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Il nuovo decalogo: i grossolani errori di Augias e Mancuso

Aldo Vitale - Ragionpolitica 6/4/2009

La sera dello scorso sabato 4 aprile alla trasmissione di Rai3 Che tempo che fa di Fabio Fazio, i due gran sacerdoti dell'anticattolicesimo militante, Corrado Augias e Vito Mancuso, hanno mostrato, dietro una artefatta e rocambolesca finzione di dialettica interna, il decalogo del riduttivismo, quello cioè a cui molti, purtroppo, aderiscono in modo sempre più acritico, dimostrando di subire maggiormente la seduzione (conformista) di un banale ed irrazionale nichilismo, piuttosto che partecipare alla difficile e razionale (oltre che autenticamente anti-conformista) affermazione della realtà, cioè del piano ontologico, ovvero della verità.

Questo, in breve, il decalogo di Augias e Mancuso: 1) Dio non esiste; 2) la giustizia non esiste; 3) la giustizia si impara leggendo e vivendo; 4) il relativismo è il fondamento della democrazia; 5) ciò che importa non è apparire o consumare come oggi comunemente si ritiene, ma essere; 6) esistono tanti cristianesimi quanti sono i cristiani; 7) la Chiesa cattolica che non si adatta alle condizioni storiche viene meno alla sua natura; 8) tutto si regge sul caso e sulla necessità; 9) la Chiesa è relativista; 10) ciò che importa non è la differenza tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa.

Gli spunti di riflessione certo non mancano: ciascuno di questi bizzarri punti potrebbe essere analizzato sotto l'aspetto storico, filosofico, teologico, giuridico, antropologico, ecclesiologico, ma ci si limiterà, per ovvie ragioni di brevità, a concentrare una analisi su alcuni di essi, focalizzandosi sulla critica più basilare ad essi movibile.

Primo: sostenere che Dio non esiste è un'idea più vecchia ed ingenua di quanto prima facie si possa ritenere. Senza ripercorrere la storia, comunque minoritaria anche se incisiva, del pensiero ateistico, e benché il tempo presente sia a suo modo il frutto del XX secolo, cioè del periodo che ha cristallizzato come mai prima nella storia la negazione di Dio e della trascendenza, occorre ribadire quanto irrazionale sia la posizione dell'ateo, o meglio, di colui che ateo ritiene di essere. Non occorre ricordare, del resto, che il XX secolo con le sue articolate liturgie di morte e sterminio non rappresenta tanto la prova che Dio non esiste, ma, al contrario, la prova di ciò che accade quando si pensa che Dio non esista, agendo di conseguenza, cioè ritenendo che tutto sia possibile, come ricorda Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso», perfino lo sterminio di un intero popolo. Già gli antichi filosofi greci come Platone ed Aristotele avevano ampiamente messo in guardia dall'ingenuità e dalla irrazionalità del pensiero ateistico, e perfino di quello che identifica Dio con la natura, come lo spinozismo avrebbe poi riassunto nella celebre formula Deus sive natura.

La posizione dell'ateo, o meglio di colui che crede di essere ateo poiché crede che Dio non esista, è una posizione paradossale in quanto l'ateo crede di non credere, ma credendo di non credere crede comunque in qualcosa, cioè si contraddice proprio sul punto fondante della sua stessa teoria. L'ateismo assume dunque i contorni grotteschi di una fede anti-fede, poiché, come scrisse il filosofo russo ex marxista Nikolaj Berdjaev «non esiste un ateismo perfettamente coerente con se stesso » in quanto l'ateismo « pur negando Dio, contiene una potente idea messianica».

Non solo dunque l'ateo appare per ciò che è, cioè intrappolato in una contraddizione logica, ma essendo inconsapevole di questa sua paradossale condizione, mostra di trovarsi in uno stato di brutale ignoranza, così come ne Le leggi precisa Platone: «Una ignoranza molto gravosa, che sembra essere la più grande saggezza», ma che invece, come ha colto Maria Zambrano, «è la risposta della desolazione umana». L'ateo è, insomma, afflitto da contraddizioni logiche di cui ignora l'esistenza, e dunque anche da una «congenita» deficienza gnoseologica.

