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Il rapporto Aiea sull'Iran, una doccia fredda per Obama

di Matteo Gualdi - Ragionpolitica 26/2/2009

Il primo report dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) dell'era Obama rappresenta per il neo-presidente statunitense una vera e propria doccia fredda. Gli ispettori dell'AIEA, infatti, hanno ammesso di aver sbagliato i propri calcoli e di aver scoperto che l'Iran ha raggiunto un livello (in termini di quantità) di uranio arricchito superiore di un terzo rispetto alle previsioni, a quota mille chili. Naturalmente il report evidenzia che si tratta di Low Enriched Uranium (LEU), cioè uranio arricchito al 3,9%, che dovrà essere portato al 90% circa di arricchimento per poter essere utilizzato nella produzione di un'arma atomica. Questa operazione, tuttavia, può essere realizzata in un tempo relativamente breve (le stime peggiori parlano del 2010), e non vi è dubbio che Teheran possieda la tecnologia e la volontà necessarie a completare tale fase della lavorazione. La situazione è indubbiamente seria se persino il New York Times ed il Washington Post, di solito estremamente cauti, hanno sottolineato la delicatezza del momento, e sembra davvero che ormai sia stato superato il punto di non ritorno.

Ora occorrerà vedere come reagirà l'amministrazione americana. Il presidente Obama, infatti, ha puntato tutto su un cambio di approccio che prevede l'inizio di un dialogo con Teheran; ma tale strategia richiede tempo, come minimo mesi, esattamente quello che, purtroppo, l'Occidente non ha. La sensazione, in realtà, è che Obama, e come lui molti altri leader occidentali, abbiano ormai messo in conto da tempo l'esigenza di convivere con un Iran nuclearizzato: in fondo - è il ragionamento che viene fatto - se abbiamo accettato la nuclearizzazione della Corea del Nord possiamo accettare anche quella dell'Iran. Il Piano B, quindi, potrebbe essere quello di cercare di applicare a Teheran una politica di contenimento simile a quella usata con l'Unione Sovietica. Peccato che l'Iran non sia né come la Corea del Nord né come l'Unione Sovietica. La Persia, infatti, è una Repubblica islamica guidata da un ayatollah, una guida suprema che ha come obiettivo primario l'esportazione della rivoluzione islamica nel mondo.

Anche ammettendo che Khamenei non abbia intenzione di usare l'arma atomica contro Israele (ma, come si suol dire, «chi vive sperando muore cantando») il possesso di armi nucleari provocherà una fortissima destabilizzazione dell'area, che già non gode di un grande equilibrio, e causerà una corsa all'armamento nucleare anche da parte dei paesi che si oppongono alle politiche iraniane, Egitto ed Arabia Saudita in primis. Quello che è in discussione, dunque, non è solo un Iran nucleare, ma un Medioriente nucleare. E in una situazione del genere, cosa (o chi) impedirà ai mullah di cedere armi «sporche» ai gruppi terroristici loro alleati, Hezbollah ed Hamas? Davvero l'Occidente può convivere con una minaccia del genere? Tanto più che Obama, oltre a decidere di dialogare con l'Iran, ha anche scelto di congelare il programma per lo scudo antimissile da installare in Polonia e Repubblica Ceca, lasciando esposto il fianco ai missili balistici iraniani - un altro fronte su cui gli ayatollah stanno invece accelerando, come testimonia la messa in orbita del satellite per le telecomunicazioni Omid, preoccupante perché il vettore impiegato per il trasporto del satellite, il razzo Safir, potrebbe essere utilizzato tranquillamente anche per il lancio di una testata nucleare.

Insomma, se queste sono le premesse per il dialogo, non c'è dubbio che le possibilità di uscire vincitori da un confronto con Teheran sono a dir poco nulle. La cosa che preoccupa non è tanto che l'Occidente si stia avviando alla sconfitta, ma che questo non generi alcuna preoccupazione, ma solo rassegnazione.

 

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