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Bombe sul convoglio di missili, intrigo in Sudan

Due mesi fa distrutti 19 camion pieni d'armi. Ora le rivelazioni: «È stato Israele» È stato uno scoop della tv Cbs a ricostruire la vicenda, sulla quale avevano taciuto anche le autorità di Khartoum

Francesco Battistini - Corriere 27/3/2009

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - «Se la storia è vera - dice Alex Fishman, editorialista israeliano -, sembra la scena iniziale del prossimo James Bond». La scena è questa. Una colonna di camion marcia lenta per le montagne di Al-Sha'anun, deserto che costeggia il Mar Rosso. È la zona più povera del Sudan, terra beduina. È la strada dei contrabbandi d'armi e di uomini. Nel cielo compaiono all'improvviso due aerei, racconta un testimone, un meccanico etiope, l'unico che sopravviverà: passano una prima volta sul convoglio. Poi virano, tornano indietro. E bombardano. Camion in fiamme, decine di morti. Cala il silenzio. I rottami anneriti restano là, fra gli scorpioni. Per quasi due mesi, nessuno racconta nulla. Finché non esce una notizia su un giornale egiziano, Al-Sarooq, che dà la colpa agli americani di stanza a Gibuti. Finché la notizia non diventa un reportage tv della Cbs americana, che invece accusa gl'israeliani. Finché il reportage non si trasforma in un intrigo internazionale. Alla James Bond.

Chi ha bombardato il Sudan? L'indiziato principale è Israele. Perché quello era forse uno dei convogli che portano le armi ad Hamas, attraverso i tunnel di Gaza. Perché è dal 1970 che gl'israeliani fanno incursioni fuoriconfine, dall'Uganda all'Iraq, dalla Tunisia alla Siria. Perché, come scrive Haaretz, «un attacco a 1.400 km dal confine israeliano è il più efficace dei messaggi all'Iran», fornitore d'armi nella Striscia. Perché gli americani smentiscono subito, col loro comandante militare per l'Africa, mentre gl'israeliani non confermano e nemmeno smentiscono. Anzi: «Non è il caso d'entrare nei dettagli - dice sibillino il premier uscente, Ehud Olmert, senza citare l'episodio -, chiunque può usare la sua immaginazione. E chiunque debba sapere, ora sa che non c'è luogo dove Israele non possa agire, per fermare il terrorismo, vicino o lontano che sia». Analizza Shlomo Brow, generale israeliano: «È molto logico che Israele volesse colpire. È una sua tipica tecnica militare».

Come sia andata, si capisce poco. I sudanesi danno versioni diverse: Deng Alor (ministro degli Esteri) dice di non saperne nulla; Rabie Atti (portavoce del governo) parla di 100 morti, accusa gli americani e poi precisa che «America o Israele, è la stessa cosa»; Yusuf Ali (altro portavoce) sostiene che «dietro ci sono gl'israeliani»; Mubarak Saleem (ministro dei Trasporti) punta sugli Usa, parla di 800 morti e 50 feriti, esclude che ci fossero armi («solo qualche kalashnikov») e descrive un genocidio di somali, etiopi, eritrei, «tutti migranti».

Secondo il giornale egiziano, i blitz sarebbero stati in realtà due: il 4 febbraio, contro un convoglio d'armi; l'11, contro una colonna di poveracci. Da notare le date: pochi giorni dopo l'accordo di Washington, fra Condoleezza Rice e Tzipi Livni, per «controllare il traffico d'armi che passa per il Sudan».

Restano i misteri, però. Su come abbiano fatto due soli aerei, da Israele, a bucare le difese radar dei Paesi vicini. E sul perché i sudanesi abbiano taciuto.

 

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