Secondo: da questo presupposto sembra ovvia la conseguenza tratta da Augias che il senso della giustizia non risieda in tutti gli uomini, ma solo in alcuni, una sorta di prescelti, che tuttavia questo senso di giustizia possiedono in quanto lo hanno appreso facendo delle conoscenze e delle letture; per questo, secondo Augias, sia i credenti sia, a maggior ragione, i non credenti posseggono un senso di giustizia. Questa asserzione è ugualmente anti-filosofica e dunque irrazionale, in quanto si contrappone frontalmente a quella prospettiva antropologica che dai filosofi greci all'intero corpus della tradizione giudaico-cristiana intende il senso, il desiderio, il bisogno di giustizia come qualcosa di connaturato a tutti gli uomini: si ricordi ancora una volta il pensiero di Aristotele nella sua Etica Nicomachea, o il pensiero di S. Agostino per cui «in interiore homine abitat veritas». L'affermazione di Augias secondo cui non tutti gli uomini posseggono il senso della giustizia trova la più netta smentita nella aurea razionalità di Aristotele e S. Tommaso, secondo i quali la giustizia, essendo ciò che è, è legata alla naturale socialità degli uomini; ed essendo tutti gli uomini animali socievoli per natura, ne consegue, evidentemente, che in tutti vi è un orientamento verso la giustizia.

Terzo: non occorrerà certamente alcun tipo di attitudine al sillogismo filosofico per comprendere quanto sia antinomico affermare dapprima che il relativismo è il fondamento della realtà in genere, e della democrazia in particolare, sostenendo subito dopo che, diversamente da ciò che accade, non bisognerebbe concentrarsi sull'apparire, ma sull'essere. La contraddizione viene in risalto non appena si pensa che lo stesso concetto di essere presuppone la verità, la verità dell'essere che per l'appunto, in quanto verità (dell'essere), è immutabile e dunque all'opposto di qualunque pretesa di carattere relativistico, come suggerisce, sulla scia del pensiero filosofico classico, S. Agostino quando afferma, nel Commento al Vangelo di Giovanni, che « la verità non è soggetta a mutamento ».

Quarto: se fin qui il pensiero di Augias appare inconsistente e fragile dotto il peso del maglio del rigore filosofico, per Mancuso le cose non vanno decisamente meglio. Sostenendo, infatti, che la Chiesa cattolica dovrebbe stare al passo ed adeguarsi alla storicizzazione dei tempi in cui si esplica la sua azione pastorale, Mancuso rivela, inconsapevolmente, quanto poco abbia colto la natura della Chiesa e della sua azione nel tempo. La Chiesa essendo cattolica è universale, e dunque, come la verità di cui parlava Agostino, immutabile, anzi, essendo la verità della Chiesa, la verità fondativa della Chiesa, una verità immutabile, altrettanto immutabile è la Chiesa medesima. Del resto, senza scendere negli articolati dettagli, come non considerare in questo senso le stesse parole del Vangelo: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dar compimento» ( Mt. 5,17 ). Questo brano di Matteo testimonia la immutabilità della verità che fonda la Chiesa.

Ma sul punto, su cui si potrebbero fare ulteriori e più approfondite osservazioni, è sufficiente riflettere su un semplice dato: se la Chiesa si adagiasse sulle maree storiche, da un punto di vista etico, politico, teologico, giuridico, dottrinale, ecclesiologico, rischierebbe di legarsi a doppio filo con le vicende storiche stesse, che in quanto tali, appunto, sono storicamente superate o superabili, rischierebbe cioè di essere superata al pari di qualunque altro evento tipico della contingenza storica. Se la Chiesa si fosse immedesimata, per esempio, con questa o quella ideologia, con questa o quella corrente di pensiero, con questo o quel regime, con questo o quel movimento, con questo o quel personaggio politico, avrebbe perduto la sua indipendenza, la sua libertà, la sua universalità, la sua cattolicità, avrebbe rischiato, insomma, di scomparire come l'impero romano, o come il sacro romano impero, o come Napoleone.

