politica estera statunitense, con l'aiuto del segretario di Stato, Hillary Clinton, abbandonando l'unilateralismo dell'era Bush ed inaugurando una nuova stagione di dialogo.

Ma non sempre, in politica, la forma è sostanza. Siamo davvero sicuri che il tentativo di inseguire il dialogo ed il consenso a tutti i costi, non solo con i propri nemici, ma anche con gli alleati, primi fra tutti quelli europei, segni un cambio di rotta rispetto ai decenni precedenti? In realtà, a ben vedere, il presidente Bush inseguì a lungo il dialogo con gli alleati e tentò più volte di trovare un accordo negli organismi internazionali prima di decidersi ad un intervento diretto unilaterale in Iraq (che tale, in verità, non era, visto che vi erano impegnati non solo gli Stati Uniti, ma anche la cosiddetta «Coalition of the Willing» di cui anche il nostro paese faceva parte). Le scelte unilaterali del presidente Bush, quindi, furono proprio il frutto dell'incapacità della comunità internazionale di trovare una posizione univoca fondata su un'unità di intenti e di strategia, e furono una conseguenza della spaccatura tra Europa ed America, non la sua causa.

Il dialogo ed il tentativo di trovare un accordo nelle organizzazioni internazionali è assolutamente auspicabile, ma non al punto di paralizzare le proprie scelte quando ritenute legittime e doverose. In caso contrario, il dialogo a tutti i costi rischia di rappresentare una scusa all'immobilismo. Un esempio in tal senso viene proprio dalle due guerre che hanno caratterizzato gli ultimi anni, quella in Iraq e quella in Afghanistan. Mentre la prima, a distanza di sei anni, può dirsi vinta, o quanto meno si può dire che a Baghdad vi sia una situazione di sostanziale stabilità, la secondo è ancora in alto mare, ed i Talebani, lungi dall'essere stati sconfitti, sono ancora attivi ed in grado di colpire le forze occidentali. Eppure proprio la guerra in Iraq è il simbolo dell'unilateralismo americano, mentre quella in Afghanistan, appoggiata dall'Europa e dalle Nazioni Unite, e nella quale è impegnata la NATO, rappresenta il fallimento più evidente dell'opzione multilaterale. Il motivo? E' molto semplice: il multilateralismo richiede unità di intenti e di vedute, univocità di strategia, impegno paritario e reciproco e purtroppo nessuno di questi fattori oggi è presente sulla scena internazionale. Stati Uniti ed Europa (per non parlare degli altri alleati o presunti tali) a parole sono uniti, ma nei fatti non condividono le strategie, e di conseguenza si impegnano in modo sproporzionatamente differente, con evidenti ripercussioni sui risultati. Non è un caso che, mentre il presidente Obama decide che occorre aumentare concretamente gli sforzi nel teatro afghano, inviando innanzitutto più truppe sul terreno (un surge simile a quello iracheno), l'Europa e gli altri alleati della NATO rispondono con soli 5.000 uomini in più (gli Stati Uniti da soli ne invieranno sette volte tanto) di cui 3.000 solo per il breve periodo elettorale.

E' la dimostrazione più evidente che, al di la della forma, anche il presidente Obama è costretto a muoversi unilateralmente e che gli alleati o non condividono le scelte strategiche americane o non sentono la guerra in Afghanistan come propria, oppure non pensano che si possa vincere. Anche per questo il nuovo presidente Usa ha cercato di spronare l'Occidente facendo presente che Al-Qaeda non rappresenta una minaccia solo per gli Stati Uniti ma anche, e soprattutto, per l'Europa (dove peraltro ha già colpito due volte: a Madrid e Londra). Ed il problema non si presenta solo in Afghanistan. Il dossier Iran è un altro chiaro segnale della spaccatura tra Europa ed America, e del fatto che essa non era la conseguenza dell'unilateralismo di Bush, ma la sua causa. Per non parlare del dossier Corea del Nord. Proprio da esso viene in questi giorni una nuova sfida che coinvolge l'Occidente, e che metterà alla prova la politica obamiana. Il governo di Pyongyang ha effettuato nei giorni scorsi il lancio di un missile Taepodong-2 a lunga gittata, nonostante tale decisione violasse ogni accordo e nonostante le tante pressioni per farlo desistere. Gli Stati Uniti hanno già annunciato che solleveranno il problema di fronte al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, chiedendo nuove sanzioni contro il regime di Kim Jong Il. Ma ancora una volta Cina e Russia hanno annunciato che bloccheranno qualsiasi tentativo di inasprire le sanzioni contro il dittatore nordcoreano. Cosa deciderà di fare in questo caso il presidente americano? E' pronto ad abbandonare il consenso a tutti i costi ed ad intervenire direttamente per la salvaguardia degli interessi americani ed occidentali oppure è così ossessionato dal dialogo da rimanere vittima della propria visione politica e delle istituzioni internazionali che la incarnano?

Il dialogo ed il multilateralismo come ideologia politica rischiano di rivelarsi una pericolosa illusione, perché, inseguendo il consenso internazionale ad ogni costo, scegliendo di delegare la sicurezza mondiale ad organismi incapaci di prendere alcuna decisione, l'America si dimostra debole e mette a rischio non solo se stessa, ma anche i valori che rappresenta.

 

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