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Si riapre il dibattito su Guantanamo

di Cristiano Bosco - Ragionpolitica 23/2/2009

A Guantanamo si rispettano i diritti umani. Non si tratta di un'affermazione provocatoria o di un'invenzione di qualche sostenitore della linea dura contro il terrorismo, in risposta ad anni di propaganda anti-Bush (spesso trasformata, al di qua dell'Oceano Atlantico, in una più ampia manifestazione di antiamericanismo) che voleva torture, interrogatori estremi e trattamento disumano dei prigionieri all'interno del carcere americano situato a Cuba. A sentenziarlo è uno studio ufficiale eseguito dai vertici del Pentagono, su espressa richiesta del presidente Barack Obama. Il rapporto di 85 pagine, che sarà consegnato alla Casa Bianca nel corso della settimana, è stato condotto dall'ammiraglio e vice-capo delle operazioni navali Patrick Walsh, il quale, nel tentativo di confutare le voci relative a presunti abusi e a sofferenze psicologiche provocate ai detenuti in seguito all'eccessivo isolamento, ha preso in esame le numerose accuse mosse dai critici della struttura, più volte paragonata a un gulag dei nostri giorni. Come risultato, Walsh ha concluso che il trattamento dei prigionieri all'interno del centro di detenzione di Guantanamo Bay - nutrizione forzata compresa, dato l'obbligo di preservare le vite dei prigionieri - risponde pienamente ai requisiti della Convenzione di Ginevra. Unica osservazione nei confronti della prigione militare, il limitato tempo consentito alla ricreazione e alla preghiera per coloro attualmente reclusi nelle aree di massima sicurezza - tra cui Camp 7, nel quale si trova Khalid Sheik Mohammed, organizzatore degli attentati dell'11 settembre - con conseguente richiesta che vengano concesse loro più ore da dedicare all'interazione sociale e religiosa.

Lo studio del Pentagono arriva a qualche settimana di distanza dalla firma, da parte del presidente Obama, dell'ordine esecutivo che prevede la chiusura in tempi relativamente brevi del carcere. Da quel giorno la nuova amministrazione, di concerto con i vertici militari, si sta impegnando per trovare una soluzione in grado di attuare il desiderio - nonché promessa elettorale, condivisa dall'avversario John McCain - del comandante in capo. Un processo non semplice, complicato dallo status giuridico straordinario di Guantanamo, concernente le sorti dei circa 245 individui attualmente detenuti nella struttura, con la possibilità che essi possano essere accolti da paesi in cui non è garantito il rispetto dei diritti umani per i carcerati, o peggio che essi possano tornare in libertà con l'intenzione di colpire gli Stati Uniti, ipotesi che toglie il sonno agli americani e che, nel malaugurato caso si verificasse, avrebbe un contraccolpo di notevole impatto sulla Casa Bianca. Per scongiurare eventualità di questo tipo, ogni singolo caso sarà preso in esame da una task force comprendente rappresentanti di varie agenzie, tra cui la CIA, e membri di dipartimenti quali Giustizia e Difesa. Una squadra capitanata da Matthew G. Olsen, pubblico ministero che da tempo si occupa di sicurezza nazionale, che avrà il compito di pronunciarsi sul destino di ciascun detenuto.

I risultati dello studio ordinato da Obama e condotto dall'ammiraglio Walsh permettono ora ad alcuni capi delle forze armate di contestare la decisione del presidente di smantellare la struttura, chiedendo espressamente che le modalità di trattamento dei prigionieri condotte durante l'amministrazione Bush siano mantenute anche negli anni a venire. Come riportato dal Washington Post, secondo un ufficiale del Pentagono rimasto anonimo per evitare inconvenienti con la Casa Bianca, il rapporto sarebbe la dimostrazione che il governo precedente aveva creato un «campo di detenzione umano», con il rischio attuale che i detenuti rimasti, in caso di trasferimento, «possano passare a un ambiente meno umano».

Torna così a farsi acceso il dibattito relativo al futuro di uno dei più noti e controversi simboli della guerra al terrorismo. Come prevedibile, il rapporto del Pentagono è stato accolto alquanto negativamente dagli attivisti che negli ultimi 8 anni hanno più volte criticato il carcere di «Gitmo», invocandone la chiusura. «Queste non sono le conclusioni che ci aspettavamo da Obama. È molto deludente», ha dichiarato Pardiss Kebriaei, avvocato del Center of Constitutional Rights, una delle numerosissime associazioni per i diritti civili che, negli ultimi tempi, sono tornate sul piede di guerra. Dopo avere scoperto, con non poco stupore, che alcune delle politiche del nuovo presidente Barack Obama - dall'espansione dei programmi di rendition (cattura, detenzione e deportazione clandestina di sospetti terroristi su suolo straniero) alla negazione di alcuni diritti a 5 detenuti nella base di Baghram, Afghanistan, senza dimenticare i bombardamenti dei droni in territorio pakistano - sono del tutto identiche, o ricordano molto da vicino, quelle del precedente inquilino della Casa Bianca.

 

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