La Chiesa opera nel tempo e nello spazio, ma trascendendoli, poiché è stata fondata ed istituita da chi nel tempo e nello spazio ha operato, Gesù Cristo, pur trascendendoli, cioè non appartenendo né al tempo né allo spazio. In questo senso qualora la Chiesa si storicizzasse, come pretende Mancuso (non senza sollevare dubbi circa una non velata forma di protestantizzazione della sua dottrina) la Chiesa rischierebbe di snaturarsi e venir meno al suo compito, che è quello specifico di transitare tutti gli uomini di tutte le epoche storiche oltre la storia stessa, nella dimensione meta-terrena. Ecco perché in un certo senso alla Chiesa s'adatta la descrizione evangelica del saggio che costruisce la sua casa sulla roccia e non sulla sabbia. Alla Chiesa, cioè, pertiene la capacità di essere fondata su ciò che è solido e stabile come la roccia, e non effimero e volatile come la sabbia delle correnti storiche. E cade così ovviamente anche la fantasiosa visione anti-storica di Augias per cui nella storia sarebbero esistiti tanti cristianesimi di cui il cattolicesimo è solo una delle varianti. Falsità storica che viene tanto in rilievo quanto più si considera che almeno fino alla riforma protestante, cioè per circa 1500 anni, il Cristianesimo o è stato cattolico o non è stato Cristianesimo, con la ovvia conseguenza di poter continuare ad avere una simile pretesa, arricchita, addirittura, di molti più motivi anche dopo la riforma protestante.

Sembra valere quindi per Augias e Mancuso ciò che Kierkegaard sosteneva a proposito del protestantesimo: «E' completamente insostenibile. E' una rivoluzione sorta con il proclamare l'Apostolo ( Paolo ) ai danni del Maestro ( Cristo )».

Quinto: sulla bizzarra idea che tutto sia dominato dal caso e dalla necessità occorrerebbe soffermarsi a lungo, per esempio sulle conseguenze che da una simile idea si ripercuoterebbero in tema di libertà, ma, per questioni di brevità, sia sufficiente, per contraddire questa opinione di Augias, ricordare ancora una volta le parole di Platone: «I sapienti dicono, Callicle, che cielo, terra, dei, uomini, sono tenuti insieme dalla comunanza, dall'amicizia, dalla temperanza e dalla giustizia: ed è proprio per tale ragione, amico, che essi chiamano questo intero universo cosmo, ossia ordine, e non, invece, disordine e dissolutezza». Ritenere, come Augias, il contrario, significa optare per una visione irrazionale della realtà, diversamente dal Cristianesimo che invece, come l'antichità classica, ritiene il mondo disciplinato da leggi, e solo in quanto tale autenticamente libero.

Infine l'idea che non sia importante chi crede o chi non crede, quanto piuttosto chi pensa e chi non pensa: una simile impostazione, oltre che essere svuotata dall'interno dalla critica iniziale all'ateismo, si pone anch'essa in una prospettiva anti-storica ed anti-filosofica, poiché risulta stridente con la tradizione classica e cristiana per cui tutti gli uomini sono dotati di intelletto; si pensi ad Eraclito quando sostenne che « comune a tutti è il pensare», o al libro della Sapienza secondo cui il mondo è stato disposto «con misura, calcolo e peso» proprio per essere compreso da tutti. In definitiva, per uscire indenni dalle antinomie, dalle aporie, dalle contraddizioni in cui sono incorsi ed incorrono continuamente Augias e Mancuso, sembrano potersi prendere a prestito le parole del filosofo Giovanni Reale quando ricorda che « bisogna recuperare quel "circolo ermeneutico" di cui Agostino è stato maestro:- Per capire bisogna credere e per credere bisogna capire-». Solo allora ci si potrà sentire sottratti all'accusa di Platone di essere ignoranti, e solo allora si comprenderà ciò che Agostino intendeva quando scrisse che « l'intelligenza è premio della fede » e che conseguentemente « verus philosophus est amator dei».

 

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