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Presentata alle Nazioni Unite una proposta per criminalizzare la «diffamazione» dell'Islam

di Francesco Pugliarello - Ragionpolitica 16/3/2009

Si apprende dal sito delle Nazioni Unite che presso la sede distaccata ONU di Ginevra circola una proposta molto singolare, a dir poco surreale. Trattasi di una risoluzione redatta dal Pakistan ed approvata dagli Stati islamici in cui, sostanzialmente, ogni critica al dogma islamico viene definita come una violazione dei diritti umani, con lo scopo non troppo velato di intimidire ogni voce in dissenso e incoraggiare l'introduzione della legge islamica (shari'a). Non è la prima volta che viene proposta e poi approvata una risoluzione del genere. Il documento presentato ai diplomatici l'11 marzo scorso ha un titolo accattivante: «Combattere la diffamazione delle religioni». Esso intende assicurare una «adeguata protezione nei confronti degli atti di odio, discriminazione, intimidazione e coercizione che siano conseguenza della diffamazione della religione e dell'odio religioso in genere». Una risoluzione interessante, ma priva di fondamento giuridico in quanto le leggi internazionali per i diritti umani proteggono i diritti degli individui, non le religioni, le ideologie o i sistemi di credo. Questa risoluzione, peraltro non vincolante, mira a proteggere il credo anziché i credenti: stranamente cita solo l'Islam quale religione diffamata.

Ciò che maggiormente sorprende è che viene proposta da chi non è affatto alieno da offese e persecuzioni verso chi la pensa diversamente. Infatti la dottrina islamica non condanna le religioni, ma condanna e perseguita i praticanti di altre religioni. Il fine che la proposta vorrebbe raggiungere è chiaro: proteggere una determinata gamma di credenze dall'essere messe in discussione o dall'essere criticamente analizzate. Invocando una forma di censura su qualsiasi dichiarazione percepita come offensiva della sensibilità islamica, fa pressione sugli Stati membri delle Nazioni Unite, a livello locale nazionale ed internazionale, perché venga estrapolata dai loro sistemi legali e costituzionali. Tuttavia, secondo qualche osservatore, l'approvazione della risoluzione farebbe consolidare il concetto di «diffamazione della religione» come uno standard internazionale. Non permettere la critica di un qualsiasi credo religioso segnerebbe  un passo indietro nella libertà di espressione e una minaccia alla tradizione giuridica del Vecchio Continente, rischiando pertanto di pregiudicare il nucleo centrale di valori su cui si fonda la sua millenaria civiltà. In generale, gli osservatori occidentali considerano il testo irresponsabile ed equivoco, in quanto distorce il significato dei diritti umani. I primi a soffrirne saranno i musulmani liberali e moderati presenti in Occidente.

Come noto, i diritti universali dell'uomo, nella visione occidentale, si incardinano sui due concetti basilari dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani e della loro pari libertà. Il diritto islamico, meglio conosciuto come shari'a, invece si articola sulla base di alcune fondamentali relazioni di disuguaglianza che vengono espresse sul piano giuridico, e la prima fra queste è la disuguaglianza tra uomo e donna. Ne consegue che la risoluzione predetta è incompatibile con i principi sanciti nella Carta dei diritti umani. Difatti la dichiarazione del 1948, rappresentando una interpretazione giusnaturalista dell'esistenza (un ruolo importante fu esercitato da Jacques Maritain, che cercò di dare un fondamento alla teoria dei diritti umani), fu da essi rigettata perché, collidendo con i valori dell'Islam, avrebbe violato la sacra legge islamica. A seguito di annosi contrasti fra le loro comunità, il 19 settembre 1981 presso l'UNESCO a Parigi i governi di quasi tutti i paesi a maggioranza islamica proclamarono la loro versione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo.

La singolarità della proposta sta nel fatto che, ritenendosi giustamente a pieno titolo paesi membri delle Nazioni Unite, pur avendo rifiutato all'epoca (10 dicembre 1948) di sottoscrivere la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che peraltro «promuove e incoraggia il rispetto universale e l'osservanza delle libertà fondamentali, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione», fin dalla premessa evidenzia l'alterazione di questi principi in quanto, come accennavo, protegge non l'individuo ma le credenze, e mette in scacco le stesse nozioni dei Diritti successivamente consolidati. Sostanzialmente, in maniera equivoca, con questa proposta,  la  libertà individuale,  il diritto alla vita, il diritto alla libertà religiosa, il diritto all'autodeterminazione,  all'uguaglianza dei sessi, verrebbero surrettiziamente bypassati, «purché non si contravvenga alla shari'a». E' una delle tante furbate cui l'islam ci ha abituato al fine di tenersi le mani libere per perseguire fini inconfessati che oramai, in Occidente, sono ben noti.

La risoluzione dovrà essere votata a Ginevra alla fine di questo mese. I tempi sono stretti. Gli Stati islamici nel Consiglio dei Diritti Umani confidano ancora una volta nel sostegno di Stati membri non democratici come Cina e Cuba. Ciò lascerebbe pensare che in seduta plenaria la risoluzione possa passare. A questo punto non vi è che da sperare nella diplomazia europea, affinché  riesca a convincere  gli Stati dell'America latina ad opporvisi.

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Commenti (1)

1. 18-03-2009 11:34
Islam a casa sua.......!
Il diritto internazionale e le Nazioni Unite dovrebbero tutelare i diritti degli uomini e quindi la cosiddetta "sharia dell'islam" deve rispettare tutte le leggi degli stati civili. Se ai musulmani non sta bene che restino a casa loro!

Scritto da san

 

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