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Obama si sceglie un consigliere amico di Pechino ma non di Israele
di Gabriel Schoenfeld - l'Occidentale 3/3/2009

Durante la campagna presidenziale una delle litanie più ricorrenti di Barack Obama e degli altri candidati Democratici è stata l'accusa rivolta all'amministrazione Bush di aver politicizzato colpevolmente i servizi di Intelligence, al punto da aver creato disastri come la guerra in Iraq. L’ironia della storia, semmai, sta nel fatto che uno dei fallimenti evidenti di Bush sia stato proprio quello di non esser riuscito a depoliticizzare la Cia, che si è dimostrata spesso ostile alla politica del presidente. Basti pensare alle ripetute fughe di notizie riservate che hanno spesso minato alcune delle sue politiche.

In proposito, è notizia di questi giorni che Barack Obama ha nominato un uomo dal profilo alquanto controverso a capo del National Intelligence Council, l’organismo incaricato di redigere valutazioni sull'Intelligence nazionale. Giorni fa il sito di news Politico ha confermato delle voci insistenti che vorrebbero l'ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita, Charles “Chas” Freeman Jr, a capo del National Intelligence Council. (Le mie ripetute chiamate tanto alla Casa Bianca, quanto alla direzione della National Intelligence non hanno prodotto né una conferma né una smentita della notizia.)

Certo è che Freeman può vantare un curriculum degno di nota, testimoniato da numerosi incarichi ricoperti tanto al Dipartimento di Stato che a quello della Difesa. E’ altrettanto fuor di dubbio, però, che Freeman abbia posizioni politiche e affiliazioni, alcune delle quali sono discutibili.

Nel 1997 Freeman succede a George McGovern alla testa del Middle East Policy Council  (MEPC). Oggi il MEPC si definisce come un gruppo indipendente rivolto alla promozione di interessi pubblici, “che si sforza di garantire che tutta una serie di posizioni e interessi statunitensi siano tenuti in conto da quella ampia schiera di politici” chiamati a cimentarsi con le questioni mediorientali. A dire il vero il MEPC, che fino al 1991 si chiamava American-Arab Affairs Council, è ancora oggi un influente strumento di lobby per gli interessi sauditi a Washington.

Nel 2006, in un'intervista rilasciata ad un organismo dal nome Saudi-US Relations Informations Service, lo stesso Freeman ha dovuto riconoscere che il MEPC deve i suoi fondi alla “generosità” di Re Abdullah bin Abdul Aziz d'Arabia Saudita. Al margine della stessa intervista, Freeman ha ammesso, con un non sequitur rivelatore, “di compiacersi del fatto che, dopo lunghe esitazioni, il Regno di Arabia Saudita avesse finalmente iniziato a compiere seri sforzi per avere delle efficaci relazioni pubbliche”.   

Tra le sue più recenti attività nel regno della relazioni pubbliche, il MEPC ha recentemente dato alle stampe un versione “integrale” del volume "La Lobby Israeliana e la Politica Estera Statunitense" di John Mearsheimer e Stephen M.Walt. In questo controverso saggio del 2006, agli ebrei statunitensi veniva attribuita una forte “presa” sul Congresso USA, utilizzata per spingere il governo statunitense tra le braccia di Israele a detrimento dei suoi stessi interessi.

Interrogato sulla questione, Freeman ha sia avallato le tesi del saggio in questione, sia speso parole di elogio in merito alla politica editoriale del MEPC. “Nessuna altro all'infuori di noi, negli USA, ha avuto il coraggio di pubblicare per intero questo saggio, tenuto conto delle rappresaglie politiche che la Lobby infligge a tutti coloro che la criticano”. Non sorprende che Freeman abbia posizioni diametralmente opposte a quelle promosse dai sostenitori dello Stato di Israele. Ciò che sorprende, invece, è la palese divergenza tra le sue posizioni e quelle di un Presidente che, in campagna elettorale, aveva assunto certe posizioni e che oggi lo chiama nella sua squadra.

Insomma, mentre il Presidente Obama tende la mano alle genti di Israele “alla ricerca di controparti credibili con le quali porre le basi della pace”, è convinzione di Freeman che “Israele non faccia neanche più finta di cercare la pace con i palestinesi, ma che ormai si sforzi soltanto di neutralizzarli”, come ha avuto modo di affermare in occasione di un discorso presso il Washington Institute for Foreign Affairs. E ancora, che l'attuale minaccia terroristica negli Stati Uniti è dovuta, sempre secondo Freeman, “alla brutale oppressione sofferta dai Palestinesi per mano di un’occupazione Israeliana che sta per compiere quarant'anni, e di cui ancora non si vede la fine".

Sebbene l’emergere del nome di Freeman abbia spinto i commentatori a concentrarsi maggiormente sulle sue prese di posizione riguardo al Medio Oriente, di certo questa regione non è la sola ad essere oggetto dei suoi interessi. Freeman infatti si è pronunciato su uno svariato numero di altre questioni, inclusa la Cina, su cui ha avuto modo di esprimere la sua personale opinione a proposito delle proporzioni e degli scopi del baldo impegno di riorganizzazione compiuto dall'Armata di Liberazione Popolare cinese. La “minaccia cinese” altro non sarebbe,  secondo Freeman, che “una mastodontica manovra di raccolta fondi finalizzata a realizzare costosissimi e avanzati armamenti, che il nostro complesso industriale preferisce produrre, e che le nostre forze armate adorano impiegare”, come ha ricordato in un intervento lo scorso ottobre 2006 presso la School for Advanced International Studies della John Hopkins University. 

E ancora, sul massacro di piazza Tienanmen del 1989, Freeman si è schierato spudoratamente con il governo cinese, una posizione questa che merita di essere riportata, soprattutto se si tiene a mente che una nomina del genere verrebbe da un'Amministrazione che si è pubblicamente impegnata a sostenere con maggior forza la causa dei diritti umani nel mondo. Tempo fa lo stesso Freeman ha avuto modo di partecipare ad un gruppo di discussione online, il Chinasec, assieme ad altri esperti di Cina. Copia di alcuni messaggi di Freeman riportati durante quella discussione mi sono stati forniti da una ex membro di quel gruppo: “L'imperdonabile e abnorme errore commesso dalle autorità cinesi”, affermava Freeman nel 2006, “non è stato tanto quello di aver agito in modo avventato, quanto quello di  essersi lasciate guidare da un’eccessiva cautela che certo una leadership non può permettersi.” E continuava: “Credo che nessun paese consentirebbe a un gruppo di dissidenti, intenti solo alla sovversione del naturale funzionamento delle proprie istituzioni, di occupare il cuore della propria capitale, per quanto affascinanti le loro grida di propaganda possano apparire a certi stranieri”.

Abbiamo purtroppo già assistito a una serie di nomine poco illuminate da parte dell'Amministrazione Obama. Basti ricordare le poco edificanti investiture di Tom Daschle e Bill Richardson, cassati dopo attento scrutinio pubblico dal Senato statunitense. Si sa che la poltrona di capo del National Intelligence Council non necessita del vaglio senatoriale, a differenza di questi altri precedenti casi. Ciò non toglie che, se a qualcuno con posizioni così estreme può essere affidata una carica tanto delicata, viene da chiedersi se certe scelte siano allora il risultato delle reali predilezioni del Presidente oppure se si tratti, al contrario, delle prova certa che oggi alla Casa Bianca di Obama non siano nemmeno capaci di scavare nel passato dei loro stessi candidati.  Qualunque sia la verità, una cosa è certa: chi si lagnava ad alta voce della politicizzazione dell'Intelligence, alla fine sarà soddisfatto di aver contribuito a piazzare un apologeta pro-cinese, e palesemente anti-israeliano, alla testa di un organismo incaricato di formulare le più importanti relazioni sull'Intelligence del governo statunitense. Proprio un bello spettacolo.

E' mia convinzione, a questo punto, che il problema non risieda tanto nel fatto che Freeman possa piegare le proprie valutazioni sulla National Intelligence alle  preferenze politiche dell'Amministrazione. Quanto piuttosto il problema contrario (ben più cogente, a questo punto), ovvero che Freeman possa alterarne i contenuti purché riflettano le sue stravaganti opinioni e pregiudizi.   

Gabriel Schoenfeld è ricercatore al Witherspoon Institute di Princeton (NJ).


© Wall Street Journal

Traduzione di Edoardo Ferrazzani

 

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